E’ bello comprendere il significato delle descrizioni dei fatti del Vangelo apparentemente così semplici ... Ed è utile ricordare anche i ricordi storici delle consuetudini... ognuno ha la possibilità di sentire quanto ci appartiene – più o meno – quel timore del lebbroso che desidera almeno di poter pregare... E’ un Vangelo nuovo.


XIV TEMPO ORDINARIO – 7 luglio 2019

INVIO’ ALTRI 72 DISCEPOLI …

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Lc 10,1-12.17-20

[In quel tempo]

Il Signore designò altri settanta [due] e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa.

Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. (fine della forma breve)

Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».

I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo:

«Signore, anche I DEMÒNI SI SOTTOMETTONO A NOI nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi, però, perché I DEMÒNI SI SOTTOMETTONO A VOI; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

*

Il brano è esclusivo di Luca.

Dopo questi fatti…”, quali sono questi fatti?

Gesù ha inviato i 12 ad annunciare la novità, ma ritornano riferendo l’insuccesso, inviati a liberare le persone, non solo non sono riusciti a liberarle, ma addirittura vogliono impedirlo, si oppongono. Allora Gesù ha chiamato al suo seguito i Samaritani.

Dopo questi fatti, “il Signore…” - titolo con il quale nella comunità viene indicato Gesù risorto - “…designò altri Settantadue…. Perché Settantadue? Perché :

12 è il numero che riguarda le dodici tribù d’Israele, quindi questo riferimento significa che il messaggio è fatto per Israele;

72, secondo quanto si trova nel libro della Genesi al cap. 10, sono le nazioni pagane. Quindi è una missione universale, e Gesù manda i Samaritani, cioè quelli che non provengono da Israele, a tutti..

“…e li inviò a due a due…” - perché siano una comunità, ma soprattutto perché il numero due era indispensabile per essere testimoni - “…in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

E diceva loro: «La messe è abbondante…»” - cioè la risposta all’annuncio della buona notizia sarà abbondante, Gesù lo assicura: quando si proclama la Buona Notizia, il risultato sarà straordinario - “«…però sono pochi gli operai»”.

Allora questa è la richiesta di Gesù: “«Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe»”: ciò non riguarda soltanto le categorie dei preti, dei frati e delle suore – come a volte si pensa –ma è un invito rivolto a tutti i discepoli, affinché ognuno prenda coscienza dell’urgenza di svolgere questa missione. Poi Gesù dà delle indicazioni molto chiare:

  1. non si può smentire con il proprio comportamento il messaggio che si va ad annunciare: “«Vi mando come agnelli in mezzo a lupi»”: è l’opposizione della società, che, vedendosi minacciata nelle basi dell’AVERE, del SALIRE e del COMANDARE, sarà tremenda! Ma Gesù dice: “andate indifesi perché il Signore, lo Spirito, sarà la vostra difesa.

  2. Ma non basta! «Non portate borsa, né sacca, né sandali»”: cioè non pensate al vostro sostentamento, non preoccupatevi di quello che mangerete o berrete, perché il Signore provvederà; questo significa andare in maniera che lo stile di vita non smentisca la fede che annunciate.

  3. Non fermarsi a salutare nessuno lungo la strada: ricordiamo che il saluto orientale era tipicamente interminabile.

  4. Poi il Signore dà ancora delle indicazioni: “«In qualunque casa entriate prima dite: ‘Pace a questa casa!’ »”: questo è l’augurio: PACE : è un invito alla pienezza della felicità. “«Se vi sarà un figlio della pace…»” - cioè se ci sarà qualcuno che ha dentro di sé questo desiderio di pienezza di vita - “«…la pace scenderà su di lui»”.

  5. Gesù avverte poi: “«Restate in quella casa mangiando e bevendo di quello che hanno»”: si sapeva che nel mondo ebraico, ma anche in quello samaritano, si stava attenti a non mangiare e a non toccare nulla che fosse classificato come ‘impuro’ dalla Legge antica; per questo motivo non si entrava nelle case dei pagani che erano considerate impure. Con questa raccomandazione Gesù vuole dire ai discepoli: “Non abbiate di questi scrupoli legalistici”. Gesù già aveva detto altrove che non è quello che entra nell’uomo, ma quello che esce che lo rende impuro, quindi: “perciò andate senza preoccuparvi di ciò che vi sarà dato.

  6. «E non passate da una casa all’altra»”: negli Atti degli Apostoli Pietro dice : “non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza”. Gesù dice “Non abbiate nemmeno questi scrupoli, non fatevi questi problemi. Quindi possiamo tradurre nel nostro linguaggio: quando andate in una casa, non fate gli schizzinosi, non fate i difficili per motivi religiosi”, “«ma lì rimanete!»”.

  7. E di nuovo Gesù insiste. L’insistenza ci fa capire che quanto Gesù stava dicendo portava una certa resistenza in questi inviati: “«Mangiate quello che vi sarà offerto»”: quindi “non fate i difficili pensando e dicendo “questo è puro, questo è impuro, questo sì può e questo non si può”; “«Curate i malati che vi si trovano… »” : “«curate»” - non ‘guarite’, come troviamo tradotto, “«e dite loro: è vicino a voi il Regno di Dio!»: nel regno di Dio ci si prende cura dei bisogni e dei mali dell’umanità. Il regno di Dio è venuto ad alleviare i mali e le sofferenze che ci sono negli uomini e questi vanno curati.

E se non vi accolgono? Dice Gesù: non insistete! Si vede che l’ambiente non è ancora pronto; quindi “non perdete temporispettate la loro scelta.

Poi Gesù dice che la risposta dei pagani sarà superiore a quella di Israele. Ed elenca tre città pagane contrapposte a tre città di Israele, che sono Cafarnao, Corazin e Betsaida, che non lo hanno ricevuto. – ma questa parte è eliminata nella liturgia di oggi. -

Ecco il risultato: “I Settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome»”:

cioè grazie al messaggio di Gesù gli uomini sono stati liberati da quelle false ideologie che li rendevano refrattari, ostili a questa buona notizia. Solo chi è libero può liberare, ecco perché i Dodici non ci sono riusciti.

Ed ecco, importantissima, l’affermazione di Gesù: “«Vedevo satana cadere dal cielo come una folgore»”.

Nella concezione dell’epoca Satana stava nei cieli, era una specie di funzionario della corte divina. Nel libro di Giobbe si racconta che Dio riceve i suoi figli e fra questi c’è anche il Satana. Egli era come un ispettore generale di Dio; il suo compito era di sorvegliare gli uomini, per poi poterli anche accusare presso Dio e poter infliggere loro la pena per i loro peccati, per il comportamento riprovevole.

Ebbene, con l’annuncio dei Settantadue, la Buona Notizia ha avuto successo. E qual è la Buona Notizia? La Buona Notizia è che Dio è esclusivamente buono; il Dio di Gesù non è il Dio della religione che premia i buoni e castiga i malvagi, ma il Dio di Gesù comunica amore a tutti.

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Corpo e Sangue di Cristo

Commento di ENZO BIANCHI

23 giugno 2019

Luca Lc 9,11b-17

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Il cosiddetto racconto della “moltiplicazione dei pani” è attestato sei volte nei vangeli: due in Marco, due in Matteo, una in Luca e una in Giovanni, il che ci dice come quell’evento fosse ritenuto di particolare importanza nella vita di Gesù.

Nel vangelo secondo Luca, Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare la venuta del regno di Dio e a guarire i malati (cf. Lc 9,2), mostrando che la missione affidatagli da Dio con la discesa su di lui dello Spirito santo (cf. Lc 3,21-22), rivelata nella sinagoga di Nazaret (cf. Lc 4,18-19), era da lui estesa anche alla sua comunità. Compiuta questa missione, i discepoli fanno ritorno da Gesù e gli raccontano la loro esperienza.

Gesù allora li prende con sé, portandoli in disparte, in un luogo vicino alla città di Betsaida (cf. Lc 9,10). Ma le folle, saputo dove Gesù si era ritirato, lo seguono ostinatamente.

Ed ecco che Gesù le accoglie: aveva cercato un luogo di silenzio, solitudine e riposo per i discepoli tornati dalla missione, ma di fronte a quella gente che lo cerca, che viene a lui e lo segue, Gesù la accoglie con grande capacità di misericordia. È lo stile di Gesù, stile ospitale, stile che non allontana né dichiara estraneo nessuno. Queste persone vogliono ascoltarlo, sentono che egli può dare loro fiducia e liberarle, guarirle dai loro mali e dai pesi che gravano sulle loro vite, e Gesù senza risparmiarsi annuncia loro il regno di Dio, le cura e le guarisce. Questa è la sua vita, la vita di un servo di Dio, di un annunciatore di una parola affidagli da Dio.

Giunge però la sera, il sole tramonta, la luce declina, e i dodici discepoli entrano in ansia; “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta!”. La loro richiesta è all’insegna della saggezza umana, eppure Gesù non approva quella possibilità razionale, ma chiede loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Con questo invito li esorta a entrare nella dinamica della fiducia, che è presente in ogni cuore e che Gesù vuole ravvivare. Ma i discepoli non comprendono e insistono nel porre di fronte a Gesù la loro povertà: hanno solo cinque pani e due pesci, un cibo sufficiente solo per loro!

Allora Gesù prende l’iniziativa: ordina di far sedere tutta quella gente, a gruppi di cinquanta, perché non si tratta solo di sfamarsi, ma di vivere un banchetto, una vera e propria cena, nell’ora in cui il sole tramonta.

Prende i pani e i pesci, davanti a tutti, alza gli occhi al cielo, come azione di preghiera al Padre, benedice Dio e spezza i pani, presentandoli ai discepoli perché li servano, come a tavola: è un banchetto, il cibo è abbondante e viene condiviso da tutti.

Quelli che conoscevano la profezia di Israele, si accorgono che è accaduto un prodigio che già il profeta Eliseo aveva fatto in tempo di carestia, nutrendo il popolo affamato a partire dalla condivisione di pochi pani d’orzo (cf. 2Re 4,42-44).

Lo stesso compie ora Gesù e, dopo il suo gesto, avanza una quantità di cibo ancora maggiore: dodici ceste. Nel cuore dei discepoli e di alcuni dei presenti sorge la convinzione che Gesù è profeta ben più di Elia e di Eliseo, è profeta anche più di Mosè, che nel deserto aveva dato da mangiare la manna al popolo uscito dall’Egitto (cf. Es 16).

Ma cosa significa questo evento? Normalmente si parla di “moltiplicazione” dei pani, ma nel racconto non c’è questo termine. Dovremmo dire che c’è stata condivisione del pane, c’è stato lo spezzare il pane, e questo gesto è fonte di cibo abbondante per tutti. E’ una prefigurazione di ciò che Gesù farà a Gerusalemme la sera dell’Ultima Cena: “prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me’” (Lc 22,19).

Lo stesso gesto è ripetuto da Gesù risorto sulla strada verso Emmaus, di fronte ai due discepoli. Anche in quel caso, al declinare del giorno, invitato dai due a restare con loro (cf. Lc 24,29), “quando fu a tavola, prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 24,30).

Tre episodi che recano lo stesso messaggio: le folle, la gente, il mondo ha fame del regno di Dio, e Gesù, che ne è il messaggero e lo incarna, sazia questa fame con la condivisione del cibo, con lo spezzare il suo corpo, la sua vita, offerta a tutti.

Accogliamo il mistero nella sua semplicità. Cristo si dà a noi ed è cibo abbondante per tutti. Una volta spezzato (sulla croce), si dà a tutti coloro che lo cercano e tentano di seguirlo, a tutti quelli che hanno fame e sete della sua parola e desiderano condividere la sua vita. Se è vero che la dinamica dello spezzare il pane e del condividerlo trova nella celebrazione della cena eucaristica un paradigma di condivisione del nostro cibo materiale, il pane di ogni giorno.

