d. Paolo FARINELLA_25.11.18

Gli Ebrei, fin dal monte Sinai con il contratto di alleanza, avevano accettato la regalità di Dio su di loro codificata nella Toràh. Questa regalità era esercitata per delega: da Mosè, nel deserto, dai Giudici dopo l’insediamento in Palestina, dai re d’Israele in epoca sedentaria, ma nessuno ha mai messo in discussione la supremazia di Dio su Israele che anzi si considera «proprietà» del Signore (Es 19,5; Gl 4,2).

Avviene un fatto nuovo. Alla domanda di Pilato se deve crocifiggere «il vostro re», i Giudei rispondono: «Non abbiamo altro re che Cesare» (Gv 19,15). È un momento drammatico: Israele rinnega l’alleanza del Sinai, abdica dalla regalità di Dio e cessa di essere la «proprietà» che Dio aveva trapiantato dall’Egitto (cf Sal 80/79,9). Non ha più Dio come re, avendo scelto come suo sovrano l’imperatore romano, l’oppressore che si fa anche onorare come divinità. È la piena e totale apostasia che si consuma nell’idolatria. I capi degli Ebrei accusano Gesù di usurpare il titolo regale che spetta al loro «dio» che è Cesare, e infatti si aspettano che il procuratore Pilato difenda i diritti dell’imperatore (cf Lc 23,2) e condanni Gesù per lesa maestà.

La regalità di Cristo, proprio perché estranea alla nostra cultura, è un argomento da usare con prudenza. Il rischio, infatti, di usarla ideologicamente, com’è avvenuto e come avviene in certi settori tradizionalisti della Chiesa, per giustificare scelte clericali e/o politiche di natura mondana in compromesso o in contrapposizione ai regni degli uomini, è reale e sempre in agguato. Con l’avvallo della gerarchia, crescono movimenti e gruppi che vogliono riportare la Chiesa indietro nell’orologio della storia.

I movimenti e gruppi contrari al Vaticano II sono inevitabilmente alleati o sostenitori dei «teo-con» di turno alla ricerca di alleanze incestuose, perché credono che la regalità di Gesù si traduca in imposizione di leggi etiche e anche sociali attraverso la collaborazione di governi accondiscendenti.

L’espressione «teo-con» traduce l’inglese «theocon», composta di theo- «teo-» e con(-servative) «conservatore», con cui s’identifica chi negli Stati Uniti d’America, ispirandosi genericamente a orientamenti cristiani integralisti, quasi sempre desunti da una lettura letterale fondamentalista della Bibbia, rappresenta posizioni radicalmente conservatrici. In Italia con «teo-con» s’indicano generalmente politici di destra che per opportunismo o interesse elettorale o economico sposano temi e tesi della parte più retriva del mondo cattolico.

Un sinonimo alternativo, ma equivalente, è «teodèm» (teo-democratici). Questo linguaggio appartiene al mondo dei ricchi che non vogliono cambiare né stile di vita né strumenti economici, né tanto meno vogliono sentir parlare di redistribuzione della ricchezza secondo giustizia. Per questi neo-pagani l’unica giustizia è il loro tornaconto e l’accumulo della ricchezza senza limiti. Il concetto che sta alla base della loro visione di vita è il fatalismo funzionale: se uno nasce ricco o povero è un segno di Dio e non bisogna ribellarsi allo stato di vita in cui uno si trova. Compito della Chiesa è semplicemente di richiamare i ricchi al loro dovere di «compassione» verso i poveri di cui bisogna farsi carico attraverso apposite istituzioni caritatevoli: i poveri, visto che non è possibile eliminarli, diventano necessari per aiutare i ricchi a salvarsi con un po’ di elemosina nelle grandi occasioni o nelle feste in cui si può essere riveriti e visti. Senza poveri, il mondo sarebbe più povero, perché i ricchi non saprebbero a chi fare l’elemosina o non potrebbero organizzare beneficenze.

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Beati gli operatori di pace

Scritto da Ivo Muser, Vescovo della Diocesi di Bolzano-Bressanone

Venerdì 02 Novembre 2018 19:14

In occasione della conclusione, 100 anni fa, della prima guerra mondiale, il vescovo diocesano Ivo Muser della Diocesi di Bolzano-Bressanone, ha pubblicato una lettera pastorale molto forte,”Beati gli operatori di pace” che condividiamo come ulteriore contributo per riflettere e prendere le distanze da certi nostalgici trionfalismi.

Care sorelle, cari fratelli della nostra diocesi di Bolzano-Bressanone!

Cento anni fa, nel periodo attorno ad Ognissanti e al Giorno dei defunti, si concludeva una guerra spaventosa. Deve colpirci e indurci a riflettere il fatto che in questo incendio di vaste proporzioni che chiamiamo Prima guerra mondiale si fronteggiarono soprattutto cristiani e nazioni che con naturalezza si dicevano “cristiane“.

La guerra fu voluta da molti

"Dio onnipotente, re del cielo e della terra, re delle schiere della guerra e sostegno del mondo, benedici con il tuo sangue innocente le armi imperiali ... Conserva i combattenti nella loro fedeltà incrollabile e guidali in battaglie colme di fiducia sino alla felice vittoria!" Questa preghiera per i soldati fu pronunciata da un mio predecessore, il principe vescovo Franz Egger di Bressanone. Già nella sua lettera pastorale del 30 luglio 1914, quindi due giorni dopo l‘inizio ufficiale della guerra, scriveva: "Se mai c’è stata una guerra giusta, allora è sicuramente quella attuale."

Mentre papa Benedetto XV con perseveranza esortava alla pace e definiva questa guerra “inutile strage“, un suicidio dell’Europa civilizzata, l’entusiasmo bellico contagiò ampie parti non solo d’Europa ma anche della nostra popolazione. La guerra non scoppiò inaspettata, bensì fu preparata a lungo nelle menti, nella politica, nella cultura e nella scienza, nell’economia e anche nella religione. Questo conflitto – oggi dobbiamo ammetterlo con onestà – fu voluto da molti e quasi comunemente definito “una guerra santa“, talvolta anche un “giudizio divino“ nei confronti di quanti erano considerati nemici della fede e della patria.

Umiltà e compito

Nel ricordare gli eventi di 100 anni fa non si tratta di volgersi all’indietro in modo altezzoso e saccente o di trascinare con presunzione gli uomini di allora davanti al tribunale del presente.

Noi ricordiamo con riflessione e turbamento quel periodo della nostra storia per costruire ponti di pace. È prioritario, alla luce della catastrofe e delle conseguenze di ampia portata che ha causato, rinnovare l’apertura alla volontà di pace e imparare una volta per tutte che il linguaggio della guerra non può in nessun modo rappresentare per noi un’alternativa o un’opzione.

Il ricordo comune degli orrori e delle crudeltà del conflitto vuole collocare questo monito in profondità nei nostri cuori: la pace va voluta e cercata, la pace ha bisogno di essere curata e accompagnata in modo vigile, affinché non venga sacrificata per presunti interessi superiori. La memoria e la riflessione servono a mantenere vivo il ricordo: per amore della pace, per amore della dignità umana, per amore del nostro futuro comune.

Davanti alle infinite sofferenze che le guerre, senza eccezione, sempre provocano, non possiamo permetterci di mettere in gioco la pace gettando benzina sul fuoco dei conflitti. È fondato e necessario rammentare la storia – con le sue ingiustizie, le sue ferite e le sue cicatrici – ma senza abusarne per legittimare con nuovi atti ingiusti i torti commessi.

Le radici di questa guerra

La Grande Guerra ha provocato un dolore umano indicibile e la morte di milioni di persone.

Le grandi catastrofi del XX secolo vanno messe in relazione a questa tragedia, non ultimo anche l‘enorme numero di vittime nella Seconda guerra mondiale. L’ascesa e la presa del potere del fascismo in Italia non sarebbe concepibile senza la prima contesa bellica, tantomeno la Rivoluzione d’ottobre dei bolscevichi e la conseguente guerra civile russa, che inghiottì milioni di vite umane. Anche il nazionalsocialismo e la sua ideologia del disprezzo e dell’annientamento della persona, con il conseguente orribile piano di sterminio degli ebrei, trovano nel Primo conflitto mondiale le loro radici.

