Migrazioni ambientali tra immaginario e realtà

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All’interno del progetto SAME WORLD, che ha l’obiettivo di aumentare la sensibilizzazione tra cittadini europei (in particolare tra studenti, insegnanti ed educatori) sui temi quali la Giustizia ambientale, il Cambiamento Climatico e i Migranti ambientali, si è inserito il Convegno Nazionale tenutosi presso l’Università degli Studi di Trieste il 28 gennaio 2017. Convegno realizzato nell’ambito del corso di formazione Semi di Giustizia con il supporto della Regione Friuli Venezia Giulia. Il tema principale, affrontato dai relatori presenti (Salvatore Altiero, Guido Viale, Carlotta Venturi, Stefano Caserini), è stato il tema delle Migrazioni Ambientali. Tutti gli atti del convegno sono disponibili al sito cevi.coop

Il Riscaldamento globale e il cambiamento climatico sono ormai realtà tangibili. Milioni di persone ogni anno sono costrette a lasciare la loro casa a causa di disastri naturali (tifoni, terremoti, uragani, tsunami..) ma non solo, la costruzione di dighe, fenomeni come il landgrabbing, le contaminazioni ed estrazioni che danneggiano suolo e sottosuolo e ancora, i grandi eventi come i Giochi Olimpici sono la causa di migliaia di sfollati. Le aree del mondo, in genere le più vulnerabili del Pianeta, sono quelle che contribuiscono in misura minore ai cambiamenti climatici e sono quelle che ne pagano maggiormente gli effetti. L’economia di queste aree basata su modelli tradizionali, viene gravemente danneggiata dalle politiche di sfruttamento selvaggio del territorio (ad esempio: deterioramento delle risorse idriche, perdita della biodiversità, erosione dei suoli ecc. ).

Le migrazioni ambientali sono la sfida del secolo, il cambio climatico derivante dal modello attuale di produzione e consumo, provoca ogni anno i cosiddetti migranti per la sopravvivenza” (cit.Saskia Sassen) coloro che abbandonano la loro terra a causa della crescente perdita di risorse nel loro habitat. La loro esistenza è nota ma la quantità è ancora indefinibile.

Il pianeta è diviso in due, da una parte quelli che consumano più risorse di quanto la Terra può rigenerare, dall’altra i migranti ambientali, che indicano la presenza di territori incapaci di sostenere anche i livelli di consumo più bassi.

È dai tempi della Conferenza di Stoccolma del 1972 sull’Ambiente Umano che l’ONU cerca di instaurare un diritto a vivere in un ambiente sano. Di recente, il 15 settembre 2016, la Corte Penale Internazionale ha redatto un documento di indirizzo programmatico dove si enuncia la volontà di perseguire i governi e le persone fisiche che abbiano compiuto crimini che determinano “distruzione dell’ambiente”, “sfruttamento delle risorse naturali” e “espropriazione illegale di terre”.  Ma ad oggi i migranti ambientali non ricevono nessuna tutela legislativa internazionale vera e propria. Per ottenere la protezione internazionale bisogna rientrare nelle categorie previste dalla Convenzione di Ginevra (diritto a ricevere lo status di rifugiato per coloro che sono perseguitati per motivi di razza, religione, particolare gruppo sociale, opinioni politiche) oppure scappare dal rischio di subire un grave danno nel proprio Paese (condanna a morte, rischio di tortura) presupposto per ricevere la protezione sussidiaria.

Nel caso dell’Italia è previsto un tipo di protezione cosiddetta umanitaria che può essere concessa a persone che lasciano i propri Paesi a causa di calamità naturali quali alluvioni, terremoti e maremoti, tutti fenomeni connotati dalla loro imprevedibilità. Non vengono, quindi, messe in rilievo situazioni di desertificazione, siccità, costruzione di dighe, contaminazioni dell’ambiente, fenomeni per cui gli effetti si vedono nel tempo. Attualmente, i migranti ambientali sono equiparati ai migranti economici (coloro che lasciano il loro Paese per cercare lavoro altrove) quindi non hanno diritto di ricevere nessuna protezione.

Un fattore che viene sottovalutato nel caso dei migranti ambientali è il rapporto diretto tra guerra e controllo delle risorse come acqua ed energia. Nelle zone afflitte da siccità e desertificazione con la conseguente perdita di controllo delle risorse da parte della popolazione è frequente la nascita di conflitti; a loro volta, le guerre causano un’ulteriore distruzione di ecosistemi, impoverendo un territorio già provato.

Un altro fattore da prendere in considerazione è che il rapporto tra migrante ambientale ed esodo estero non è mai diretto, le persone tendono a spostarsi inizialmente entro i confini del proprio Paese e, come ultima opzione, scelgono di lasciarlo intraprendendo lo stesso viaggio dei migranti che scappano da persecuzioni e guerre.

In conclusione, si auspica un riconoscimento ufficiale della categoria migranti ambientali da parte della comunità internazionale e che quest’ultima continui a lavorare per ridurre i danni del cambiamento climatico in corso.

 

Articolo redatto da Caterina Mazzoleni

 

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