L’eucaristia vuole essere magistero per le nostre tavole quotidiane, dove il cibo è abbondante, ma non è condiviso con quanti hanno fame e ne sono privi. Per questo, se alla nostra eucaristia non partecipano i poveri, se non c’è condivisione del cibo con chi non ne ha, allora anche la celebrazione eucaristica è vuota, perché le manca l’essenziale. Non è più la cena del Signore, bensì una scena rituale che soddisfa le anime dei devoti, ma in profondità è una grave menomazione del segno voluto da Gesù per la sua chiesa!

Con la condivisone dei pani e dei pesci insieme alle folle Gesù inaugura un nuovo spazio relazionale tra gli umani: quello della comunione nella differenza, perché le differenze non sono abolite, ma affermate senza che ne patisca la relazione segnata da fraternità, solidarietà, condivisione. E se nel mondo esiste la fame, se i poveri sono accanto a noi e l’eucaristia non ha per loro conseguenze concrete, allora la nostra eucaristia appare solo come scena religiosa.

In realtà restiamo ingabbiati nei riti e non riusciamo a celebrare il vero “rito cristiano”, “il culto secondo la Parola, che è offerta attraverso il servizio dei poveri e l’amore fraterno vissuto “fino all’estremo” (Gv 13,1).

Fonte: Monastero di Bose

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LO SPIRITO SANTO VI INSEGNERA’ OGNI COSA

PENTECOSTE - 09.06.2019

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Gv 14, 15-16.23b-26

[In quel tempo]:

Gesù disse ai suoi discepoli:

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.

[…] Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

*

Solo dopo aver reso i suoi discepoli capaci di amare, attraverso il dono del suo amore espresso nella lavanda dei piedi, amore che si fa servizio, Gesù chiede amore per sé. Infatti, per la prima volta, Gesù dice “«Se mi amate osserverete i miei comandamenti»”: è strano quello che chiede Gesù.

Gesù ha lasciato un unico comandamento. Come mai ora parla di comandamenti al plurale? C’è un unico comandamento, quello dell’amore vicendevole amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato, cioè servitevi – l’amore non é reale se non si esprime attraverso forme di servizio. Questo è l’unico comandamento.

Le manifestazioni visibili di questo unico comandamento, per Gesù hanno valore di comandamenti. Ma non sono dei precetti esterni che l’uomo deve osservare, ma la manifestazione esteriore di una realtà interiore. Il fatto di sentirmi tanto amato dal Padre, immeritatamente e incondizionatamente, mi porta ad amare gli altri. Questi sono i comandamenti;

«…e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito»” - questo è un termine greco, Paràclito, che significa esattamente “colui che viene chiamato in aiuto”, in soccorso. Allora può essere anche protettore.

Paràclito non è il nome dello Spirito, ma è la sua funzione. Quindi la funzione dello Spirito è colui che viene chiamato in aiuto, ma la funzione di questo Spirito che Gesù invia, non è che risponde ai bisogni della comunità, infatti Gesù dice «perché rimanga con voi per sempre»”.

Mentre il paràclito nel linguaggio comune è colui che viene chiamato in aiuto nei momenti di emergenza, questo Spirito che viene chiamato Paràclito, cioè protettore, soccorritore, è costante; la sua presenza non è dovuta a situazioni di pericolo della comunità.

Gesù sta invitando i suoi alla piena serenità, alla piena fiducia, come dicesse: “non preoccupatevi di nulla!”. Lo Spirito non interverrà solamente quando ne avrete bisogno, ma lo Spirito è sempre presente per cui precede i vostri momenti di necessità, i momenti di difficoltà della comunità. Quindi il suo aiuto, l’aiuto dello Spirito, non nasce dalle difficoltà, ma le precede. Questa è la base della serenità della comunità.

E continua Gesù: «Se uno mi ama…»” – e qui Gesù raggiungerà il vertice della sua rivelazione – “«osserverà la mia parola»”: che significa aver riconosciuto nel messaggio di Gesù la risposta al desiderio di pienezza di vita che ogni persona si porta dentro;

ed ecco la clamorosa rivelazione: «… il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui»”. Si realizza il progetto di Dio per l’uomo: è un Dio che non è lontano, è un Dio che non è distante. Non è un Dio che assorbe le energie dell’uomo, non è un Dio che attira l’uomo a sé, ma è un Dio che chiede all’uomo di essere accolto per fondersi con lui e dilatarne la capacità d’amore.

Potremmo dire con un’espressione che non siamo noi che andiamo in Cielo, ma è il Cielo che viene ad abitare in noi, ecco perché questa nostra vita è indistruttibile. Quindi ogni comunità, ogni credente, è l’unico vero santuario dal quale si irradia l’amore di Dio.

Mentre nel vecchio santuario le persone dovevano andare, e non tutte erano ammesse, questo nuovo santuario sarà lui che andrà incontro alle persone, specialmente richiama gli esclusi e gli emarginati dalla religione.

Si realizza quello che l’evangelista Giovanni aveva scritto nel Prologo: il Verbo, la parola di Dio, il progetto di Dio ha messo la sua tenda fra noi. L’unico vero santuario è l’uomo e la comunità cristiana, quindi è un Dio che chiede di essere accolto per fondersi con l’uomo. E’ un Dio che non chiede all’uomo che viva per lui, ma sia un dono d’amore per tutta l’umanità. Quindi “…verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”: è la manifestazione stupenda del progetto di Dio sull’umanità.

Gesù continua: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi, ma il Paràclito, lo Spirito Santo…»”, per la prima volta lo chiama ‘santo’, che non indica soltanto la qualità, la sua santità, ma l’attività: l’attività dello Spirito è separare l’uomo dalla sfera delle tenebre, della morte, per portarlo nella luce e nella vita;

«…che il Padre manderà nel mio nome…»”, - il nome di Gesù, in ebraico Jeshua, significa ‘il Signore che salva’, quindi il salvatore - «egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà»”: ricordare’ significa comprendere, “«tutto ciò che io vi ho detto»”. Perché? Perché più si ama e più si permette allo Spirito di entrare dentro di noi, e più le realtà di Dio-amore saranno visibili e più le potremo comprendere.

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VI DOMENICA DI PASQUA – 26 maggio 2019

LO SPIRITO SANTO VI RICORDERA’

TUTTO CIO’ CHE IO VI HO DETTO

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Gv 14,23-29

[In quel tempo] Gesù disse [a Giuda]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me.

Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

*

Queste parole di Gesù sono di estrema importanza. Se comprese, cambiano radicalmente il nostro rapporto con Dio e, di conseguenza, con i fratelli. Vediamole. Gesù sta rispondendo a Giuda, non l’Iscariota, che gli ha chiesto (v. 22) come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?”. Giuda si rivolge a Gesù come i suoi fratelli che dicevano: “Se fai queste cose manifesta te stesso al mondo”; non capiscono come mai Gesù non si manifesti alla gente in maniera straordinaria e spettacolare.

Ed ecco l’importante risposta di Gesù, “«Se uno mi ama, osserverà la mia parola»”: osservare la parola di Gesù significa aver riconosciuto in questa parola la forza creatrice di Dio, e in questa parola, la risposta di Dio al desiderio di pienezza di vita che ogni persona si porta dentro.

Come risposta di Dio a questa adesione a Gesù, “«Il Padre mio lo amerà»” . Ed ecco la novità straordinaria : «…e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui»”: il Dio di Gesù non è un Dio che assorbe l’uomo per sé, ma è il Dio che lo potenzia; è un Dio talmente innamorato degli uomini, che chiede di essere accolto nella loro vita per fondersi con loro e potenziarne, dilatarne la loro capacità d’amore. L’uomo non va in cielo, ma è il cielo che viene ad abitare nell’uomo e rende ogni uomo, ogni comunità, l’unico vero santuario nel quale si manifesta l’amore di Dio per tutta l’umanità.

L’evangelista qui sta ricordando quanto già aveva scritto nel Prologo (1,14), all’inizio del suo Vangelo: Dio ha posto la sua tenda fra noi”. Ogni creatura, ogni persona, è questo santuario. Questa non è una promessa per l’aldilà, ma una risposta del Padre a quanti danno adesione a Gesù. Chi non lo ama non osserva le sue parole perché non riconosce in queste parole la forza creatrice e “«la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.»”, assicura Gesù.

Il Padre di Gesù continua la sua stessa azione creatrice, attraverso opere che comunicano vita all’uomo. E poi ecco la promessa di Gesù della venuta del Paràclito, termine greco che indica colui che aiuta, colui che va in soccorso, ed è l’attività dello Spirito Santo, Spirito che viene chiamato “Santo”, non tanto per la qualità, quanto per la sua attività, che è quella di santificare, cioè separare le persone dalla sfera del male.

L’azione dello Spirito nel credente e nella comunità è questa: «Lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»”. La parola di Gesù e il suo messaggio sono talmente grandi, talmente enormi, che l’uomo con i suoi limiti non può comprenderli in una sola volta, in una sola esperienza, ma, man mano che accoglie questa parola e la traduce in opere che comunicano vita agli altri, si allarga, si dilata la sua capacità d’amore e permette a questa parola di essere sempre più compresa. Gesù assicura che la funzione dello Spirito nella sua comunità non è quella di annunciare un nuovo messaggio, ma di ricordare e di far prendere coscienza della potenza di questo messaggio. Gesù assicura che, di fronte ai nuovi bisogni, alle nuove situazioni, alle nuove emergenze che avverranno nella sua comunità, lo Spirito Santo saprà dare sempre nuove risposte ai nuovi bisogni.


V DOMENICA DI PASQUA – 19 maggio 2019

VI DO UN COMANDAMENTO NUOVO,

CHE VI AMIATE GLI UNI GLI ALTRI

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Gv 13,31-33a.34-35

Quando Giuda fu uscito dal cenacolo, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui.

Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.

Figlioli, ancora per poco sono con voi. ……

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.

Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

*

Alla base dell’unico comandamento della comunità cristiana, non c’è un dottrina rivelata, ma c’è un gesto d’amore.

Quando fu uscito…”: Giuda è uscito e non ha accettato l’offerta incondizionata d’amore che Gesù gli sta riproponendo nella cena, ed esce. E aggiunge l’evangelista: Ed era notte”: Giuda è immerso nelle tenebre, è sprofondato, è stato inghiottito dalle tenebre, la luce che Gesù gli offre non lo raggiunge.

“….Gesù disse: «Ora»”questa è l’‘ora’ annunciata da tempo in tutto il Vangelo adesso si realizza - “«il Figlio dell’uomo è stato glorificato e Dio è stato glorificato in lui»”: Gesù ha offerto amore incondizionato a tutti, anche al discepolo traditore; al suo odio Gesù ha riproposto l’amore fino a donargli quel boccone che rappresentava se stesso. Giuda lo ha rifiutato. Ebbene, quando l’amore si manifesta in maniera incondizionata, lì si manifesta la gloria di Dio.

Gesù dice: “il figlio dell’uomo è stato glorificato”: Gesù è Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo; è Figlio di Dio, e Dio manifesta in lui la sua condizione pienamente umana; è Figlio dell’Uomo, cioè in Gesù Dio manifesta l’uomo nella condizione divina: quando l’uomo è capace di arrivare ad amare in maniera incondizionata, in lui si manifesta la condizione divina.

E Gesù continua: “«Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito»”. Gesù sta anticipando quello che accadrà nel momento della passione, dove, man mano che le tenebre s’addenseranno su Gesù, brillerà più che mai la luce del suo amore, fino a diventare insostenibile. Gesù sarà la luce che splende nelle tenebre.