Nel fare memoria di questa catastrofe primigenia del XX secolo dobbiamo dare un nome alle radici della guerra: come il nazionalismo, diventato un surrogato della religione; l'odio, il disprezzo e l‘arroganza verso altri popoli; la pretesa ingiustificata di potere assoluto su vita e morte, ma anche la brama di ricchezza e di conquista. Allora come oggi la pace viene minacciata da massicci deficit di giustizia e violazioni dei diritti umani. Particolarmente pericolose sono anche la glorificazione e la giustificazione della violenza: un chiaro e forte no deve attraversare tutta la nostra società, quando gruppi di persone sono sospettati in modo generico o quando si invita a ripulire la nostra terra da determinate categorie di persone.

L’accusa con cui ha dovuto confrontarsi Pietro durante il processo a Gesù resta sempre attuale: “La tua parlata ti tradisce“ (cfr. Mt 26,73).

Nessuna guerra è una vittoria

In questi giorni in cui si ricorda, si riflette e si commemora, nessuno dovrebbe parlare di vittoria.

I monumenti di ogni genere inneggianti alla vittoria, che rimandano a dittature e guerre, dovrebbero perdere la loro forza di attrazione una volta per tutte. Sarebbe un segno concreto e lungimirante se la piazza davanti al monumento alla Vittoria a Bolzano fosse rinominata in piazza dedicata alla pace, alla riconciliazione, alla comprensione, alla volontà di convivenza!

Non si chiamano vittorie quelle che si raggiungono attraverso guerra, nazionalismo, disprezzo di altri popoli, lingue e culture. Alla fine di una guerra ci sono sempre e solo sconfitti!

In un discorso tenuto a Gorizia, in una città dove anche la “piazza grande” ha visto il nome cambiato in “piazza vittoria”, nel 1966 il poeta italiano Giuseppe Ungaretti che qui aveva combattuto nella Prima guerra mondiale, diceva: "Il nome di Gorizia non era il nome di una vittoria, non esistono vittorie sulla terra se non per illusione sacrilega, ma il nome di una comune sofferenza, la nostra e quella di chi ci stava di fronte e che dicevamo il nemico, ma che noi, pure facendo senza viltà il nostro cieco dovere, chiamavamo nel nostro cuore fratello".

Un ricordo ripulito significa liberarsi della vecchia immagine del nemico e dei metodi usati per costruirla e giustificarla. Un ricordo riconciliato significa manifestare la volontà politica che fa diventare partner e amici i nemici di un tempo.

I cristiani hanno il compito di gestire il futuro operando per la pace. Come cristiani e come comunità cristiana siamo chiamati a non lasciare soli i responsabili politici, ma a stimolarli e incoraggiarli a prendere decisioni al servizio della pace e del bene comune.

Ponti per la pace

La Prima guerra mondiale ha prodotto conseguenze di vasta portata per la nostra terra: il Sudtirolo assegnato all’Italia; il Tirolo separato e diviso fra due Stati; l’antica Diocesi di Bressanone attraversata da un confine nazionale. Con l’ideologia fascista arrivarono i dolorosi divieti negli ambiti della lingua, della scuola, della cultura, dell’associazionismo. Iniziò una voluta e forzata alienazione dell’area culturale tirolese vecchia di secoli. Per molti abitanti i successivi decenni furono segnati dalle sofferenze provocate dalle due dittature del fascismo e del nazionalsocialismo, dal funesto periodo delle Opzioni e dalla Seconda guerra mondiale.

Oggi sta a noi mantenere aperte le frontiere e fare in modo che possa crescere assieme ciò che è strettamente collegato: nei cuori e nelle menti, grazie alle molte occasioni e possibilità che ci sono offerte in un’Europa riconciliata, unita e con Regioni forti.

Invito a gestire la nostra vita e la nostra convivenza da uomini e donne di pace: non volgendo il pensiero al passato, ma con un comune sguardo rivolto al futuro! Auspico che ci sia donata la volontà di perseguire con decisione l’unità nella diversità: qui e in un’Europa comune, dove diverse culture, lingue e confessioni religiose si incontrano e si impreziosiscono reciprocamente.

Invito a riscoprire la nostra identità cristiana e a curarla in un dialogo rispettoso con le altre identità: non tutto ciò che oggi si richiama al Cristianesimo è anche improntato al Cristianesimo.

E invito a plasmare la nostra convivenza con la ferma volontà di trarre insegnamento dalla dolorosa storia del XX secolo, che ha molto ferito e segnato anche la nostra terra.

Oggi abbiamo bisogno di segni concreti che sappiano unirci e riconciliarci, che ci aiutino a comprendere assieme la storia, a rammentare, a interpretare e a perdonare. Ogni parte ha avuto vittime e colpevoli!

Tutti noi possiamo compiere semplici azioni di pace, iniziando dall’impegno a conoscere gli “altri“: che sia il proprio vicino o la propria vicina, una persona appartenente a un altro gruppo linguistico, il migrante con la sua storia e le sue speranze. Conoscere veramente l’altro costruisce un ponte per la pace.

Non dimenticare

Non dimentichiamo mai: la guerra non ha inizio sui campi di battaglia, ma nei pensieri, nei sentimenti e nelle parole delle persone. I nostri pensieri non sono mai neutrali e il nostro linguaggio ci tradisce sempre. C’è una stretta correlazione tra pensare, parlare e agire, cent’anni fa e anche oggi.

Non dimentichiamo poi le migliaia di giovani, anche della nostra terra, mandati al massacro.

Sono un monito a lavorare per concreti progetti di pace. L’auspicio è che siano soprattutto i nostri giovani a costruire assieme il loro presente e il loro futuro. Conoscendo i tragici eventi di cento anni fa e visitando gli scenari bellici dove ragazzi come loro si sono fronteggiati e uccisi in una guerra assurda, possono capire che la pace non è una cosa scontata ma va voluta e costruita giorno per giorno.

Lasciamoci colpire – sul piano strettamente personale ma anche come comunità di credenti – dalle beatitudini di Gesù nel discorso della montagna, che nella festa di Ognissanti viene proclamato in tutte le chiese cattoliche del mondo: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio“ (Mt 5,9). 

Il Vostro vescovo, + Ivo Muser

Solennità di Ognissanti, 1° novembre 2018

 NB: Invito a presentare e approfondire questa lettera pastorale durante le celebrazioni religiose nella festa di Ognissanti o in una domenica di novembre.

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d. Paolo FARINELLA_21 ottobre 2018

Una delle piaghe più gravi che deturpa il volto della Chiesa «casta», rendendola «meretrix» è la sete di carriera del personale ecclesiastico, ovvero il vitello d’oro che inquina il pozzo dell’acqua della Parola di Dio, deturpa l’attesa di Cristo e allontana uomini e donne dall’incontro con il Signore.

Una Chiesa che distribuisce titoli onorifici a piccoli uomini malati, che fanno finta di essere umili, ma intimamente godono del riconoscimento mondano per il quale erano disposti a dare anche la vita, sono gli impiegati di una chiesa mondana che offusca il volto di Cristo e lo rende inavvicinabile. Chi aspira a un titolo ecclesiastico arrivando fino a manipolare, anche pagando tangenti per averlo, e chi lavora alacremente per un posto…, ben visibile, nella vigna del Signore è un disadattato, affettivamente è un immaturo con una sessualità disturbata o non risolta; tutto ciò prima o poi viene fuori, perché «sotto il vestito … niente».…… Chi cerca la carriera, è disposto, ovunque e comunque, a vendersi al migliore offerente.

A margine delle cronache su continui casi di pedofilia tra il clero, il card. Severino Poletto, arcivescovo di Torino, si lasciò andare esprimendo una riflessione sul rischio che i seminari diventassero «cliniche», non di recupero, ma luoghi dove si rifugiano giovani con difficoltà d’inserimento nel mondo. Egli si preoccupava che falliti o delusi potessero diventare vescovi e cardinali. (la Repubblica, venerdì 29 settembre 2006, p. 37).

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p. José María CASTILLO_21 ottobre 2018

  1. Il problema fondamentale posto da questo vangelo non è il rifiuto della superbia, ma il rifiuto del potere. Perché i discepoli comprendano quello che il Vangelo chiede loro, Gesù, come esempio di quello che bisogna evitare, non fa l’esempio degli orgogliosi, ma quello dei potenti. Tuttavia, di fatto nella Chiesa si è inteso e giustificato il “ministero apostolico” come “sacerdozio” dotato di “potere” (Trento, sessione 23, DH 1764, 1771) e come “episcopato” dotato di “piena e suprema potestà” (Vaticano II, LG 22).

