Non solo coltan… firma la petizione

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Fermiamo il commercio dei minerali dei conflitti:

Gli Stati con l’Unione Europea devono approvare una legge che ponga fine
a sofferenze e violazioni di diritti umani

In un nuovo policy briefing FOCSIV e CIDSE chiedono ai leader europei di approvare un regolamento basato sull’obbligatorietà delle norme di due diligence lungo la filiera produttiva in modo da contrastare il commercio dei minerali dei conflitti. Il policy briefing è accompagnato da un video reportage girato in una miniera nella Repubblica Democratica del Congo e da un video messaggio di Mons. Fridolin Ambongo (RDC).

Roma, 15 Febbraio 2016. Due settimane dopo l'inizio del Trilogo (negoziazioni tra il Parlamento europeo, Commissione europea e i 28 Stati membri dell'Unione europea che formano il Consiglio dell'UE) FOCSIV con CIDSE invita gli Stati membri dell'Unione Europea a considerare seriamente la questione dei minerali di conflitti piuttosto che sostenere una posizione che antepone il profitto ai diritti. Il Consiglio si oppone ad una legge basata su un approccio obbligatorio mentre è a favore di un sistema volontario e parziale, che non è sufficiente a risolvere la questione dei minerali dei conflitti e a garantire che dietro i dispositivi elettronici che utilizziamo non si nascondano crimini e sofferenze.

Un nuovo video (ora disponibile anche in lingua inglese) girato presso la miniera Fungamwaka nella Repubblica Democratica del Congo rivela le condizioni di lavoro dei minatori artigianali che estraggono i minerali che finiscono come componenti di molti prodotti che fanno parte della nostra  vita quotidiana come computer portatili, smartphone e altri dispositivi elettronici. La miniera Fungamwaka è un esempio di una "miniera pulita", dove il lavoro minorile è vietato e dove non sono presenti gruppi ribelli che si finanziano tassando illegalmente i minatori. In un settore troppo spesso dominato da sfruttamenti e violazioni dei diritti umani, questo esempio dimostra come il settore minerario potrebbe essere reso trasparente tramite una regolamentazione efficace. I relativi costi non possono essere semplicemente trasferiti sui minatori che lottano quotidianamente per una vita dignitosa ma dovrebbero essere coperti dalle società  che estraggono e lavorano questi minerali lungo tutta la catena produttiva.

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Il Rapporto di Amnesty International sul cobalto

Nel rapporto “This is what we die for: Human rights abuses in the Democratic Republic of the Congo power the global trade in cobalt” Amnesty International e Afrewatch hanno chiesto alle aziende di apparecchi elettronici e alle fabbriche automobilistiche di dimostrare che il cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo grazie al lavoro minorile non viene usato nei loro prodotti.

Il rapporto ricostruisce il percorso del cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo: attraverso la Congo Dongfang Mining (Cdm), interamente controllata dal gigante minerario cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), il cobalto lavorato viene venduto a tre aziende che producono batterie per smart phone e automobili: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. Queste ultime riforniscono le aziende che vendono prodotti elettronici e automobili.

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