In questo momento drammatico, Gesù si rivolge con una tenerezza infinita ai discepoli chiamandoli “Figliolini” – è l’unica volta che appare questo termine nel Vangelo di Giovanni –, letteralmente si potrebbe tradurre con un termine vezzeggiativo: ‘bambini’; “«figliolini, ancora per poco sarò con voi»”infatti tra poco Gesù sarà arrestato - “«Voi mi cercherete, ma come ho detto ai giudei ora lo dico anche a voi, dove vado io voi non potete venire»”: perché i discepoli non possono andare dove va Gesù (Gesù in quel momento va verso la morte)? Perché i discepoli non hanno ancora lo forza dello Spirito che li sostiene e che Gesù effonderà su di loro dalla croce e al momento della prima apparizione da risorto. I discepoli sono disposti a dare la vita per Gesù, a morire per Gesù, ma non ancora a morire con lui e, soprattutto, come lui.

Ebbene, in questo momento delicato, Gesù lascia alla sua comunità l’unico comandamento: “«Vi do un comandamento nuovo»”. L’evangelista non dice che Gesù lascia un nuovo comandamento, cioè ci sono già quelli della legge di Mosè, i 10 Comandamenti, e Gesù ne aggiungerebbe uno suo; no, Gesù non lascia un nuovo comandamento, ma un comandamento che è nuovo. L’aggettivo “nuovo” in greco indica ‘di una qualità migliore’, un comandamento migliore, che sostituisce tutto il resto.

d. Lucio specifica:

Non ci tragga in inganno la parola comandamento, che, in questo caso, sarebbe riduttiva. Il testo greco non usa più  legge di Mosè, realtà positiva ma superata; usa  = manifestazione della volontà di Dio.

E il verbo in Giovanni significa sì “dare”, ma con la sfumatura di “donare”.

Il comandamento è un dono, in linea con la tradizione biblica che indicava la Legge data da Dio non per salvare i privilegi di Dio, ma per il suo popolo, per noi, e indica una strada di vita e una luce sul cammino.

Il comandamento nuovo è il punto centrale di tutto il “lieto messaggio” di Gesù.

E’ un riferimento a ciò che l’evangelista aveva già anticipato nel Prologo, quando aveva detto “la legge fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù”. Allora Gesù dà un comandamento e, se lo chiama comandamento è per contrapporlo a quelli di Mosè, perché Gesù comanda l’unica cosa che non può essere comandata ad un uomo. In realtà non è un comandamento! L’amore, infatti, è ciò che non si può comandare a un uomo. Puoi comandare di obbedire, di servire, ma non di amare.

Ed ecco il comandamento: “«Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi»”: Gesù non dice “come io amerò voi”, al futuro, non si riferisce al dono totale e supremo che manifesterà tra poco sulla croce, ma dice “come io vi ho amato”.

E Gesù come ha mostrato di amare? Il contesto dell’ultima cena ci riporta al momento nel quale Gesù, portando al massimo la sua capacità d’amore, si è fatto dono per i suoi e si è messo a lavare loro i piedi. Quindi è un amore che si esprime nel servire. Cioè è un amore che diventa visibile attraverso il servire: «così amatevi anche voi gli uni gli altri»

L’unico comandamento della comunità cristiana è un amore che si manifesta visibilmente nel servizio. Questo è l’unico distintivo dei credenti in Gesù. Essere discepoli di Gesù non si vede da distintivi, da abiti, da ornamenti, o da chissà che, l’unico distintivo che indica che si è discepoli di Gesù è l’amore che si trasforma in servizio per gli altri. Infatti Gesù dice: “«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri»”.

In questo comandamento Dio, che si manifesta in Gesù, non assorbe le energie dei suoi, ma comunica le sue a loro, dice “come io vi ho amato”, così Gesù comunica l’amore. Il Dio di Gesù non assorbe gli uomini, ma chiede di essere accolto per fondersi con loro e donare loro la sua stessa capacità d’amore, dilatando al massimo la loro generosità, il loro dono, il loro servizio e il loro altruismo.

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  IV DOMENICA DI PASQUA – 12 maggio 2019

ALLE MIE PECORE IO DO LA VITA ETERNA

Commento al Vangelo di P. Alberto Maggi OSM

Gv 10,27-30

In quel tempo,

  • Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

  • Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.

  • Il Padre mio me le ha date, e il gregge è più grande di tutti

  • e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.

  • Io e il Padre siamo una cosa sola».

*

Ogni volta che Gesù, il figlio di Dio, e Dio lui stesso, si trova nel tempio di Gerusalemme - il luogo più sacro della terra, il luogo più santo di Gerusalemme, il luogo dove si riteneva fosse presente Dio stesso - è sempre una situazione di conflitto.

In questo brano di Giovanni è l’ultima volta che Gesù si trova nel tempio, nel santuario di Gerusalemme, e questa volta addirittura tenteranno di lapidarlo. Vediamo cosa è successo.

Il contesto più ampio nel quale l’evangelista li inserisce: è una delle feste più importanti di Israele, la festa della dedicazione, - in ebraico Hanukkah - cioè la riconsacrazione del tempio, fatta da Giuda il Maccabeo nel 165 a.C. Per l’occasione si accendeva un grandissimo candelabro ed era chiamata la festa delle luci. Chiaramente c’è un conflitto tra questa festa delle luci e Gesù che si presenta – lui – come luce del mondo.

Infatti quando Gesù entra nel tempio viene subito accerchiato dalle autorità che gli chiedono letteralmente: “fino a quando ci togli la vita?” La missione di Gesù di restituire vita al popolo significa toglierla alle autorità che dominano questo popolo. Questa volta Gesù rivolge alle autorità religiose, i rappresentanti di Dio, parole molto severe.

Gesù dice: “Voi non credete perché non fate parte delle mie pecore”:

  • Gesù si era presentato come il vero pastore inviato da Dio per adunare il popolo, il gregge;

  • eppure Gesù dice che ci sono alcuni che non fanno parte di questo gregge.

  • Proprio le autorità religiose, i capi spirituali, quelli che ritenevano per diritto di essere i più vicini a Dio, Gesù dice che sono esclusi. Ed ecco i versetti che la liturgia ci presenta:

Gesù afferma: “Le mie pecore…”: quindi Gesù sottolinea ancora una volta che le pecore sono sue, lui è il vero pastore, perché il pastore è colui che dà la vita per le proprie pecore;

“… ascoltano la mia voce…”: la voce di Gesù, che è la voce di Dio, è la risposta di Dio al bisogno di pienezza di Dio che ogni persona si porta dentro. Quello che caratterizza la voce di Gesù è che il messaggio d’amore non viene imposto, ma viene offerto, semplicemente proposto;

“…e io le conosco …” : è importante in questo brano l’uso del verbo “conoscere”. Indica una conoscenza veramente intima, profonda dei suoi;

“…ed esse mi seguono.” : lo seguono perché trovano in Gesù la risposta al proprio ideale di vita, cosa che invece non trovano i capi, perché Gesù aveva detto: “almeno credete alle opere”. Ma loro non possono credere in queste opere perché le opere di Gesù sono tutte tese a restituire vita al popolo. E loro sono quelli che invece soffocano questa vita.

E Gesù continua: Io do loro la vita eterna”: è un tema caro all’evangelista questo. La vita eterna non è un merito, ma è un dono da parte di Dio e si chiama eterna non tanto per la durata, indefinita, ma per la qualità, che è indistruttibile;

e non andranno perdute in eterno- cioè mai - “e nessuno le strapperà dalla mia mano”. Ecco, Gesù dà un avviso molto severo, molto chiaro alle autorità religiose: non tentino di strappare queste pecore dalla sua mano. Lui sarà il pastore che darà la vita per le sue pecore.

Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti”: questo è un versetto un po’ difficile e complesso. Ci sono ben cinque varianti perché il problema è capire cos’è più grande, il padre o il gregge? In fondo il senso, il significato, non cambia. Noi proponiamo la versione in cui quello che è più grande, più importante, è il gregge, che il Padre ha dato al figlio. Quindi il Padre che ha dato questo popolo a Gesù, è il dono più grande che poteva fargli. E se prima Gesù aveva parlato della sua mano (nessuno le può strappare dalla mia mano) ora arriva a dire e nessuno può strapparle dalla mano del Padre: quindi non si può distinguere tra Gesù e Dio come facevano le autorità religiose. Dio e Gesù sono la stessa cosa. E il gregge sta nella mano di Gesù che è la mano del Padre. E nessuno tenti di rubare di nuovo questo gregge come avevano fatto le autorità.

Ed ecco la frase che gli sarà fatale, la bestemmia, subito dopo la quale scatterà l’azione di linciare Gesù, di lapidarlo. Gesù afferma: Io e il Padre siamo una cosa sola”: la traduzione non è corretta. Il testo dice: “Io e il Padre siamo uno. Uno nella simbologia biblica è il numero che indica la divinità. Gesù sta dicendo che lui è Dio, come il Padre è Dio. Io e il Padre siamo uno. Questa è una bestemmia insopportabile.

L’evangelista qui realizza quello che aveva scritto nel prologo all’inizio del suo vangelo, quando aveva affermato che Dio nessuno l’ha mai visto, solo il figlio ne è la rivelazione. Gesù non è un inviato da Dio, Gesù non è un profeta di Dio, Gesù è la manifestazione visibile e terrena di quello che Dio è. Ed ecco perché Gesù dice: “Io e il Padre siamo uno”.

Dopo di questo succede il finimondo. Scriverà l’evangelista che le autorità, i capi, prenderanno delle pietre per lapidarlo e diranno il motivo: non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia. Perché tu che sei uomo ti fai Dio” : quello che era il progetto di Dio sull’umanità, che ogni creatura diventasse suo figlio e avesse la sua stessa vita divina, per le autorità religiose che dovevano far conoscere questo progetto al popolo, era in realtà una bestemmia da punire con la morte.

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PASQUA – 21 aprile 2019

EGLI DOVEVA RISUSCITARE DAI MORTI

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Gv 20, 1-9

II primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.

Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

*

Se Maria di Magdala si fosse recata al sepolcro un giorno prima, avremmo celebrato la Pasqua un giorno prima. Scrive Giovanni nel capitolo 20: Il primo giorno della settimana” - letteralmente “nel primo dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro”. Perché Maria di Magdala non si è recata al sepolcro subito dopo la sepoltura di Gesù, ma ha atteso il primo giorno dopo il sabato? Perché è ancora condizionata dall'osservanza della Legge, il riposo del sabato. E quindi l'osservanza della Legge ha impedito di sperimentare subito la potenza della vita che c'era in Gesù, una vita capace di superare la morte. L'evangelista, attraverso questa indicazione, vuole segnalare ai suoi lettori che l'osservanza della Legge ritarda l'esperienza della nuova creazione che viene inaugurata da Gesù.

L'espressione “il primo giorno della settimana” richiama infatti il primo giorno della creazione, in Gesù c'è la nuova creazione, quella che veramente è creata da Dio e come tale non conosce la morte, non conosce la fine. Ma la comunità, rappresentata da Maria di Magdala, è ancora condizionata dall'osservanza della Legge e questo ritarda l'esperienza della resurrezione.

Si recò al sepolcro di mattino quando era ancora buio”. Le tenebre sono immagine dell'incomprensione della comunità, che ancora non ha compreso Gesù, che si è definito “luce del mondo”, il suo messaggio, la sua verità.

E vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro”. Ebbene la prima reazione di Maria di Magdala è correre da Simon Pietro e dall'altro discepolo. Gesù aveva detto (Gv 16,32a): Viene l'ora in cui vi disperderete ciascuno per conto suo”. Ebbene, l'evangelista attribuisce a questa donna, Maria di Magdala, il ruolo del pastore che raduna le pecore che si erano disperse.

E annuncia loro: “«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto»”. Non parla di un corpo, ma parla del Signore, quindi c'è già l'allusione che è vivo questo Gesù. Ebbene cosa fanno Pietro e l'altro discepolo?