Il problema che ha la Chiesa con il Vangelo non sta nel possibile orgoglio, nella vanità o nella superbia, che possono avere alcuni dei suoi membri, ma nel potere che il “ministero apostolico” esercita sugli altri cattolici.

  1. Nel dire questo, non si tratta di affermare che nella Chiesa non ci devono essere presbiteri, vescovi e papa. Il problema non sta nell’esistenza del potere, ma nell’esercizio di questo potere. Gesù non vuole che gli apostoli (ed i loro successori o collaboratori) esercitino il potere come lo esercitano i capi politici. Tuttavia, è scioccante il fatto che il testo evangelico, nel quale Gesù proibisce questo in maniera perentoria (Mc 10,43; Mt 20,26), non si cita neanche una volta nei documenti principali del Magistero della Chiesa (DH, pp. 1583 ss). È inevitabile pensare allora che il magistero ecclesiastico ha scelto dal Vangelo quello che ha giustificato il suo modo di esercitare il potere.

  2. I documenti ecclesiastici sul potere nella Chiesa non sono l’ultima parola su questa questione. La Chiesa ha il diritto ed il dovere di continuare a cercare il modo di esercitare il potere che sia coerente con il Vangelo. Un potere mai basato sulla sottomissione incondizionata di alcuni (i laici) ad altri (presbiteri, vescovi, papa), ma sulla sequela di Gesù, il Signore.

È urgente che la Chiesa offra a questo mondo, caratterizzato da tanti poteri oppressori, un altro modello di esercitare l’autorità.

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Approdi e naufragi

IMPARIAMO DAL NAUFRAGIO DI GIONA 

10 SETTEMBRE 2018 

Relazione tenuta da Raniero La Valle l’8-9 settembre 2018, sul tema. “Approdi e naufragi”

Avevano creduto di salvarsi abbandonando il profeta Giona naufrago tra i flutti, ma la cosa non finì lì: se Ninive non avesse cambiato vita e il suo re non si fosse ravveduto, la città sarebbe stata distrutta. Si illude chi pensa di salvarsi e di “difendere i confini” respingendo i profughi negli abissi del mare o riconsegnandoli ai carnefici. Un intervento al convegno di “L’altra pagina”, l’8 settembre 2018………………………

Città di Castello, 8 settembre 2018

Un discorso sui migranti dovrebbe cominciare con le statistiche. Dovrebbe dire per esempio che nel 2016 cinquemila sono stati i morti nel Mediterraneo, in media 14 al giorno: è la cifra più alta perché nel 2015 i morti erano stati 3771, mentre nel 2017 le vittime sono state 3081.

Dovrebbe poi dire che dal 1 gennaio al 22 giugno 2018 i migranti sbarcati in Italia sono stati solo 16.316, e che in Italia ci sono solo 2,4 rifugiati ogni 1000 abitanti, che è tra le percentuali più basse in Europa.

Un discorso sui migranti dovrebbe dire che nel 2017 ci sono stati 68 milioni e cinquecentomila persone vaganti e costrette alle fuga. I richiedenti asilo che all’inizio dell’anno scorso erano in attesa di una decisione sulla loro richiesta di protezione erano 3 milioni centomila. .

Un discorso sui migranti dovrebbe dire che la maggior parte delle persone in fuga sono giovani, nel 53 per cento dei casi sono minori, molti dei quali non accompagnati o separati dalle loro famiglie.

Dovrebbe dire che entro il 2050 si prevede che ci saranno nel mondo 250 milioni di migranti ambientali ed esuli che fuggono da guerre e repressioni.

Però un discorso sui migranti non si può fare sui numeri. Le persone non sono numeri. I 150 naufraghi che il governo italiano si è rifiutato per giorni e giorni di far sbarcare a Catania dalla motonave Diciotti rappresentano una tragedia morale e politica più grave rispetto ai 3000 naufraghi scomparsi in mare senza che nessuno potesse dar loro soccorso..

D’altronde ci sono altri numeri non meno agghiaccianti di quelli che riguardano i profughi: per esempio i numeri che denunciano l’orrore di un fenomeno che credevamo scomparso, la schiavitù. Nel mondo ci sono 45 milioni e 800.000 schiavi; 18 milioni 300.000 solo in India, ma alcune stime parlano di 200 milioni di persone che nel mondo sono in condizioni di schiavitù, nonostante la sua abolizione ufficiale. Anche l’Europa non ne è esente, in Italia si calcola che ce ne siano 128.000, per molti si parla di nuove schiavitù, come quella della tratta degli esseri umani, dello sfruttamento sessuale di donne e bambine considerate come oggetto di proprietà, della vendita di organi. E poi ci sono i numeri spaventosi di tutte le guerre, dal mezzo milione di morti della guerra irachena ai 350.000 della guerra siriana, alle innumerevoli vittime della guerra mondiale a pezzi che, come dice il papa, abbraccia di fatto tutto il mondo……………….

Ci sono statistiche peggiori di quelle che riguardano i migranti.

C’è una ragione per la quale i numeri che riguardano i migranti  sono oggi più importanti di tutti gli altri numeri. Perché sono i numeri di un fenomeno che segnala e causa un passaggio d’epoca. Le grandi migrazioni in corso ci dicono che stiamo passando da una a un’altra età del mondo, che siamo nel pieno di una discontinuità storica. È come se stessimo scoprendo un’altra volta che la terra è tonda, e tutto dipende da come vi reagiremo, così come tutto dipese da come si reagì alla scoperta dell’America. È su come rispondere a questa novità dirompente che massimamente sono chiamate in causa la nostra etica, la nostra cultura, la nostra politica, il nostro diritto, cioè la nostra capacità di stare al mondo e di dare un ordine al mondo. Naturalmente è chiamata in causa anche la nostra fede; ma io oso sperare che la nostra fede la risposta ce l’abbia e che anzi, con papa Francesco, questa risposta l’abbia già data….

Il discorso sui migranti … non può essere il calcolo di quanti ne potremmo accogliere perché facciano loro i lavori che ci servono o di quanti addirittura ne avremmo bisogno in Italia e in Europa per compensare il nostro deficit demografico, il nostro egoismo procreativo; un modo utilitaristico e usuraio di affrontare il problema…. Vorrei invece parlare dei migranti come del kairós, del tempo che viene. E prima di parlare degli approdi, che del resto sono negati, dobbiamo parlare dei naufragi.

Per farlo io vorrei risalire dai naufragi di oggi a un altro naufragio, che è un po’ il prototipo dei naufragi nel Mediterraneo, è un po’ il naufragio fondatore della storia del Mediterraneo….Il naufragio fondatore è quello di Giona, il profeta. Come sapete dal racconto biblico la sua presenza sulla nave che da Giaffa andava a Tarsis è causa di una grande tempesta, e allora i marinai per salvarsi lo gettano  a mare, e lì nel cuore del mare le acque lo sommergono, l’abisso lo avvolge, l’alga si avvince al suo capo, la terra chiude le sue spranghe dietro di lui, e nel contempo il mare placa la sua furia. Col naufragio di Giona sembra che tutto sia finito; i marinai che lo hanno gettato in mare sono in salvo, e così anche la nave, il Mediterraneo è ritornato calmo, le terre che lo circondano sono al sicuro, mentre il naufrago è scomparso, inghiottito dai flutti, non darà più fastidio e pena a nessuno!

È un po’ quello che pensiamo noi, che pensa l’Europa, quando i barconi dei profughi  spariscono dai radar, non importa dove siano andati a finire, tanto sono numeri, ma di morti, di dispersi o di respinti, di deportati, lì dove non vorrebbero andare. Ma così non è, non tutto è finito! Giona, inghiottito da un pesce, è da questo rigettato sull’asciutto e torna a  incombere sul futuro come una partita che non si è chiusa. Infatti il pericolo rappresentato da Giona diventa ancora maggiore di quello di prima,  perché si volgerà contro la grande città che troneggia sulla terraferma a cui egli annunzierà addirittura la distruzione….. Questo apologo può aiutarci a capire la situazione in cui siamo.