Si recano al sepolcro”. L'unico posto dove non dovevano andare. Nel vangelo di Luca (24,5) sarà espresso molto chiaramente dagli uomini che frenano le donne che vanno al sepolcro: Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”.

Pietro e l'altro discepolo vanno in cerca del Signore nell'unico posto dove lui non c'è, cioè nel luogo della morte. Come Maria per l'osservanza del sabato ha ritardato l'esperienza di una vita più forte della morte, perché Gesù non può essere trattenuto nel sepolcro, luogo di morte – lui è il vivente - così i discepoli vanno al sepolcro, l'unico posto dove non si può trovare Gesù.

Se si piange la persona come morta, cioè se ci si rivolge al sepolcro, non la si può sperimentare viva e vivificante nella propria esistenza.

Entrambi i discepoli corrono, giunge prima il discepolo amato, quello che ha l'esperienza dell'amore di Gesù. Pietro, che ha rifiutato di farsi lavare i piedi e quindi non ha voluto accettare l'amore che Gesù ha espresso nel servizio, arriva più tardi…. Ma l'altro discepolo si ferma e permette che sia Pietro il primo ad entrare. Perché? E' importante che il discepolo che ha tradito Gesù e per il quale la morte è la fine di tutto – e questo era il motivo del tradimento – faccia per primo l'esperienza della vita.

E poi entra anche l'altro discepolo. “Vide e credette”. Ma il monito fondamentale dell'evangelista è: non avevano compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. La preoccupazione di Giovanni è che si possa credere alla risurrezione di Gesù solo vedendo i segni della sua vittoria sulla morte. No! La risurrezione di Gesù non è un privilegio concesso a qualche personaggio duemila anni fa, ma una possibilità per tutti i credenti.

Come? Lo dice l'evangelista: “Non avevano compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. L'accoglienza della Scrittura, la parola del Signore, nel discepolo, la radicalizzazione di questo messaggio nella sua vita, la sua trasformazione, permettono al discepolo di avere una vita di una qualità tale che gli fa poi sperimentare il Risorto nella sua esistenza. Non si crede che Gesù è risorto perché c'è un sepolcro vuoto, ma soltanto se lo si incontra vivo e vivificante nella propria vita.

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DOMENICA DELLE PALME – 14 aprile 2019

BENEDETTO COLUI CHE VIENE NEL NOME DEL SIGNORE

Commento al Vangelo di P. Alberto Maggi OSM

Lc 19,28-40

In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”».

Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».

Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:

«Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».

*

Nella domenica delle Palme la chiesa ci presenta nella liturgia l’ingresso di Gesù a Gerusalemme secondo il vangelo di Luca capitolo 19, dai versetti 28 al 40. Per comprendere quello che l’evangelista ci scrive dobbiamo tener presente la profezia nel libro del profeta Zaccaria, capitolo 9 versetto 9.

Leggiamo questa profezia che ci fa comprendere quanto poi l’evangelista svilupperà:

Esulta grandemente figlia di Sion - cioè Gerusalemme, ma indica anche tutto il popolo - giubila figlia di Gerusalemme. Ecco a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso”.

E fino a qui era l’attesa del re, del messia, del liberatore di Israele; ma poi Zaccaria presenta una novità, un’immagine clamorosa:

Umile cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”.

La cavalcatura regale normalmente era la mula o il cavallo. Non si era mai visto un re cavalcare un puledro d’asino. Il profeta vuole indicare che c’è una modalità di essere messia completamente differente da quella che era l’attesa. Un messia modesto, un messia umile, un messia che cavalca la cavalcatura che era quella del popolo, ma non solo: Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme. - I carri sono i carri da guerra - L’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle genti.

Questa era la profezia di Zaccaria. Ma una profezia che era stata come accantonata, come dimenticata, perché il messia che doveva venire doveva essere il figlio di Davide, cioè uno che, come il grande re che riuscì ad unificare le tribù di Israele, attraverso il potere, la forza e la violenza, restaurasse il defunto regno di Israele.

Allora leggiamo come l’evangelista ci presenta tutto questo.

Dette queste cose, - si riferisce alla parabola delle mine nelle quali c’è un gruppo di persone che non desidera che un tale venga nominato loro re: è il rifiuto della regalità che anticipa il rifiuto di Gesù come re da parte del popolo.

Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. È la tappa finale del suo viaggio. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània… : è una caratteristica di tutti gli evangelisti di non alludere mai alla morte di Gesù senza poi mettere un riferimento alla sua risurrezione. Se Gerusalemme sarà la città in cui Gesù sarà assassinato, Betania sarà il luogo della risurrezione e dell’ascensione di Gesù.

Presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: “Andate nel villaggio di fronte”: il villaggio nei vangeli ha sempre un significato negativo, il villaggio è il luogo della tradizione, il luogo dove le novità vengono sempre viste con sospetto, quindi quest’immagine del villaggio è quella di un luogo attaccato al passato e che rifiuta il nuovo.

Entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno (letteralmente nessuno mai degli uomini). Slegatelo e conducetelo qui: è importante in questo brano l’uso del verbo slegare che sarà ripetuto per quattro volte. Qual è il significato che l’evangelista vuole dare a questo che di per sé sembra illogico. Cos’è che devono slegare? Devono slegare questa profezia che era stata come incatenata, come legata, perché non volevano un messia modesto, un messia di pace. Ma per primi sono i discepoli che si devono convincere di questo!

E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”». Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto: abbiamo detto che il discorso sembra irreale, illogico. Questi che arrivano lì e slegano questo puledro e, scrive l’evangelista, mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». Ah va bene!”. Quindi è un discorso irreale. Ma l’evangelista, attraverso questa illogicità della narrazione, ci vuol far comprendere il significato: Gesù slega questa profezia che era rimasta legata perché a nessuno interessava un re così.

E mentre i signori (cioè i proprietari) legano, il Signore Gesù è colui che scioglie.

Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro…: il mantello nella simbologia ebraica indica la persona, l’identità della persona, allora i discepoli accettano questo messia di pace e lo gettano sul puledro, questo veicolo di pace. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Cioè ci sono altri che non comprendono questo, allora si rifanno al gesto di intronizzazione del re quando il popolo stendeva il mantello – il mantello come abbiamo detto indica la persona – sulla strada e il re ci passava sopra, o a cavallo o a piedi, e significava sottomissione.

Questa ambiguità nel testo porterà alla fine tragica di Gesù quando verrà abbandonato. Quando si accorgono che non è il re, il messia, il liberatore, il trionfatore con la violenza, lo stesso popolo che ora lo acclama, sarà quello che griderà poi: “Crocifiggi!” .

Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo … - e qui c’è la citazione di un salmo, il salmo 118, quello dell’intronizzazione del messia: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore”. E poi l’evangelista ci aggiunge l’annuncio che gli angeli hanno fatto ai pastori per indicare la nascita di Gesù: “Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Gesù è un messia di pace, è un messia che è il dono di Dio.

Questa acclamazione da parte dei discepoli provoca la reazione furibonda dei farisei: alcuni farisei tra la folla gli dissero: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”: questo verbo rimproverare si usa per i demoni, per gli indemoniati. Per i farisei è come se i discepoli fossero posseduti da un’ideologia demoniaca acclamando un messia non violento, non l’accettano.

Ma egli rispose: “Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre”: e si rifà ad una profezia conosciuta, quella del profeta Abacuc in cui le pietre gridano contro l’ingiustizia. L’ingiustizia sarà la morte del messia liberatore.

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V QUARESIMA – 7 APRILE 2018

CHI DI VOI E’ SENZA PECCATO, GETTI PER PRIMO LA PIETRA CONTRO DI LEI – Commento al

Vangelo di P. Alberto Maggi OSM

Gv 8,1-11

In quel tempo,

Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

*

Nel vangelo di Luca ci sono undici versetti che, per molto tempo, nessuna comunità cristiana voleva al suo interno. Ai primi tempi i vangeli non erano riuniti. Ogni comunità aveva il suo vangelo e lo trasmetteva alle altre comunità. Ebbene, quando in una comunità arrivava il vangelo di Luca venivano tolti questi undici versetti.

Sono i versetti che poi hanno trovato alloggio e ospitalità al capitolo 8 del vangelo di Giovanni, dal primo versetto all’undicesimo. In realtà se togliessimo questo brano dal vangelo di Giovanni e lo inserissimo al suo posto originario, nel capitolo 21 dopo il versetto 38 del vangelo di Luca, vedremmo che era quello il suo contesto.

Ma come mai nessuna comunità ha voluto questo brano, addirittura per un secolo, e per cinque secoli questo brano di vangelo non è apparso nella liturgia e fino al 900, quindi sono passati tanti anni, non è stato commentato dai padri di lingua greca? Ebbene, abbiamo la testimonianza preziosa di S. Agostino, quindi nel IV secolo che scrive:

Per timore di concedere alle loro mogli l’impunità di peccare, i componenti delle comunità cristiane tolgono dai loro codici (cioè il testo del vangelo) il gesto di indulgenza che il Signore compì verso l’adultera, come se colui che disse “neanch’io ti condanno!” avesse concesso il permesso di peccare. Quindi erano gli uomini, i mariti, che non volevano questo brano, perché l’indulgenza di Gesù verso la donna adultera sembrava mettesse in pericolo la loro famiglia, la loro unità coniugale.

Leggiamo questo brano importante che è di Luca.

Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino...- letteralmente all’alba: ed è importante questa indicazione - … si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui”: ogni volta che il popolo va verso Gesù e che Gesù tenta di liberare, di far crescere, di far maturare, subito interviene la reazione delle autorità religiose. Essi vogliono sottomettere il popolo, non renderlo indipendente. Infatti “…gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio”: sappiamo perché sta scritto che è l’alba, probabilmente avevano creato questa situazione.

La posero in mezzo e gli dissero: «Maestro,…” : è l’ipocrisia delle persone religiose: lo chiamano “maestro”, ma non vogliono apprendere nulla da Gesù, vogliono solo ingannarlo, vogliono condannarlo;

“…questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa.” : notiamo il disprezzo per questa creatura; “…Tu che ne dici?»: dal fatto che la pena richiesta sia la lapidazione, si comprende che questa donna è nella prima fase del matrimonio.

Il matrimonio in Israele avveniva in due tempi. Il primo quando la ragazza aveva dodici anni e il ragazzo diciotto, c’era la fase chiamata il tempo dello sposalizio; un anno dopo cominciava la convivenza e in questa seconda fase iniziavano le nozze.

Se la donna commetteva adulterio nella prima fase, quella dello sposalizio, veniva lapidata. Se, al contrario, l’adulterio era commesso nella seconda fase, veniva strozzata. Il fatto che chiedono per questa ragazzina, la lapidazione, significa che è una ragazzina tra i dodici e i tredici anni.

Tu che ne dici?»: è una trappola. Gesù, comunque risponda, si dà la zappa sui piedi. Se dice: “ubbidiamo alla Legge divina”, tutto il popolo che ha seguito Gesù perché ha sentito in lui un afflato diverso, ha sentito l’eco dell’amore e della misericordia di Dio, rimarrebbe deluso e lo lascerebbe. Se al contrario Gesù dice: “No, non lapidiamola”: siamo nel tempio, qui c’è sempre la polizia, e Gesù può essere arrestato perché contravviene alla Legge divina, la Legge di Mosè. Infatti l’evangelista commenta: “dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo” : letteralmente “per tentarlo”: è il verbo che l’evangelista adopera per indicare l’azione del diavolo. Quindi questi zelanti difensori della tradizione e dell’ortodossia in realtà, per l’evangelista, non sono altro che strumenti del diavolo. L’evangelista è feroce: le autorità religiose svolgono l’azione del diavolo, di colui che tenta, di colui che accusa.