Siamo in una situazione di naufragio. Ma il naufragio non è principalmente quello dei migranti. È anche il nostro naufragio. Quando a livello di governo, col favore dell’opinione pubblica monitorato dai sondaggi, si arriva a concepire una sorta di Guantanamo italiana, e si tengono prigionieri 150 naufraghi su un nave militare italiana nel porto di Catania, questo è un naufragio.

È il naufragio della comune umanità; ma è anche il naufragio della Costituzione italiana, che all’art. 13 dice che la libertà personale è inviolabile, che nessuno può coartarla se non un giudice e secondo la legge, e questo vale non solo per i cittadini ma per tutti, né possono esistere nel nostro ordinamento zone franche dal diritto….

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Ernesto Balducci - dalle Omelie inedite anno B

Anche nella sua forma redazionale questo racconto rivela il suo valore simbolico, tanto è vero che questo gesto viene ripetuto nel rito del sacramento del Battesimo, perchéla fede fa parlare i muti e fa udire i sordi”.

Perché ai bambini piacciono tanto le fiabe? La risposta che mi do è che mentre i bambini crescono e cominciano a capire quello che si può dire e quello che non si può dire, quello che si può ascoltare e quello che non si può ascoltare, quello che è giusto aspettarsi dalla vita e quello che è stupido aspettarsi dalla vita, la fiaba crea un mondo consolatorio. Nelle fiabe tutto è possibile!

Un bambino che legge una fiaba in una catapecchia sa che una fata con un colpo di bacchetta può far nascere un palazzo di cristallo, là dove ci sono le pietre può venir fuori un torrente fresco d'acqua. Gli uccelli parlano, gli animali parlano come uomini. Accanto a un mondo, dove il tirocinio della vita ci abitua a reprimere i pensieri impossibili, c'è un mondo dove l'impossibile è normale. E così ci consoliamo….

C'è chi dice che anche la fede è una fiaba e, da un punto di vista meramente antropologico, ha anche ragione. Se io parlo di vita eterna, di risurrezione, che dico? Sono forse cose normalmente possibili? No! Però non è chiusa la questione fra il possibile e l'impossibile quando si è fatta la distinzione su cui si basa il nostro processo di maturazione. È che dentro di noi diventiamo pian piano muti, cioè non siamo più capaci di dire quelle cose, perché ci hanno insegnato che non si devono dire. Dentro di noi abbiamo allora un mondo represso. E quindi di fronte a certi orizzonti anche noi siamo sordi e muti. È vero: certe persone non sanno più ascoltare un canto di uccelli, non sanno guardare un fiore. L'efficienza implica la distruzione di tutto ciò che è gratuito, di tutto ciò che è libero….

Ebbene, se uno riuscisse a dar voce libera a tutti i sogni più legittimi che sono contratti nel cuore, chi sarebbe? Sarebbe un profeta. I profeti sono quelli che han dato libera voce a ciò che nell'uomo normale resta represso. Isaia è uno di questi. Isaia parla di un tempo in cui gli Zoppi salteranno come cervi, i muti grideranno di gioia, dal deserto verranno fuori le acque". In quel mondo arcaico queste sono cose che davvero coincidevano con i sogni veri della gente. Il profeta dà libero sfogo a queste aspettative e lo fa chiamando in causa Dio. La sua forza è che come garante ha Dio stesso. Il profeta afferma che questo tempo non è un tempo che verrà chissà quando, è già presente dentro di noi. Questo oggi di Dio, questo tempo che non si dipana in passato, presente e futuro, in cui è l'adempimento di tutte le attese, è dentro di noi come un germe e noi possiamo e dobbiamo fare fruttificare. Il problema vero è che queste possibilità si realizzino nel nostro mondo.

Però è pericoloso avere questi sogni? Quanti sogni di un cambiamento del mondo da cui nascono le rivoluzioni, quante masse hanno marciato dietro le bandiere aspettando il sole dell'avvenire!

Se cade un sogno, la gente è scoraggiata, è desolata. In questo nostro tempo è immensa la desolazione; ci sono molti scoraggiati che non credono più ad un possibile cambiamento del mondo. Qualcuno si adatta, con rapido riciclaggio, e ne vediamo tanti. Anche nel semplice arco della memoria io ne conosco tanti che venti/trent'anni fa aspettavano un mondo diverso e adesso sono ormai tutti tranquilli. Altri, molti, sono scoraggiati. Non possiamo rinunciare, pena la nostra dignità![]

Che compito ha una comunità cristiana? Se la comunità cristiana non fa che ratificare l'ordine esistente, cioè il mondo com'è, e sacralizzandolo lo introduce al suo interno, ha già contraddetto la sua ragion d'essere, perché la comunità deve testimoniare che è possibile ciò che i profeti dicono….La comunità non è uno spazio sacro dove si fanno i giochi profetici, è il momento in cui si prende coscienza di ciò che deve essere la comunità umana. La nostra deve essere una forma di esistenza che diffonde queste aspettative nella comunità degli uomini, che è la nostra casa…

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p. Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” – vol. 2:

A proposito della Lettera di S. Paolo agli Efesini:

L’amore tra l'uomo e la donna implica un reciproco, totale abbandono, perché quando è amore è così.

Ma quando è amore? L'amore è una possibilità, non una realtà, se non rarissima; ma l'amore nella sua pienezza è un totale abbandono. Non è una ricerca di sé, da tutelare di fronte all'altro, ma una totale abdicazione a sé, che è stoltezza se non ci si colloca a questo livello, senza la preoccupazione di sapere che cosa mi darà quell'altro.

L'amore è un «sacramento di Dio» in questo senso, perché la verità ultima, quando voi avete tolto il cumulo delle verità parziali e siete arrivati in fondo e vedete splendere questo grammo d'oro, è l'abbandono totale in nome dell'amore. Questo è il polo della fede che dunque non ha niente a che fare con le compattezze sociali, con la religione sociologica, col «Dio con noi», «il nostro Dio è più grande del vostro», «Roma o Mosca». Queste sono tutte stoltezze carnali. Noi ci collochiamo al livello del mistero di Dio e del mistero dell'uomo quando scendiamo qui, dov’è il baricentro.

E se devo consigliare una via della verità dell'esistere è questa l'indicazione che do: il senso ultimo dell' esistere è in questa capacità di abbandonarsi, ma non con una specie di auto-annichilimento, ma con la certezza che questo abbandono rientra nell'onda dell'ultima verità di tutte le cose che è, per un verso, un annientamento e per l'altro un altro modo di essere: la nuova creazione, quella dell'amore. Tenete presenti questi due poli.

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Simone Weil:

Confessione di fede

Io credo in Dio, nella Trinità, nell’Incarnazione, nella Redenzione, nell’Eucarestia, negli insegnamenti dell’Evangelo. Credo, ovvero non faccio mio quanto la Chiesa dice al riguardo per affermarlo come si affermano dati dell’esperienza o teoremi di geometria, ma aderisco con l’amore alla verità perfetta, inafferrabile, racchiusa in tali misteri, e cerco di aprirle la mia anima affinché la sua luce possa penetrare in me.

Non riconosco alla Chiesa alcun diritto di limitare le operazioni dell’intelligenza o le illuminazioni dell’amore nell’ambito del pensiero. Le riconosco la missione, in quanto depositaria dei sacramenti e custode dei testi sacri, di formulare decisioni su alcuni punti essenziali, ma soltanto a titolo di indicazioni per i fedeli. Non le riconosco il diritto d’imporre i commenti di cui circonda i misteri della fede come se fossero verità; e ancor meno il diritto di usare la minaccia e il timore esercitando, per imporli, il suo potere di privare dei sacramenti.

Per me, nello sforzo della riflessione, un disaccordo apparente o reale con l’insegnamento della Chiesa è soltanto motivo di sospendere a lungo il pensiero, di spingere il più lontano possibile l’indagine, l’attenzione e lo scrupolo, prima di osare affermare qualcosa. Ma è tutto. Detto questo, io medito su ogni problema relativo allo studio comparato delle religioni, sulla loro storia, sulla verità contenuta in ciascuna di esse, sui rapporti della religione con le forme profane della ricerca della verità e con l’insieme della vita profana, sul significato misterioso dei testi e delle tradizioni del cristianesimo; e tutto ciò senza preoccupazione alcuna di un possibile accordo o disaccordo con l’insegnamento dogmatico della Chiesa.