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra”: quale può essere il significato di questo silenzio di Gesù e l’azione di scrivere? È probabilmente un rimando al profeta Geremia 17,13, dove si legge: “Saranno scritti nella polvere quanti hanno abbandonato il Signore”. E’ la denuncia di Gesù: questi zelanti difensori dell’ortodossia, della tradizione, queste persone tanto religiose, in realtà hanno abbandonato il Signore perché covano sentimenti di odio, sentimenti di morte. Nella prima lettera Giovanni dirà poi: “Chi non ama rimane nella morte”.

Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo una pietra contro di lei»” : non si tratta, come a volte nelle immagini vediamo la gente che prende delle pietre e le lancia. La prima pietra era quella che lanciavano i testimoni dell’accusa; era un masso che poteva pesare anche circa 50 Kg, e veniva gettato sulla donna che era stata calata in una fossa. In pratica era la pietra che la uccideva. Quindi Gesù dice: “Chi è senza peccato esegua la sentenza di morte!”.

E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani” : il termine adoperato dall’evangelista non vuole indicare tanto “i vecchi”, ma il termine greco è “presbitero”, che allude ai componenti del sinedrio, quelli che nel Sinedrio giudicavano. Il sinedrio era il massimo organo giuridico di Israele, ed era composto dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dai presbiteri. Questi che se ne vanno per primi.

Lo lasciarono solo, e la donna era là, in mezzo” : il finale è carico di grande tenerezza.

Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore»”. Gesù si rivolge con grande rispetto a questa donna. “E Gesù disse …” : Gesù è l’unico in cui non c’è peccato, l’unico che avrebbe potuto condannarla, che poteva scagliare la prima pietra e poteva rimproverarla, ma Gesù non rimprovera e le dice: “«Neanch’io ti condanno; va’, e d’ora in poi non peccare più». Gesù le comunica la forza per tornare a vivere. Gesù non scaglia su questa donna la pietra che la schiaccia, ma le offre la sua parola che l’aiuti a continuare a vivere.

p. José María CASTILLO:

L’episodio suscita indignazione, non tanto per l’adulterio della donna, ma soprattutto per il cinismo e l’ipocrisia di coloro che l’accusano, tutti uomini. Quei «dotti» scribi e quegli «osservanti» farisei portano a Gesù una donna sorpresa in flagrante adulterio. Come è logico, in quell’adulterio ci doveva essere non solo un’«adultera», ma anche (e con lei) un «adultero». Gli accusatori basano la loro accusa sulla Legge di Mosè, che dice: «Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno essere messi a morte» (Lv 20,10; cf. Dt 22,22). E chi ha commesso adulterio con lei? Probabilmente è stato uno di quelli che se ne andarono uno per uno….



IV di QUARESIMA –31 MARZO 2019 

QUESTO TUO FRATELLO ERA MORTO ED E’ TORNATO IN VITA 

di P. Alberto Maggi OSM

Lc 15,1-3.11-32

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze.

Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio.

Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

*

Gesù annuncia il suo messaggio, espone il suo programma, e l’evangelista Luca nel capitolo 15 scrive che si avvicinavano a lui tutti – quindi la globalità – i pubblicani. Quindi i pubblicani sono considerate le persone più lontane da Dio, le escluse, impure per eccellenza, quelle per le quali non c’è alcuna speranza, anche se un domani si pentissero e si convertissero. Quindi si avvicinano a Gesù le persone disprezzate, le più lontane dalla religione e da Dio. 

E i peccatori per ascoltarlo. Perché trovano nel messaggio di Gesù quella risposta al bisogno di pienezza di vita che ciascuno si porta dentro.

Ebbene, mentre gli esclusi dalla religione, i disprezzati dalla società si avvicinano per ascoltare Gesù, c’è chi invece protesta. Scrive l’evangelista: I farisei, cioè i super-pii, i devoti, gli zelanti custodi della tradizione, e gli scribi, i teologi ufficiali del magistero, mormoravano. 

Quindi mentre i lontani da Dio ascoltano la parola di Gesù perché vedono nel suo messaggio quello che loro attendono, questo stesso messaggio provoca la mormorazione da parte dell’élite spirituale e religiosa.

Mormoravano dicendo … ed è tanto il disprezzo che manifestano verso Gesù che evitano di nominarlo, usano un termine dispregiativo, costui, questo. “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Ecco il grande crimine compiuto da Gesù: anziché giudicare, castigare, condannare e tenersi lontano dai peccatori, non soltanto li accoglie, ma mangia con loro. Mangiare indica comunione di vita.

Quindi sono scandalizzati dall’atteggiamento di Gesù. Il loro Dio è completamento dal Dio presentato da Gesù. Quello che farisei e scribi non hanno mai capito è che Dio, anziché preoccuparsi di essere obbedito e rispettato nelle sue leggi, è preoccupato per la felicità degli uomini. Ed è a scribi e farisei che Gesù rivolge questa parabola. Quindi non è tanto un insegnamento per la comunità dei discepoli di Gesù, quanto per i suoi avversari. Ed è un insieme di tre parabole, quella della pecora perduta e della moneta smarrita, ma la più conosciuta, la più importante e significativa, è questa del figliol prodigo.

La parabola è abbastanza lunga e normalmente nella spiegazione ci si centra su questo figlio che ritorna alla casa del padre e ottiene il perdono da parte di Dio prima ancora di doverlo richiedere. 

Il padre lo ricostituisce in una dignità, in una onorificenza mai conosciuta prima. Rischia di passare in secondo ordine invece il fratello maggiore che rappresenta quegli scribi e farisei ai quali è diretta la parabola. Pertanto oggi sorvoliamo sulla prima parte, quella del ritorno del figlio, e arriviamo invece alla reazione del figlio maggiore, quindi dal versetto 35. L’evangelista adopera il termine greco presbitero, l’anziano, perché i presbiteri erano, insieme ai sommi sacerdoti e agli scribi, componenti del sinedrio e avevano la potestà di giudicare.

Quindi appunto il riferimento è a questi scribi e farisei, ai quali viene rivolta questa parabola. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze. Cosa poteva essere successo? La casa è una casa di lutto perché il padre piangeva come morto il figlio che era andato via. Se all’improvviso in questa casa, ricolmata di tristezza e di lutto, si sente risuonare musica e danze, cosa può essere successo, se non che è tornato il figlio?

Ma lui si insospettisce. Il ritratto ironico e severo di Gesù delle persone religiose, per le quali ogni forma di vita, di gioia e di allegria non solo non le attrae, ma le insospettisce. La musica nella casa del padre, non sia mai! Si blocca, Chiamò uno dei servi e gli domandò cosa fosse tutto questo. Avrebbe potuto capirlo da solo. Quello gli rispose, con entusiasmo: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 

Quindi gli dice il motivo della gioia. Ebbene il fratello maggiore, non solo non si rallegra né si precipita a casa, ma Egli si indignò, letteralmente si arrabbiò, si adirò profondamente e non voleva entrare. Il ritorno del fratello, la gioia del padre, a lui sono estranei. Adesso vedremo che egli ragiona in base al diritto, alla giustizia; gli sembra un’ingiustizia quella che sta accadendo, tanto che il padre deve uscire a supplicarlo.

Ma egli rispose a suo padre – e qui c’è il severo ritratto delle persone religiose da parte di Gesù – “Ecco, io ti servo da tanti anni…”. Il verbo servire non è quello che conosciamo anche nella lingua italiana diakono, che significa un servizio fatto volontariamente, ma l’evangelista utilizza un altro termine che indica il servizio dello schiavo, quindi è lui che si comporta come uno schiavo nei confronti del padre.

“…e non ho mai disobbedito a un tuo comando…”: l’evangelista adopera lo stesso termine dei comandamenti, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici”. Attraverso questi tre elementi Gesù ridicolizza l’atteggiamento infantile di questi religiosi. L’obbedienza alla legge sostenuta dagli scribi e praticata dai farisei, rende le persone puerili, immature e incapaci. Lui nei confronti del padre – e qui è l’atteggiamento di scribi e farisei nei confronti di Dio – ha un atteggiamento di sottomissione, di servizio. Non è un figlio nei confronti del padre, ma uno schiavo nei confronti di un signore. E la relazione con il padre è basata sull’obbedienza ai suoi comandi e si aspetta una ricompensa. E’ colui che obbedisce a Dio osservando la sua Legge, e si aspetta un premio per i suoi meriti. 

Non ha capito la novità portata da Gesù: il credente non è più colui che obbedisce a Dio osservando le sue leggi, ma colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo.

Quindi Gesù ridicolizza l’atteggiamento di questi scribi e farisei che rimangono infantili. “Non mi hai dato neanche un capretto!...”. Ma era tutta roba tua, la potevi usare! “…Ma ora che è tornato questo tuo figlio…”. E’ terribile ! Anziché dire “è tornato mio fratello”, dice “tuo figlio”, prende le distanze. 

La religiosità esasperata fa sì che si vedano sempre le persone con astio, con livore, capaci di annullare anche i vincoli di sangue. La trave dello zelo deforma la vista e fa dimenticare l’unica cosa necessaria, che è l’amore.

“… che ha divorato le tue sostanze con le prostitute…”, come fa a saperlo? E’ la malizia delle persone religiose; “…per lui hai ammazzato il vitello grasso!”. 

E la risposta del padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”, ma fintanto che si vive una relazione con il padre – e secondo il senso della parabola quindi con Dio – fatta di obbedienza, non si può sperimentare l’amore del Padre. Coloro il cui atteggiamento verso Dio è basato sull’obbedienza ai suoi comandi e quindi vedono la trasgressione a questi comandi come una minaccia di castighi, non possono mai sperimentare l’amore gratuito del Padre. 

Il Dio di Gesù è un Dio che non ama gli uomini per i loro meriti, ma per i loro bisogni. Il suo amore non è concesso alle persone come un premio per la buona condotta, ma come un regalo per i loro bisogni. Questi non lo capiscono. 

Allora il padre dice: “ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché ….”, e gli ricorda la fratellanza, tuo fratello era morto ed è tornato in vita”. Ecco questo è il motivo della gioia, ma scribi e farisei, abituati a giudicare tutto secondo il metro della legge e del diritto, non comprenderanno la carità, l’amore e la compassione del Padre.

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III QUARESIMA – 24 MARZO 2019

SE NON VI CONVERTITE, PERIRETE TUTTI ALLO STESSO MODO

Commento al Vangelo di P. Alberto Maggi OSM

Lc 13,1-9

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

*

Ogniqualvolta Gesù tenta di liberare le persone subito appaiono coloro che sono contro questo processo di liberazione. È quanto emerge nel capitolo 13 di Luca. È un episodio che ha soltanto questo evangelista.

Scrive l’evangelista: “In quello stesso tempo…”: quale tempo? Nel capitolo precedente Gesù aveva detto alla folla: “Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” Gesù cerca di emancipare il popolo dall’influsso e dalla dottrina degli scribi, dei farisei. Sono le autorità religiose che determinano quello che la gente deve credere e come deve credere, cosa deve praticare. Allora Gesù invita le persone a crescere, ad essere persone mature, che ragionano con la propria testa e camminano con le proprie gambe. Questo era ritenuto inammissibile per il potere religioso.

Ed ecco la reazione. “…si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei…” : dire “Galileo”, al tempo di Gesù, non indicava soltanto la provenienza da una determinata regione. Galileo significa “rivoluzionario” e indicava gli zeloti, i terroristi dell’epoca. Ricordiamo la grande rivolta di Giuda il Galileo che è scritta negli Atti degli Apostoli. Quindi riferirgli “il fatto di quei Galilei” – Gesù è galileo – “il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere (letteralmente mescolato) insieme a quello dei loro sacrifici…”: equivale a dire: : “Attento Galileo, che qui da noi i Galilei fanno una gran brutta fine”. Gesù sta tentando di liberare il popolo dall’influsso delle autorità religiose e gli arriva questa minaccia, un avvertimento di chiaro stampo mafioso.