Sapendomi fallibile, sapendo che tutto il male che per debolezza lascio sussistere nella mia anima vi produce necessariamente una quantità proporzionale di menzogna e di errore, io dubito in qualche modo persino delle cose che mi appaiono più manifestamente certe. Ma tale dubbio concerne in pari misura tutti i miei pensieri, quelli che sono in accordo come quelli che sono in disaccordo con l’insegnamento della Chiesa.

Spero e conto fermamente di rimanere in siffatto atteggiamento fino alla morte. Sono certa che questo linguaggio non racchiuda alcun peccato. E’ pensando diversamente che commetterei un crimine contro la mia vocazione, che esige un’assoluta probità intellettuale. Né posso discernere alcun movente umano o demoniaco all’origine di un simile atteggiamento. Esso può produrre solo pene, sconforto morale e isolamento. Soprattutto non ne può essere causa l’orgoglio ; perchè non c’è nulla che possa lusingare l’orgoglio in una situazione in cui si è agli occhi dei non credenti un caso patologico, dal momento che si aderisce a dogmi assurdi senza neppure la scusa di subire un’influenza sociale; mentre si ispira ai cattolici la benevolenza protettrice, un poco sdegnosa, di chi è arrivato verso chi è in cammino.

Non vedo dunque alcuna ragione di respingere il sentimento che è in me, cioè di perseverare in tale atteggiamento per obbedienza a Dio; se lo modificassi offenderei Dio, offenderei il Cristo, il quale ha detto: <<Io sono la verità>>. D’altra parte, già da molto tempo io provo un desiderio intenso e sempre crescente della comunione. Se si considerano i sacramenti un bene, se io stessa li considero tali, se li desidero, e se mi vengono rifiutati senza alcuna colpa da parte mia, non è forse questa una crudele ingiustizia?

Se mi si accordasse il battesimo, malgrado l’atteggiamento in cui persevero, si romperebbe con una consuetudine che dura da almeno diciassette secoli. Se questa rottura è giusta e desiderabile, se ci si rende conto che proprio oggi è di una urgenza più che vitale per la salvezza del cristianesimo – cosa che a me pare evidente – bisognerebbe allora, per la Chiesa e per il mondo, che si verificasse in forma eclatante, e non per iniziativa isolata di un prete disposto ad amministrare un battesimo oscuro e isolato.

Per tale motivo e per molti altri analoghi, fino ad ora non ho mai rivolto a un prete la domanda formale del battesimo. E non intendo farlo neppure ora. Tuttavia sento il bisogno – non astratto, ma pratico, reale, urgente – di sapere se, nel caso io lo domandassi, mi sarebbe accordato o rifiutato.”

(Simone Weil, Parigi 3 febbraio 1909 – Ashford 24 agosto 1943)

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    OMISSIONE DI SOCCORSO, 4 luglio 2018

Una cronologia disumana
29 giugno
103 persone annegate al largo di Garabulli (Libia) tra cui 3 bambini

1 luglio – (Fonte Alto commissariato ONU per i rifugiati)
63 dispersi in mare al largo di Zwara (Libia) 

2 luglio – (Fonte Alto commissariato ONU per i rifugiati)
114 dispersi in mare al largo delle coste libiche
276 rifugiati e migranti riportati a Tripoli 

3 luglio (fonte Guardia costiera libica)
6 persone annegate al largo di Garabulli (Libia)

In questi giorni tristi per le “civili” nazioni europee, tra cui anche l’Italia, di fronte a un continuo stillicidio di morti dovuti, possiamo dire, a un’omissione di soccorso in attesa (!!!) che l’Europa decida il da farsi, si sono levate alcune voci significative che, condividendole, vogliamo rilanciare dal nostro sito:
• Rompiamo il silenzio sull’Africa, è l’appello lanciato da Alex Zanotelli, padre comboniano, che richiama l’esigenza di informare sulle tragedie che colpiscono vari paesi dell’Africa per conoscere le cause che costringono le popolazioni a questo esodo biblico;
• Incapaci di mantenere le tradizioni umane del nostro Continente, potrebbe essere il titolo della lettera aperta che il vescovo Bettazzi ha inviato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

• Una maglietta rossa per fermare l’”emorragia di umanità”Don Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, ha lanciato un appello perché sabato 7 luglio tutti indossiamo una maglietta rossa, rosso come un semaforo che ci invita a fermarci per riflettere per metterci nei panni dei migranti che spesso vanno a morire sui barconi.

Ma subito, a mo’ di copertina di questo dossier, vogliamo trascrivere questo testo (poesia/canzone) di un capo scout, dedicato ai 100 morti in mare il 29 giugno;  morti affogati in attesa di una nave che li salvasse. (V)

*** *** ***
SE FOSSE TUO FIGLIO  
29 giugno 2018
Dedicata a i 100 morti in mare, morti affogati
in attesa di una nave che li salvasse.

Se fosse tuo figlio
riempiresti il mare di navi
di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme
a milioni
facessero da ponte
per farlo passare.

Premuroso,
non lo lasceresti mai da solo
faresti ombra
per non far bruciare i suoi occhi,
lo copriresti
per non farlo bagnare
dagli schizzi d’acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,
uccideresti il pescatore che non presta la barca,
urleresti per chiedere aiuto,
busseresti alle porte dei governi
per rivendicare la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
odieresti il mondo, odieresti i porti
pieni di navi attraccate.
Odieresti chi le tiene ferme e lontane
Da chi, nel frattempo
sostituisce le urla
Con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti
vorresti spaccargli la faccia,
annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa
non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Puoi dormire tranquillo
E sopratutto sicuro.
Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell’umanità perduta,
dell’umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Dormi tranquillo, certamente
non è il tuo.

Sergio Guttilla
Capo Scout Agesci nel gruppo Bolognetta1, ogni tanto scrivo poesie e canzoni, suonicchio chitarra e pianoforte.

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Prendendo lo spunto da alcuni suggerimenti di Papa Francesco sul rinnovamento della missione della Chiesa

Papa Francesco ha proposto in questi giorni ai Responsabili Nazionali delle opere missionarie di impegnarsi per un rinnovamento della struttura di cui sono coordinatori.

Al proposito chiede loro di attivarsi per una riflessione che culminerà in un seminario particolare nel mese di ottobre 2019.

Il discorso è riferito direttamente alla struttura delle Pontificie Opere Missionarie, ma ritengo che possa suggerire spunti opportuni anche alle organizzazioni come l’ ACCRI che ispirano la loro azione alle prospettive del Vangelo e all’azione di Gesù Cristo.

Il nostro obiettivo è sempre la condivisione dell’impegno di sviluppo per tutti i popoli, con particolare attenzione a quelli che sono maggiormente provati dall’indigenza e dallo sfruttamento dei popoli del benessere. Il legame con l’obiettivo della missione della Chiesa di Papa Francesco mi pare evidente.

Vi propongo, quindi, un estratto dal discorso di Papa Francesco perché possa suggerire spunti e riflessioni di cui sentiamo la necessità.

Udienza del Santo Padre ai Direttori Nazionali delle Pontificie Opere Missionarie

GIUGNO 01, 2018 18:36 - PAPA FRANCESCO:

.... Abbiamo davanti un interessante cammino: la preparazione del Mese Missionario Straordinario dell’ottobre 2019, che ho voluto indire nella scorsa Giornata Missionaria Mondiale dell’anno 2017.

  • una grande opportunità per rinnovare l’impegno.

Sempre si devono rinnovare le cose: rinnovare il cuore, rinnovare le opere, rinnovare le organizzazioni, altrimenti, finiremmo tutti in un museo….

  • il pericolo che l‘operato si riduca alla mera dimensione monetaria e tecnica dell’aiuto – è una vera preoccupazione – trasformandoci in un’agenzia come tante, fosse anche cristianamente ispirata

  • impegno riproposto come attuale e urgente per il rinnovo della consapevolezza oggi, una grande e coraggiosa intuizione: la necessità di riqualificare la missio….

  • vivere una forte comunione di spirito, di collaborazione reciproca e di mutuo sostegno.

  • Se il rinnovamento sarà autentico, creativo ed efficace, la riforma consisterà in una rifondazione, una riqualificazione secondo le esigenze del mondo attuale. Non si tratta semplicemente di ripensare le motivazioni per fare meglio….

  • richiede disponibilità solidale personale e creatività spirituale. Dunque non solo rinnovare il vecchio, ma permettere che lo Spirito crei il nuovo!