Ebbene, Gesù non solo non si lascia intimorire, ma passa all’attacco reagendo: “Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?” : Gesù smentisce il nesso che vede il castigo come un’azione da parte di Dio per punire i peccati degli uomini. “No, io vi dico, ma se non vi convertite…” : cioè se non cambiate vita. La conversione nel vangelo indica mettere il bene dell’altro come principale valore della propria esistenza, “…perirete tutti allo stesso modo.” : quindi Gesù dice: “attenti! Siete voi che se non cambiate vita farete una brutta fine”.

E Gesù continua. Prima ha fatto un esempio generale, indicando i Galilei, ora parla proprio di Gerusalemme: “O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe…”: Siloe è un quartiere di Gerusalemme, ancora oggi si vede il basamento di questa torre che crollò, “… e le uccise, credete che fossero più colpevoli (letteralmente più debitori) di tutti gli abitanti di Gerusalemme?”

Se prima l’esempio era stato per i galilei, ora Gesù lo porta proprio a Gerusalemme: “No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Gesù riafferma nuovamente quanto detto prima. Quindi Gesù esclude in maniera tassativa il castigo divino e li invita di nuovo alla conversione.

Commenta J.M. CASTILLO: le due disgrazie raccontate non sono necessariamente due fatti storici. Tutto il racconto compone una parabola che ci insegna come dobbiamo interpretare e cercare una spiegazione alle disgrazie che capitano nella vita. La tendenza naturale e frequente si concentra nel cercare chi è il colpevole di tale o talaltra disgrazia. Quando le cose ci vanno male nella vita, molta gente si chiede: cosa abbiamo fatto di male perché ci succeda questo? Gesù risponde: il problema non sta nel cercare il “colpevole”. Le disgrazie ed i mali che ci accadono nella vita, non sono un castigo di Dio contro nessuno. Dio non va cercando i colpevoli per castigarli. La soluzione dei mali che ci piombano addosso, non sta nel “placare” Dio offeso o irritato. La soluzione sta nella “conversione”; parola che traduce il termine greco metánoia, che significa “cambiamento di mentalità”. Gesù ci dice: “dovete cambiare nel vostro modo di pensare”: e tra tutti gli uomini, pensando e agendo con più bontà, con rettitudine e con onestà, trasformiamo gli atteggiamenti vicendevoli e rendiamo più accettabile la vita.

Poi Gesù allarga la tematica; che è una risposta a Giovanni Battista, l’ultimo erede di questa tradizione che vedeva Dio come colui che puniva i peccatori. Ricordiamo che Giovanni aveva detto: “Ogni albero che non porta frutto sarà tagliato e buttato nel fuoco”. Gesù allarga il discorso e Luca prosegue: “diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna”: il fico e la vigna nell’Antico Testamento sono immagini di Israele, del popolo di Israele; “…e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò”. Giovanni Battista diceva: se non porta frutti si taglia e si butta nel fuoco. Gesù non è d’accordo: “allora disse al vignaiolo: “Sono tre anni…” - a rappresentare un tempo completo - “che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose …” - questa è l’azione di Gesù che è contrario a un’azione che distrugge, a un’azione che punisce; Gesù non è venuto a distruggere, ma a portare vita, a vivificare; “…padrone (il termine esatto è “signore”: indica un rapporto con Dio), lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime….” : l’azione di Gesù di fronte ai peccatori, di fronte alle persone sterili, di fronte a coloro che non portano frutto, non è un’azione punitiva, ma vivificante; offre ancora nuove possibilità di portare frutto, di portare vita; e non solo offre la possibilità, ma collabora perché questo si realizzi. E Gesù continua: “…vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”». Il Dio di Gesù, che Luca ci presenta, è il Dio per il quale nulla è impossibile.

Come aveva scritto al momento dell’annunciazione, parlando di Elisabetta, la parente di Maria, che tutti dicevano sterile: questo è il sesto mese per lei, così anche un albero che sembra sterile, per l’azione di Dio e per la collaborazione dell’uomo, può portare frutto.

L’insegnamento di Luca è molto chiaro, molto preciso. A quanti vedono una relazione tra il peccato e il castigo Gesù annuncia in maniera chiara, tassativa e definitiva che l’azione di Dio con i peccatori non è mai punitiva, distruttiva, ma vivificante.

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II QUARESIMA - 17 marzo 2019

MENTRE GESU’ PREGAVA IL SUO VOLTO CAMBIO’ D’ASPETTO

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Lc 9, 28-36

Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.

Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.

Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».

Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

*

Circa otto giorni dopo…”: la datazione è precisa. C’è stato il primo annuncio della passione di Gesù e l’evangelista considera gli effetti della passione, della morte di Gesù e della sua risurrezione.

Il numero otto indica il giorno della risurrezione. La cifra otto indica perciò la vita che non viene interrotta dalla morte.

“…dopo questi discorsi…” - in riferimento all’annuncio della passione – ;

“…Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo…”, i tre discepoli più difficili e che tendono ad essere leader del gruppo;

“…e salì su il monte…”: non è un monte qualunque, è un monte determinato, indicato con l’articolo determinativo, un monte conosciuto. Qual è questo monte? E’ il monte della sfera divina: Gesù presenta loro la sua condizione divina.

“…a pregare”: è tipico di Luca che i momenti importanti della vita di Gesù siano cadenzati da questo stare in preghiera.

Mentre pregava, il volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”: ….sfolgorante come i due uomini che annunceranno alle donne la risurrezione e che diranno alle donne: “perché cercate tra i morti colui che è vivente?” (Lc 24,5). Gesù mostra qual è la condizione dell’uomo che passa attraverso la morte. Questa non lo diminuisce, ma lo potenzia.

Ed ecco…”: l’evangelista ci richiama una sorpresa, “…due uomini…” - esattamente come i due annunciatori della risurrezione (Lc 24,4) - “…conversavano con lui…”: non conversano né con Pietro, né con Giacomo, né con Giovanni;

Sono Mosè, il grande legislatore, ed Elia, il grande profeta, quelli che noi chiamiamo l’Antico Testamento, diviso nelle parti della Legge e dei Profeti;

“…apparsi nella gloria e parlavano del suo esodo…” - Luca è l’evangelista che pone l’itinerario di Gesù come un esodo - “…che stava per compiersi a Gerusalemme”.

La denuncia che fa l’evangelista è drammatica: Gerusalemme, la città santa, ora è diventata luogo di prigionia, esattamente come era stato l’Egitto e, come Mosè ha dovuto far uscire il popolo ebraico dalla schiavitù egiziana, così ora Gesù deve portare via il popolo di Israele dalla schiavitù… della casta sacerdotale che a Gerusalemme deteneva il suo potere e sottometteva il popolo.

Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno”: questo significa che non ascoltano, e pertanto non seguono e non sono solidali con Gesù. La stessa scena la ritroveremo al momento della passione, quando Gesù, sul Monte degli Ulivi, si metterà a pregare e anche allora i discepoli saranno oppressi dal sonno (Lc 22,45-46). Il sonno significa incomprensione di quello che Gesù sta dicendo.

Ma quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui, mentre questi si separavano da lui” : il momento è drammatico: Mosè ed Elia, quelli che danno sicurezza al gruppo, la Legge e i Profeti - “si separavano da lui”. Pietro, che svolge il ruolo del satana, cioè del tentatore, viene presentato soltanto col suo soprannome negativo, tenta di impedire questa separazione;

Pietro disse a Gesù: «Capo»…”, non ‘Maestro’, come qui viene tradotto il termine greco (epistàta), che significa “capo, padrone” (per indicare “maestro” gli evangelisti usano la parola didascalos); questo termine fa capire che Pietro ha ancora un’idea di sottomissione rispetto a Gesù;

«…è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne…»”. Perché capanne? C’era una festa in Israele, talmente importante che non aveva bisogno di essere nominata, era chiamata semplicemente ‘la festa’. Era la festa delle capanne, che ricordava la liberazione dalla schiavitù egiziana e per una settimana il popolo viveva sotto delle capanne. La tradizione diceva che, come nell’antica liberazione si viveva sotto le capanne, in quella festa, si sarebbe manifestato il messia liberatore. Quindi Pietro invita Gesù ad essere il messia atteso, secondo la tradizione.

«…una per te, una per Mosè, e una per Elìa»: quando ci sono tre personaggi il più importante viene indicato sempre al centro; ebbene per Pietro al centro non c’è Gesù, ma Mosè che dà la sicurezza della Legge, e Gesù è in disparte, come Elia. Al centro c’è la Legge, poi ci sono i profeti e poi c’è Gesù. Quello che Pietro sta dicendo è: “Ecco il messia che io voglio: un messia che guidi il popolo all’osservanza della Legge, e con lo zelo profetico e violento di Elia”. E l’evangelista commenta: E non sapeva quello che diceva”.

Mentre parlava così, venne una nube…” : la nube è il simbolo dell’azione divina - “…che li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura”: è la paura della manifestazione divina. “E dalla nube uscì una voce che diceva: «Questi è il figlio mio…» - figlio’ significa colui che assomiglia al padre - ”«…l’eletto»” . E poi il verbo è all’imperativo : «lui ascoltate!»”: cioè non dovete ascoltare né Mosè, né Elia, ma è lui che dovete ascoltare.

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QUARESIMA - 10 marzo 2019

GESU’ FU GUIDATO DALLO SPIRITO NEL DESERTO

E TENTATO DAL DIAVOLO

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Lc 4,1-13

[In quel tempo]

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame.

  • Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».

  • Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

  • Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

*

Per la prima domenica di Quaresima, la chiesa per la liturgia ci offre il brano conosciuto come le tentazioni di Gesù (Lc 4 , 1-13). Per comprendere bene quello che l’evangelista ci vuole presentare, dovremmo abbandonare il termine “tentazione”, perché per “tentazione” si intende qualcosa che incita al male, al peccato; invece, qui, nulla di tutto questo.

Il diavolo, lo vedremo, non si presenta come un avversario che tenta Gesù al male, al peccato, ma come un suo collaboratore, un fidato collaboratore, che gli consiglia tutti i mezzi per affermarsi come messia e si mette a sua disposizione.

Gesù, pieno di Spirito Santo”: è dopo il battesimo e ha ricevuto lo Spirito, cioè la forza, la capacità d’amore di Dio - “si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto”.

Perché nel deserto? Luca pone tutta al sua opera sotto la direttiva dell’esodo di Gesù. C’era stato un antico esodo, quello in cui gli ebrei erano stati liberati da Mosè dalla schiavitù egiziana per entrare nella terra promessa. Ora la terra promessa è diventata terra di schiavitù dalla quale Gesù deve uscire.

Per quaranta giorni” : i numeri nella Scrittura hanno sempre valore figurato, mai matematico, aritmetico: il numero quaranta indica ‘una generazione’. Quello che l’evangelista ci vuole presentare, come del resto gli altri evangelisti, non è un periodo di tempo limitato nella vita di Gesù in cui Gesù ha vinto in questa gara contro il diavolo. No, l’evangelista ci dice che tutta la vita di Gesù è stata sotto l’insegna di queste tentazioni, o meglio di queste seduzioni. Quindi questo numero ‘quaranta’ rappresentata tutta la vita di Gesù.

Tentato dal diavolo”: chi è il diavolo? Se Dio è amore che si mette a servizio, il diavolo è l’immagine del potere che toglie.

Non mangiò nulla”: qui non si tratta di digiuno; l’evangelista evita il termine “digiuno” per non far pensare che Gesù abbia praticato il digiuno religioso, ma dice che non mangiò nulla in quei giorni. “Ma quando furono terminati, ebbe fame: non è una fame fisica, la fame di Gesù è qualcosa di più. Gesù dirà più avanti (Lc 22,15-16), al momento della sua passione, “ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché non la mangerò più finché essa non si compia nel Regno di Dio”. Quindi la fame di Gesù, l’uomo pieno di Spirito Santo, è manifestare questo Spirito attraverso il dono totale di sé, la pienezza della sua missione. Ecco allora che sopraggiunge il diavolo, che, ripeto, non viene come un avversario, ma come un collaboratore, anzi, un fidato collaboratore.

PRIMA TENTAZIONE/SEDUZIONE

Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei il Figlio di Dio»”: attenzione: il diavolo non mette in dubbio la figliolanza di Dio, anzi, ma dice “giacché sei il Figlio di Dio”, questo è il significato, cioè “sei il Figlio di Dio, usa le tue capacità a tuo vantaggio”, “«dì a questa pietra che diventi pane»”. C’è qui un’eco di quello che più volte verrà ripetuto a Gesù durante la sua esistenza. Per questo dicevamo che non sono un periodo limitato di tempo, ma tutta la vita di Gesù, all’insegna di queste tentazioni. Quando Gesù a Nazareth predica in una sinagoga, la gente gli dirà “medico, cura te stesso” (Lc 4,23), o più ancora, quando, appeso già alla croce, i capi gli diranno “ha salvato gli altri, salvi se stesso se è il Cristo di Dio” (Lc 23,35). Ecco: la stessa tentazione: giacché sei il Figlio di Dio usa le tue capacità per te, usi le sue forze per salvarsi. Quindi la prima tentazione è usare a proprio vantaggio le sue capacità. E Gesù risponde con un brano preso dal Libro del Deuteronomio (8,3), “«Non di solo pane vivrà l’uomo»”, quindi c’è qualcosa di più importante.

SECONDA TENTAZIONE /SEDUZIONE

Il diavolo lo condusse in alto : ’condurre in alto’ è un’ espressione che indica la sfera divina, quindi gli offre la condizione divina - “e gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria perché a me è stata data e io la do a chi voglio»”. La denuncia dell’evangelista è drammatica, non è Dio, ma è il diavolo colui che conferisce il potere e la ricchezza. Potere e gloria sono del diavolo e lui le dà a chi vuole.

C’è un’unica condizione, “«Se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo»”. Il potere, la ricchezza e la gloria sono del diavolo, e il diavolo è disposto a darli perfino a Gesù. Perché? Fintanto che ci sarà potere ci sarà ingiustizia e non potrà realizzarsi il Regno di Dio. Quindi il diavolo sta tentando, sta seducendo Gesù con la presa del potere che è il vero peccato di idolatria: usare il potere per affermare il Regno di Dio. Il Regno di Dio non si afferma con il potere, ma con l’amore.

Gesù gli risponde, sempre prendendo una frase dal libro del Deuteronomio (6,13s), «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”»: cioè l’incompatibilità tra Dio e il potere, tra l’amore che si fa servizio e il dominio. L’incompatibilità è assoluta.

TERZA TENTAZIONE/SEDUZIONE

L’ultima carta che ha il diavolo è quella di portarlo nella città santa, a Gerusalemme, e lo mette addirittura sul punto più alto del tempio e, mentre con questa nuova seduzione ripete “Giacché sei il Figlio di Dio, abbiamo notato che in quella di mezzo non gliel’ha proposta. La tentazione del potere e della ricchezza non è importante rivolgerla a uno perché è Figlio di Dio, perché è una tentazione alla quale – e il diavolo lo sa – ogni uomo (religioso o no) soccombe. Alla tentazione della ricchezza e del potere pochi riescono a resistere. E qui invece di nuovo dice «Giacché sei il Figlio di Dio, gettati giù»”: cioè fa’ un segno spettacolare, straordinario, delle tue capacità così il popolo di crederà.

E qui il diavolo sembra un esperto dottore della legge, infatti cita il Salmo 91, due versetti (11 e 12): Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Quindi qui l’evangelista fa comprendere che, sotto la figura di questo diavolo, si nascondono in realtà i dottori della legge che tenteranno Gesù.

E Gesù mette fine alla disputa. Gli rispose: È stato detto: “Non metterai alla prova», cioè esattamente ‘non tenterai’, «il Signore Dio tuo”». E, di nuovo citando il libro del Deuteronomio (6,16), Gesù afferma la piena fiducia nel Padre.

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato”: Qual è questo momento fissato? Nel Vangelo c’è un punto ben preciso, al capitolo 10, versetto 25, quando sarà proprio un dottore della legge colui che tenterà Gesù.

Il verbo “tentare” riapparirà di nuovo; quindi queste tentazioni non sono un episodio isolato della vita di Gesù, ma tutta l’esistenza di Gesù è stata sotto il segno della tentazione, della seduzione, di prendere il potere e la ricchezza per affermare il Regno di Dio. Ma Gesù ha rifiutato assolutamente.

Commento al Vangelo di p. José María CASTILLO

Lc 4,1-13

  1. La prima cosa che qui bisogna considerare è che il racconto delle tentazioni non ha valore storico. È quello che nel giudaismo si chiama una haggadá (F. Bovon), una narrazione che contiene un insegnamento che serve come norma nella vita. In questo caso non si tratta semplicemente del fatto che il diavolo possa tentarci per fare il male. Così come viene fuori l’attività del diavolo, in questo racconto non chiede a Gesù che faccia del male a qualcuno. Tutto il contrario: che ci sia pane, che Gesù abbia potere e gloria nel mondo e che tra ali di angeli cada come piovuto dal cielo. Ci può essere una cosa migliore di tutto questo? In cosa consiste qui la tentazione?

  2. È curioso che i buoni commenti generali ai vangeli di Matteo e Luca, che sono quelli che contengono quest’episodio, non spiegano il senso profondo di questo racconto fondamentale nel progetto di vita proposto dai due vangeli. Se non mi sbaglio, a mano a mano che passano gli anni ed i secoli, noi cristiani possiamo avere più elementi di giudizio per comprendere e spiegare il livello straordinario di questo strano racconto. Con la prospettiva del tempo e dei secoli scopriamo la portata del Vangelo. Dove ed in cosa sta la chiave di tutto quello che qui ci viene detto?

  3. Spesso si prende tra le mani F. Dostoevskij (Fratelli Karamazov, V,5). In quest’haggadá questo è per noi il significato, che la più grande perversione del Vangelo che si possa fare in questo mondo consiste nel presentare l’opera ed il messaggio di Gesù in tre cose: “miracoli”, “misteri” ed “autorità”. E’ ciò che ha fatto la Chiesa servendosi del Vangelo o spiegandolo a partire da queste tre parole e dal loro contenuto. Così il Vangelo è stato emarginato e praticamente annullato e lo abbiamo messo nelle mani di vescovi, preti e frati. A volte protestiamo contro di loro, ma ci va bene il consegnare loro la nostra libertà.

In questo modo ci va bene la religione e ci siamo liberati del carico che suppone il Vangelo. Voglio dire: la religione non trasforma questo mondo ed il Vangelo non ci rende più umani e più felici. Aspettiamo e desideriamo che il papa sistemi tutto, ma questo non si mette a posto cambiando il papa ma cambiando noi stessi. Sta succedendo che non vogliamo fare quest’ultima cosa, sebbene pensiamo altre cose che non servono a nulla.


VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 3 MARZO 2019

LA BOCCA ESPRIME CIÒ CHE DAL CUORE SOVRABBONDA.

COMMENTO AL VANGELO DI: P. ALBERTO MAGGI OSM – J.M. CASTILLO

Lc 6, 39.45

In quel tempo,

Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.

Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.

Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.

L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

*

Gesù, dopo aver invitato i suoi discepoli ad essere figli dell’Altissimo, cioè ad essere benevoli verso gli ingrati e i malvagi, a non escludere nessuno dal raggio d’azione di questo amore e provare sentimenti addirittura materni nei confronti degli altri, ora mette in guardia i discepoli dai rischi della spiritualità farisaica, sempre presenti in ogni comunità, la pretesa dei discepoli di mettersi a fare da guida degli altri. Nella comunità di Gesù c'è una sola guida e un solo maestro: il Cristo.

Allora Gesù nel suo insegnamento dice ai discepoli: ” Può forse un cieco guidare un altro cieco?”: Ecco, la sola pretesa di essere la guida dell’altro rende cieca la persona. Il credente non è chiamato a fare da guida; l’unica guida è il Cristo, il credente è compagno di viaggio che sostiene, che incoraggia, non è la guida.

E dice Gesù: “Se un cieco guida un altro cieco cadono tutte e due nella fossa”: Gesù ricorda la maledizione biblica del libro del Deuteronomio “maledetto chi fa smarrire il cammino al cieco”.

E poi Gesù mette in guardia: “un discepolo non è più del maestro, ma ognuno - che sia ben preparato - sarà come il suo maestro”: Gesù invita il discepolo a crescere, a diventare indipendente, a essere realizzato nella persona, a non avere più bisogno di un maestro perché è lo Spirito che lo guida.

Il Padre di Gesù governa gli uomini comunicando interiormente il suo Spirito che rende liberi e indipendenti.

Gesù ritorna poi di nuovo sul tema della cecità: “Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”: la pretesa di essere guida, maestro dell’altro, e il fatto che tu pretendi di correggere l’altro è perché hai una trave conficcata nel tuo occhio. E Gesù continua in maniera ironica: “ Come puoi dire a tuo fratello lascia che ti tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio?” : non vedere la trave nell’occhio significa una presunzione, un senso di superiorità; è quella che Gesù definisce una ipocrisia.

E Gesù invita: “togli prima la trave nel tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. È quella che nella spiritualità si chiama la correzione fraterna, ma quando uno è riuscito a togliersi la trave che ha conficcato nell'occhio, gli passa la voglia di andare a cercare le pagliuzze negli occhi dei fratelli.

Poi Gesù dà un criterio per garantire l’autenticità del discepolo: quando i frutti sono frutti che comunicano vita, allora vengono da Dio. Gesù fa l’esempio comprensibile a tutti: “Non vi è albero buono - letteralmente bello - che produca un frutto cattivo, è ovvio, né vi è d'altronde un albero cattivo che produca un frutto buono, bello: quindi il criterio dell’autenticità non è la dottrina, l’ortodossia, ma il frutto che si produce. Se uno stile di vita, se un messaggio produce vita, arricchisce la vita, allora viene senz’altro da Dio perché Dio è l’autore della vita.

E conclude Gesù: “l’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore - il cuore in quella cultura è la mente, è la coscienza - trae fuori il bene. Cosa significa? Chi si alimenta di bene, inevitabilmente produce il bene per gli altri. Ecco perché è importante alimentarsi soltanto di quello che Luca indica come bello, buono, perché quanto in noi diventa fonte di alimento è quello che poi produce alimento per gli altri.

E allora; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro tira fuori il male: è un invito di Gesù di mettersi sempre a fianco del bello, alimentarsi del bello per essere persone belle che trasmettono il buono agli altri!

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p. José María CASTILLO

  1. Colui che cade così in basso è l’«ipocrita», a giudizio di Gesù. Non nel senso moderno di “falsità cosciente”, ma è l’ipocrisia nel senso biblico antico, indica la cecità incosciente su se stesso. Cioè, chi vive come un cieco, ma non si rende conto della sua propria cecità. Troppo spesso non vediamo la realtà così come è e non ci rendiamo conto del fatto che non vediamo quello che succede intorno (cf. F. Bovon).

  2. Queste “ipocrisie”, queste “cecità” sono il frutto inevitabile di chi vive separato dalla realtà della vita, lontano da ciò che vive la gente e da come vive la gente, la società in generale. Questo è tipico di ambienti chiusi, le “clausure” che separano dal reale, da quello che succede nel nostro ambiente. Il Vangelo parla sempre della vita, della società, dell’ambiente nel quale ci muoviamo.

Come possiamo parlare del Vangelo, se non viviamo tra la gente e con la gente come è vissuto Gesù?