  • Non abbiate paura delle novità” che vengono dallo Spirito: queste novità sono belle. Abbiate paura delle novità: che non vengono di là.

  • Siate audaci e coraggiosi” collaborando, sempre in comunione con la comunità.

  • Il vostro libro abituale di orientamento meditazione ? Andare lì a trovare l’ispirazione. CHE COSA E CHI ci accompagna, ci ispira?

Abbiamo bisogno di riqualificarci, riqualificare lo sforzo di collaborazione attraverso i programmi o progetti e la formazione che è sempre indispensabile affinché coscienza, consapevolezza e responsabilità siano parte del vissuto ordinario.

Noi non abbiamo un prodotto da vendere ma una convinzione da comunicare !

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23.04.18         Ernesto Balducci - "Il Vangelo della pace" voi. 2 anno B

Nella misura in cui è giusto avere delle predilezioni all'interno di questo grande universo che è la Sacra Scrittura - la parola di Dio consegnata a un libro - le parole della lettera di Giovanni che abbiamo ascoltato sono quelle che particolarmente prediligo. Le prediligo perché segnano con forza lo stacco che separa la nostra conoscenza, la nostra possibilità di definire chi è Dio e chi è l'uomo, e la realtà di Dio e dell'uomo.

Noi non sappiamo quello che siamo e non sappiamo nemmeno chi è Dio: lo sapremo quando lo vedremo faccia a faccia. E uno dei luoghi dove viene alla superficie l'essenza stessa del discorso di Gesù di Nazareth sul mistero di Dio e sul mistero dell'uomo. Dinanzi a queste parole io posso cominciare col rendere onore a tutti coloro che non sanno credere in Dio, che reagiscono con fastidio interno dinanzi a chi parla di Dio come se lo avesse visto in faccia, che hanno paura delle definizioni suggestive che ci introducono di prepotenza nella sfera dell'oscuro, del mistero, dove cercare la chiarezza può essere anche un modo astuto per liberarsi dalla inquietudine e dal tormento.

Vorrei dunque rendere onore al dubbio che attraversa anche molte coscienze di coloro che pur si dicono credenti. Se dico che dobbiamo ospitare il dubbio, lasciargli spazio in noi, e proprio perché non ci venga di trasformare la fede in fanatismo. C'è un capello appena tra il fanatismo e la fede. Può bastare un piccolo spostamento di ottica perché le parole che sono espressione della fede autentica e liberatrice diventino espressione e strumento di sopraffazione spirituale. Per sviluppare il discorso di cui ci viene offerta oggi l'occasione, possiamo prendere i due anelli estremi di una catena. il primo anello è l'uomo storpio, l'altro anello è il Dio che non conosciamo.

Tra questi due anelli estremi c'è Gesù, «pietra scartata». Lo storpio è un'immagine dell'uomo scartato: non lo assumono a lavorare, non è un metalmeccanico, non è un deputato.. è un menomato che nella società antica era affidato alla carità. Una pietra scartata per costituzione. Noi ne conosciamo tante di pietre scartate, le abbiamo ben catalogate ormai. Anche se la scienza fa di tutto per recuperare gli handicappati però essi sono scartati. Abbiamo i carcerati, gli anziani, i tossicodipendenti... Le pietre scartate, o per malizia altrui o per debolezza personale, rappresentano il punto in cui la nostra esigenza della costruzione di una società umana e razionale fa fallimento. Dovunque c'è l'uomo non efficiente, non dotato, rimesso totalmente, piedi e mani, alla benevolenza altrui. Ci sono gli scartati. In questo versante c'è anche Gesù di Nazareth che è stato una pietra scartata con tutti i sigilli: nessuno è più scartato di un condannato a morte (specialmente nella cultura di allora) e ad una morte infame. Questo è il mondo nel suo versante oscuro.

C'è poi l'altro versante, dove abita e si nasconde Colui che non conosciamo. Anche quelli che non hanno nessuna professione di fede non possono non presentarsi al futuro, personale e collettivo, con la faccia davanti al buio, all'ignoto, all'inconoscibile. Noi credenti affermiamo che il quelle tenebre abita Colui che è l'amore da cui tutte le cose derivano ma dobbiamo riconoscere che non lo conosciamo. C'è Uno che è venuto da Dio e che ce ne ha parlato non come un professore, ma mostrandoci la sua vita: «lo sono la via. Chi vede me vede il padre».

Chi ha visto Gesù ha veduto uno da cui si doveva fuggire. I discepoli, stati alla sua scuola per tre anni, fuggirono tutti quando lo videro ridotto ad un condannato. [...] Come vedete siamo in una catena dove tutto si tiene, in qualche modo, e che misura i limiti della nostra capacità conoscitiva. Noi non siamo in grado di dare al mondo in cui viviamo una impronta di razionalità etica; esso ci sfugge da ogni parte.

Chiunque vuol costruire, ad ogni costo, uno stato perfetto, è un potenziale delinquente, perché avrà il compasso in mano e quel che non rientra nel compasso sarà tagliato. Viviamo in questa oscillazione drammatica tra la rinuncia a capire e a fare, che è la peggiore delle scelte, e la decisione a capire e a fare, e allora siamo nel rischio. [...1 Quando Pietro deve dare inizio all'annuncio che Gesù, lo scartato, è stato liberato da morte, lo fa guarendo lo storpio per manifestare questa nuova signoria nata per decisione di Dio e in cui lo scartato, la pietra scartata, è diventata pietra angolare, punto di sostegno di una nuova costruzione che si fa privilegiando gli scartati. La guarigione dello storpio è l'emblema di questo nuovo processo: è dall'amore per gli scartati che nasce la capacità di guardare dall'altra parte, di guardare verso l'ignoto, verso Dio, sapendone qualcosa. Noi ne sappiamo qualcosa perché facciamo, dinanzi all'uomo che ha bisogno di noi, il gesto della dedizione, della premura, e rifiutiamo di farci solidali con i processi o le norme o le leggi o i poteri che scartano gli uomini. Noi siamo solidali con gli scartati.

Questa scelta non è una pura opera di pietà e di misericordia. È un evento conoscitivo l'assumere lo scartato come luogo in cui si manifesta la falsità del mondo di cui facciamo parte. Se io soffro quando sento o leggo o vedo che un negro è perseguitato per la pelle che ha, non sono solo un uomo di buon cuore, sono uno che ha bisogno di riprendere le misure di questo mondo: mi vergogno delle biblioteche, dei libri, del mio popolo, del mio paese, della mia civiltà occidentale... Non è un episodio parziale, affettivo, è una rivoluzione interna che avviene in me. Se il mondo considera tollerabile che si offenda un uomo per la pelle che ha, io non accetto più questo mondo. Questo mio sdegno è sdegno evangelico. Allora mi colloco in una situazione reale e posso cominciare a parlare di Dio...

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Alex Zanotelli, 24.03.18, Napoli    “...Europa, cosa ti è successo …?” 

SONO INDIGNATO!

Sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi verso i migranti,nell’indifferenza generale. Stiamo assistendo a gesti e a situazioni inaccettabili sia a livello giuridico, etico ed umano.

E’ bestiale che Destinity, donna nigeriana incinta, sia stata respinta dalla gendarmeria francese. Lasciata alla stazione di Bardonecchio, nella notte, nonostante il pancione di sei mesi e nonostante non riuscisse quasi a respirare perché affetta da linfoma. E’ morta in ospedale dopo aver partorito il bimbo:un raggio di luce di appena 700 grammi!

E’inammissibile che la Procura di Ragusa abbia messo sotto sequestro la nave spagnola Open Arms per aver soccorso dei migranti in acque internazionali, rifiutandosi di consegnarli ai libici che li avrebbero riportati nell’inferno della Libia.

E’ disumano vedere arrivare a Pozzallo sempre sulla nave Open Arms Resen, un eritreo di 22 anni che pesava 35 kg, ridotto alla fame in Libia, morto poche ore dopo in ospedale. Il sindaco che lo ha accolto fra le sue braccia , inorridito ha detto :”Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti”.

E’ criminale quello che sta avvenendo in Libia, dove sono rimasti quasi un milione di rifugiati che sono sottoposti-secondo il il Rapporto del segretario generale dell’ONU ,A. Guterres- a “detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale , a lavori forzati e uccisioni illegali.” E nel Rapporto si condanna anche ”la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia Costiera libica nei salvataggi e intercettazioni in mare.”

E’ scellerato, in questo contesto, l’accordo fatto dal governo italiano con l’uomo forte di Tripoli, El- Serraj (non c’è nessun governo in Libia!) per bloccare l’arrivo dei migranti in Europa.

E’ illegale l’invio dei soldati italiani in Niger deciso dal Parlamento italiano, senza che il governo del Niger ne sapesse nulla e che ora protesta.

E’ immorale anche l’accordo della UE con la Turchia di Erdogan con la promessa di sei miliardi di euro, per bloccare soprattutto l’arrivo in Europa dei rifugiati siriani, mentre assistiamo a sempre nuovi naufragi anche nell’Egeo: l’ultimo ha visto la morte di sette bambini!

E’ disumanizzante la condizione dei migranti nei campi profughi delle isole della Grecia. “Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi- ha detto l’arcivescovo Hyeronymous di Grecia a Lesbos- è in grado di riconoscere immediatamente, nella sua interezza la “bancarotta dell’umanità.”

E’ vergognoso che una guida alpina sia stata denunciata dalle autorità francesi e rischi cinque anni di carcere per aver aiutato una donna nigeriana in preda alle doglie insieme al marito e agli altri due figli, trovati a 1.800 m , nella neve.

Ed è incredibile che un’Europa che ha fatto una guerra per abbattere il nazi-fascismo stia ora generando nel suo seno tanti partiti xenofobi, razzisti o fascisti.

Europa , cosa ti è successo?”, ha chiesto ai leader della UE Papa Francesco. E’ questo anche il mio grido di dolore. Purtroppo non naufragano solo i migranti nel Mediterraneo, sta naufragando anche l’Europa come “patria dei diritti”.

Ho paura che , in un prossimo futuro, i popoli del Sud del mondo diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti. Per questo mi meraviglio del silenzio dei nostri vescovi che mi ferisce come cristiano, ma soprattutto come missionario che ha sentito sulla sua pelle cosa significa vivere dodici anni da baraccato con i baraccati di Korogocho a Nairobi (Kenya). Ma mi ferisce ancora di più il quasi silenzio degli Istituti missionari e delle Curie degli Ordini religiosi che operano in Africa. Per me è in ballo il Vangelo di quel povero Gesù di Nazareth :”Ero affamato, assetato, forestiero…” E’ quel Gesù crocifisso, torturato e sfigurato che noi cristiani veneriamo in questi giorni nelle nostre chiese, ma che ci rifiutiamo di riconoscere nella carne martoriata dei nostri fratelli e sorelle migranti. E’ questa la carne viva di Cristo oggi.

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Condividiamo questa riflessione del gruppo “chiesadituttichiesadeipoveri”.

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it  _12.03.18

UN PAPATO MESSIANICO

Giungono a compimento, questo 13 marzo, i primi cinque anni del pontificato di papa Francesco; è un giorno perciò di auguri, per lui e per la Chiesa, ma anche occasione di un bilancio di ciò che è avvenuto finora.

Quanto agli AUGURI li accompagniamo con un regalo per lui, il video che pubblichiamo di una struggente canzone di dolore, di sorrisi e di speranza di bambini sradicati e profughi della Siria, ricordando che la Siria dilaniata è stata fin dall'inizio in questi anni al cuore dell'amore del papa.
Quanto al BILANCIO dedichiamo ad esso vari contributi. Anzitutto pubblichiamo un discorso dello stesso Francesco in cui c'è un po'
la chiave del rinnovamento della fede e della Chiesa: il vangelo della Parola di Dio non è un libro sigillato, ci sono molte cose che ancora non sono venute alla luce, la conoscenza della verità progredisce e la dottrina della fede non può stare in naftalina come una vecchia coperta da proteggere dai parassiti.

Ricordiamo poi il recente convegno sui primi cinque anni di Francesco tenutosi per iniziativa dell'UCSI presso la Federazione Nazionale della Stampa. Di quel convegno pubblichiamo l'intervento di Raniero La Valle, in cui si dà una rilettura di questo pontificato non solo come di un pontificato profetico, ma come di un pontificato messianico.

Nel vocabolario delle nostre Chiese, messianico vuol dire semplicemente cristiano. Dire messianico è il contrario che dire apocalittico (nel senso della fine), ma è anche il contrario che dire utopico (nel senso dell'attesa o auspicio di un futuro che non arriva mai).

Dire messianico vuol dire invece parlare del presente, nel quale però accade la novità, irrompe l'inedito, si apre un passaggio. È il termine che definisce ciò che fa Gesù nella sinagoga di Nazaret all'inizio del cammino che lo porterà sul Golgota: legge la buona notizia di Isaia 61 (gli umili sono esaltati, i cuori feriti sono fasciati, gli schiavi sono liberi e i prigionieri scarcerati) e dice: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi udite", ma fa esplodere quella parola in una straordinaria discontinuità, infatti non annuncia più un giorno di vendetta di Dio a favore del suo popolo di Sion, ma  annuncia l'anno di misericordia del Signore a favore di tutti i popoli, imprimendo così una svolta alla storia umana. Dentro questa svolta storica c'è tutta la tradizione che oggi viene chiamata giustamente giudeo-cristiana, ci sono le Chiese del Nuovo Testamento e ci sono anche i papi.

Se ora si guarda a questi cinque anni si possono cogliere i punti di svolta salienti di questo passaggio d'epoca:

  • la chiusura dell'età dello scarto e il ripudio del pensiero, anche religioso, della disuguaglianza;

  • il congedo dall'idea violenta, anche religiosa, della giustizia intesa come contrappasso;

  • la riapertura del Vangelo e perciò il ritorno del Figlio a rivelare i volti inediti del Padre….

Il papa sta aprendo nuovi orizzonti alla Chiesa ed al mondo, ma molte cose sono raffrenate o in ritardo, prima fra tutte il seguito da dare al riconoscimento del vitale ruolo delle donne nella Chiesa e alla nuova percezione dei ministeri.

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La straordinaria attualità di Gandhi: religione e politica, contro ogni guerra- A settant'anni dall'assassinio dell'apostolo della nonviolenza

da ADISTA - Mao Valpiana 30/01/2018

Non aveva partecipato ai festeggiamenti per l’indipendenza indiana, dopo averla conquistata con il satyagraha (la forza della verità o nonviolenza), perché la separazione tra India e Pakistan era per lui una grande sconfitta. E’ stato assassinato da un giornalista indù, alla testa di un complotto, che non gli aveva perdonato la sua azione per la riconciliazione religiosa e la sua apertura ai musulmani. Gandhi, che era di religione indù, fu considerato dai fondamentalisti di entrambe le parti come un traditore.  Sono passati 70 anni, da quel 30 gennaio del  1948, e il fondamentalismo fanatico pseudo religioso è ancora un pesante ostacolo per tanti processi di pacifica convivenza.
Dunque, non si può parlare di Gandhi senza riferirsi alla sua esperienza e alla sua definizione di religione: “Per me Dio è verità e amore; Dio è etica e morale; Dio è coraggio. Dio è la fonte della luce e della vita e tuttavia è di sopra e di là di tutto questo. Dio è coscienza. E’ perfino l’ateismo dell’ateo. Trascende la parola e la ragione. E’ un Dio personale per coloro che hanno bisogno della sua presenza personale. E’ incarnato per coloro che hanno bisogno del suo contatto. E’ la più pura essenza. E’, semplicemente, per coloro che hanno fede. E’ tutte le cose per tutti”.
Siamo in presenza di una religione aperta, libera, accogliente, amorevole, umana. La religione di Gandhi coincide con la ricerca della Verità, perché Dio stesso è Verità, e la Verità è Dio. Tuttavia in Gandhi c’è posto anche per una piena laicità. Ha saputo essere, insieme, un grande religioso e una grande statista: “se fossi un dittatore, religione e Stato sarebbero separati. Credo ciecamente nella mia religione. Voglio morire per essa. Ma è una mia faccenda personale. Lo Stato non c’entra. Lo Stato dovrebbe preoccuparsi  del benessere temporale, dell’igiene, delle comunicazioni, delle relazioni con l’estero, della circolazione monetaria e così via, ma non della vostra o mia religione. Questa è affare personale di ciascuno”.
Forse non è un caso che Gandhi avesse una grande ammirazione proprio per due italiani, San Francesco d’Assisi e Giuseppe Mazzini, un religioso e un laico.
Oggi nel mondo intero Gandhi è considerato il profeta della nonviolenza, ma il rischio è quello di farne un santo, un eroe, un simbolo, un mito. Gandhi, invece, nel corso di tutta la sua azione sociale e politica si è sempre sforzato di far capire che ciò che lui ha fatto poteva farlo chiunque altro, che “la verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne”. La novità emersa con Gandhi consiste nell’aver saputo trasformare le nonviolenza da fatto personale a fatto collettivo, da scelta di coscienza a strumento politico: con Gandhi la nonviolenza non è più solo un mezzo per salvarsi l’anima, ma diventa un modo per salvare la società. La nonviolenza è sempre esistita, presente in tutte le culture e in tutte le religioni, in oriente e in occidente, nei sacri testi della Bibbia e del Corano, della Bhagavad Gita e del Buddhismo. Ma è con Gandhi che la nonviolenza diventa un’arma di straordinaria potenza per liberare le masse oppresse.  Il Mahatma ci ha fatto scoprire che la nonviolenza è insieme un fine ed un mezzo, che per abbracciare e farsi abbracciare dal satyagraha ci vuole fede, pazienza, sacrificio, dedizione, addestramento: “Il satyagrahi si allena giorno per giorno, in ogni istante della propria vita, per diventare capace di soffrire con gioia e apprendere la difficile arte del dono della vita".
Gandhi è stato un grande innovatore, è stato l’uomo che ha riscattato il ventesimo secolo che altrimenti sarebbe stato consegnato alla storia come un secolo buio, per gli orrori delle guerre mondiali e per l’olocausto nei campi di sterminio. Gandhi è la preziosa eredità per il nuovo secolo.
Oggi il mondo è nuovamente sull'orlo del baratro atomico. Papa Francesco, fortemente impegnato per il disarmo nucleare, ha detto "Sì, ho veramente paura, siamo al limite", ed il bollettino degli scienziati atomici ha spostato in avanti l'orologio dell'Apocalisse a due minuti dalla mezzanotte!  
La mobilitazione contro la guerra (intendo contro tutte le guerre, fatte da chiunque per qualsiasi motivo e con qualunque arma) è coerente e vincente solo se fatta con i mezzi della nonviolenza. “La guerra è il più grande crimine contro l’umanità”. Gandhi condanna il ricorso alla guerra, senza appello, e ci indica anche il metodo giusto alternativo: “Si dice: i mezzi in fin dei conti sono mezzi. Io dico: i mezzi in fin dei conti sono tutto”. Dunque la nonviolenza di Gandhi è soprattutto prassi, azione, sperimentazione. Tutta la sua vita è spesa in questa ricerca, tanto da intitolare la sua autobiografia “Storia dei miei esperimenti con la verità”. Il mondo è solo all’inizio dell’esplorazione delle potenzialità della nonviolenza, la sola via che può salvare l’umanità. 
*  Presidente nazionale del Movimento Nonviolento

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dal sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

Newsletter n. 63 del 23 gennaio 2018

Cari Amici,
ha detto un giurista ormai classico, Carl Schmitt, che i principali concetti politici dell'Occidente sono concetti teologici secolarizzati. È stato un guaio, sia perché molti di tali concetti teologici sono stati presi per il verso sbagliato (o magari erano di una cattiva teologia), sia perché la teologia, secolarizzandosi, si snatura. È così che dall'onnipotenza di Dio è venuta l'onnipotenza dello Stato, dalla trascendenza è scaturita la sovranità che non riconosce niente sopra di sé, dal dies irae del giudizio divino è venuta la vendicatività della giustizia penale e da Carlo Magno si è arrivati ad Hitler.

L'altra conseguenza è che molti hanno perso la fede.
Papa Francesco sta facendo un'operazione del tutto diversa, nutre la fede del popolo di concetti teologici umanizzati. Cioè fa ciò che è il cristianesimo: Dio in forma umana, e dunque il crocefisso, la realtà guardata dagli uomini
come divina. Ciò comporta la riforma della Chiesa e del papato. Sull'aereo nel primo viaggio di ritorno dal Brasile si era chiesto "chi sono io Francesco?". Sull'aereo nell'ultimo viaggio da ritorno dal Perù si è dato una risposta: sono uno che può sbagliare, uno che con una parola infelice ha ferito le vittime che più vuole difendere, quelle degli abusi sessuali del clero; perché sentire che il papa dice "portatemi la prova" è uno schiaffo; a loro chiedo scusa, l'ho fatto senza volerlo, e mi fa tanto dolore.
È un piccolo episodio, giustamente amplificato dai media, ma umanizza un concetto teologico che, distorto, ha fuorviato la Chiesa: il papa come Dio in terra, l'arrogante amplificazione della dottrina dell'infallibilità, che non è il proclamare il dogma dell'Immacolata Concezione ma è l'idea che la Chiesa non sbaglia mai, che, come scrisse Gregorio VII, "la Chiesa Romana non ha mai errato né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerà per l'eternità", e che il papa è santo comunque, "per i meriti del beato Pietro", ed è lui che decide della coscienza dei fedeli e abbatte il muro di Berlino, fino al "santo subito" ai funerali di Papa Wojtyla.
La teologia umanizzata di papa
Francesco gli fa dire  ai giovani di Lima che i cristiani non devono essere dei supereroi, che Dio non si scoraggia mai per i loro difetti e i loro peccati, "no se desanima", che non c'è bisogno di truccarsi per piacergli, che Lui ha sempre scelto gente piena di difetti, "Mosè era balbuziente, Abramo un vecchio, Geremia molto giovane, Zaccheo uno piccoletto, i discepoli invece di pregare si addormentavano, la Maddalena, una peccatrice, Paolo, un persecutore di cristiani, Pietro, uno che lo ha rinnegato; e Lui non ha smesso di amarli, con i loro difetti, con la voglia di correggersi, ma così com'erano ...".
E la teologia umanizzata gli fa preferire una Chiesa "incidentata", piuttosto che barricata in casa, e anche di "incidentare" se stesso, perché poteva benissimo non rispondere alla giornalista di Iquique che gli chiedeva conto della sua difesa del vescovo Barros, ma ha pensato che lei "aveva diritto" a una risposta perché era una fedele di quella diocesi di cui Barros era stato vescovo, e perciò si è preso il rischio di una risposta maldes
tra, la cui intenzione era però di non mancare di giustizia. E ad averli feriti, col parlare di "prove", ha chiesto scusa ai discepoli abusati, e lo ha fatto con tenerezza, con misericordia. All'ordine dell'umano appartiene non l'essere infallibili e perfetti, ma l'essere giusti ed emendabili. E così anche per il papa. Così che si possa perdonare anche il papa.
Il suo ritorno a Roma è coinciso anche con il primo intervento del cardinale Bassetti, ossia della Chiesa italiana in formato Francesco, in una campagna elettorale politica. È stato un intervento generalmente ritenuto ineccepibile, contro il razzismo e contro le falsità della politica, con un forte appello a sposare la politica come vocazione, non per il potere, ma per servire il bene comune.
Un bene comune che è molto lontano, se le statistiche dell'OXFAM annunciano che la forbice della diseguaglianza si è allargata in modo perverso nel mondo globalizzato, tra i pochissimi (l'1%) che possiedono tutto e moltissimi (3,2 miliardi) che non possiedono niente, e dicono che questa divaricazione sociale è cresciuta paurosamente in Italia dove il 20% più ricco detiene oltre il 66% della ricchezza nazionale mentre il 60% più povero detiene il 14,8% della ricchezza nazionale e 14 miliardari hanno tanti soldi quanto il 30% più povero.
Mentre, come si duole il Presidente della CEI, sono ormai un milione e mezzo le famiglie italiane in povertà assoluta, con un aumento del 97% rispetto a dieci anni fa. È di questo, e non del poter celebrare delle nozze in aereo (perché anche di questo è stato rimproverato il papa) che si occupa la "dottrina sociale": ne scrive Daniele Menozzi per dire che se non ha perso il suo nome, si sta tuttavia liberando della sua armatura ideologica grazie all'attuale rinnovamento della Chiesa.

Con i più cordiali saluti
chiesadituttichiesadeipoveri"

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