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VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 24 FEBBRAIO 2019

SIATE MISERICORDIOSI, COME IL PADRE VOSTRO È MISERICORDIOSO

COMMENTO AL VANGELO DI P. ALBERTO MAGGI OSM

Lc 6,27-38

(In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli

.«A voi che ascoltate, io dico:

  • amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano,

  • benedite coloro che vi maledicono,

  • pregate per coloro che vi trattano male.

  • A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra;

  • a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica.

  • Da’ a chiunque ti chiede,

  • e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.

E “COME VOLETE CHE GLI UOMINI FACCIANO A VOI, COSÌ ANCHE VOI FATE A LORO”!

Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano.

E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso.

E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.

  • Amate invece i vostri nemici,

  • fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.

  • Non giudicate e non sarete giudicati;

  • non condannate e non sarete condannati;

  • perdonate e sarete perdonati.

  • Date e vi sarà dato:

una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

***

Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso”:

tutto il vangelo di Luca non è altro che una variazione su questo tema, una riproposizione di questa espressione in molteplici forme. È quello che vediamo nel brano che commentiamo: il capitolo sesto di Luca, dal versetto 27 al 38, dove Gesù invita i suoi discepoli a mettere la propria vita in sintonia con l’onda d’amore di Dio per renderla indissolubile.

Scrive l’evangelista: Ma voi che ascoltate - questi voi che ascoltano sono i discepoli che Gesù ha proclamato beati - io vi dico - ed è un invito a un amore che è dinamico, a un fare, non passivo - amate i vostri nemici: ecco cosa significa portare la propria vita in sintonia con l’amore di Dio, e fate del bene, letteralmente qui l’evangelista scrive “fate bello, fate belli”. Il termine che è tradotto “bene” in greco ha il significato di “bello” ed è molto importante questo termine con il quale poi si conclude questa pagina.

  • L’amore serve per fare belli quelli che sono brutti perché quelli che odiano sono persone brutte.

Allora con il vostro amore rendeteli belli, significa collaborare all’azione creatrice di Dio che, leggiamo nel libro del Genesi, quando egli crea, tutto quello che crea “vide che era molto bello/buono”.

E per questo Gesù invita a benedire quelli che maledicono, a pregare per quelli che vi trattano male proprio per mettere in sintonia la propria lunghezza d’amore con quella di Dio.

Invita anche a un atteggiamento positivo nei confronti della violenza nel senso che la violenza non deve essere subita in maniera passiva, ma occorre disinnescare la violenza. Ecco perché Gesù dice a chi ti percuote sulla guancia offri anche l’altra. La dignità la perde chi schiaffeggia, non chi viene schiaffeggiato. Allora, con la pienezza della propria attività, far vedere all’altro l’inconsistenza della sua azione violenta.

Poi Gesù si rifà a quella che era una regola conosciutissima, che nell’Antico Testamento è chiamata la regola d’oro. La troviamo anche nella storia di Tobia: libro di Tobia 4, 15 :

non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te stesso”.

Per Gesù non c’è mai il negativo, ma sempre positivo, e cambia questa espressione con “come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”: quindi non “non fare agli altri quello che non vuoi che venga fatto a te”, ma “fai agli altri quello che vuoi che venga fatto a te”: è un atteggiamento positivo, è un atteggiamento creativo.

Poi, dopo aver fatto la contrapposizione tra il credente e i peccatori, Gesù afferma che non c’è bisogno di credere in Dio, di essere figli di Dio per voler bene a quelli che ci vogliono bene; figli di Dio non si nasce, ma si diventa attraverso l’accoglienza e l’imitazione del suo amore. Infatti Gesù dice: “Amate invece i vostri nemici”: in questa pagina non sono tanto indicazioni su atteggiamenti che gli uomini devono avere e quello che gli uomini devono fare, ma questa pagina è il ritratto di chi è Dio, perché Dio è così.

Fate del bene - prestate senza sperarne nulla e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell'Altissimo: figli di Dio non si nasce, ma si diventa attraverso l’imitazione del suo amore.

E qui Gesù demolisce uno dei pilastri della religione, di ogni religione: in ogni religione Dio premia i buoni, ma castiga i malvagi. Ebbene Gesù supera tutto questo, presenta un Dio non solo buono, ma esclusivamente buono, il cui amore si rivolge a tutti. Ecco perché Gesù afferma Egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Qui Luca supera la teologia di Matteo che aveva detto che “Dio è buono verso i malvagi e verso i buoni”. Qui no, i buoni scompaiono, è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.

Dio è amore e la sua è un’offerta continua e crescente d’amore ad ogni persona.

Ed ecco la parola sulla quale si centra tutto il vangelo di Luca: siate misericordiosi: è l’unica volta che nel Nuovo Testamento appare questo termine “misericordiosi”. Si trova un’altra volta nella lettera di Giacomo.

Questo termine “misericordiosi” viene da un termine ebraico che indica il grembo, l’utero materno. Gesù dice “siate misericordiosi…”; avrebbe potuto dire “come è misericordiosa una madre” perché ci si riferisce alle viscere materne, e invece Gesù dice: come il Padre vostro.

Contrappone l’atteggiamento della madre con quello del padre? Non lo contrappone, in realtà lo unisce: Gesù presenta un padre che è materno perché l’amore materno è l’amore incondizionato. E Gesù invita a questo:

ad essere misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso.

Nell’Antico Testamento il Signore concludeva le sue prescrizioni con l’invito “siate santi come io sono santo”, ma la santità può separare dagli altri, perché la santità è intesa come osservanza di regole e di leggi, qui Gesù invita ad essere misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso; e questo amore, che è amore materno, questo amore viscerale, non solo non allontana, ma avvicina, non separa, ma unisce.

E Gesù continua in questa crescita:

non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e non sarete condannati”. Ed ecco un’altra sorpresa: “perdonate e sarete perdonati”: il perdono non lo si ottiene andando al tempio attraverso un’azione liturgica, ma attraverso un atteggiamento dinamico che significa riempire d’amore la persona che ha sbagliato.

Il perdono non significa dimenticare, ma significa far comprendere all’altro: la tua capacità di farmi del male non sarà mai tanto grande come la mia di volerti e farti del bene.

E dopo la conclusione, Gesù si rifà all’uso dei mercati, quando le merci venivano messe nell’abito, che veniva raccolto e fatto a tipo di sacca, di borsa, date e vi sarà dato: il Signore non si lascia vincere in generosità. In questa dinamica di amore ricevuto e amore comunicato, tanto più grande è l’amore comunicato agli altri, tanto più grande sarà la possibilità da parte di Dio di trasmettere amore.

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 17 FEBBRAIO 2019

BEATI I POVERI. GUAI A VOI, RICCHI.

Lc 6, 17.20-26

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.

Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:

«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.

Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.

Beati voi, che ora piangete, perché riderete.

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.

Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.

Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Le beatitudini oggi alle porte del regno, di Tonino Bello

Beati voi…”

Si intuisce che queste parole pronunciate da Gesù nascondono promesse importanti. Alludono a quegli appagamenti di gioia completa che andiamo inseguendo da tutta una vita. Fanno riferimento a quel senso di benessere pieno di gioia completa che esiste solo nei nostri sogni.

Non ci vuol molto a capire, insomma, che sotto queste parole veloci del discorso della montagna c'è qualcosa di grande. E che, di quel misterioso "regno dei cieli", la cosa più ovvia che si possa dire è che rappresenta il vertice della felicità. Gesù vuol dare una risposta all'istanza di felicità che ci assedia da sempre.

Che cosa significhi il termine "beati" è difficile spiegarlo.

C'è chi ha voluto specularci sopra, capovolgendo addirittura il senso delle parole. Quasi Gesù avesse inteso dire: quante più sofferenze potete collezionare in questa vita, tanto più vi garantite il successo nell'altra.

Questo è un modo blasfemo di leggere le beatitudini, perché spinge i poveri all'inerzia, narcotizza i diseredati della terra con le lusinghe del cielo, contribuisce a mantenere un ordine sociale ingiusto e, in un certo senso, legittima la violenza di chi provoca il pianto degli oppressi.

C'è invece, chi ha visto nella formulazione delle beatitudini un incoraggiamento rivolto ai poveri, agli afflitti, agli umili, ai piangenti, ai perseguitati... per sostenerli con la speranza dei beni del cielo…. tirate avanti lo stesso e consolatevi con le promesse della felicità futura. Pensate a quel che vi toccherà un giorno...

Anche questo è un modo stravolto di leggere le beatitudini. Meno delittuoso del primo, ma che pur sempre punta sull'idea della compensazione. Perché induce ad arrenderci senza troppa resistenza, perfino dove sono evidenti le prove della cattiveria umana….

E c'è finalmente, il modo legittimo di leggere le beatitudini. Consiste, essenzialmente, nel felicitarsi con i senzatetto e i senza pane: Felici voi, per voi c'è una buona notizia! Se tutti si son dimenticati di voi, Dio ha scritto il vostro nome sulla palma della sua mano…

Felicitazioni a voi che, a causa della vostra mitezza, vi vedete sistematicamente scavalcati dai più forti e dai più furbi: il Signore non solo non vi scavalca nelle sue graduatorie, ma vi assicura i primi posti nella classifica generale del suo amore per voi.

A tutti voi che state sperimentando l'amarezza del pianto e la solitudine dei giorni neri: c'è qualcuno che non rimane insensibile al gemito nascosto degli afflitti! Il Padre prende le vostre difese, parteggia decisamente per voi, e addirittura si costituisce parte lesa ogni volta che siete perseguitati a causa della giustizia.

Gioite, voi che, in un mondo sporco e sovraccarico di ambiguità, camminate con cuore limpido e incontaminato. Abbiate coraggio, “Su con la vita!” voi che, sfidando le logiche della prudenza, vi battete con vigore per dare alla pace un domicilio stabile sulla nostra terra: non lasciatevi scoraggiare dai sorrisi maliziosi!

E anche voi che prendete batoste da tutte le parti a causa della giustizia: le vostre cicatrici splenderanno un giorno come le stimmate del Risorto! Siete felici perché Dio è vostro padre e gli consentite di aiutarvi attraverso la comunità dei fedeli.

E' splendida l'esortazione che al termine della messa viene pronunciata sugli sposi: "Sappiate riconoscere Dio nei poveri e nei sofferenti, perché essi vi accolgano un giorno nella casa del Padre".

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IV TEMPO ORDINARIO – 3 febbraio 2019

GESU’ COME ELIA ED ELISEO E’ MANDATO NON PER I SOLI GIUDEI

- Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

Lc 4,21-30

(In quel tempo,)

Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Il vangelo di questa domenica ci presenta la prima fallimentare predica di Gesù a Nazaret. L’evangelista – già l’abbiamo visto domenica scorsa – presenta un Gesù a Nazaret che si alza e legge un famoso brano, conosciutissimo, atteso, quello del capitolo 61 del profeta Isaia, che indicava la venuta del Messia.

Ma, arrivato al punto in cui dice “proclamare l’anno di grazia del Signore”, Gesù interrompe la lettura e non prosegue con quello che era il versetto più atteso: “e la vendetta del nostro Dio”. Era quello che il popolo aspettava, dominato dai romani.

Allora vediamo il proseguimento di questo brano, il capitolo 4 di Luca, dal versetto 21 al 30.

Allora cominciò a dire loro nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». E l’evangelista continua aggiungendo: Con i vostri orecchi”. Gesù, alludendo a una citazione del profeta Ezechiele che dice che il popolo ha orecchi ma non ascolta, perché è una genia di ribelli, prepara quello che segue. Tutti, cioè tutti i presenti nella sinagoga …

E qui bisogna tradurre bene questo termine, gli davano testimonianza. Il verbo “testimoniare” in greco è martireo, da cui il termine “martire” che conosciamo tutti. Dal contesto dipende se è una testimonianza a favore o contro. Qui è chiaramente una testimonianza contro. Quindi è meglio tradurre “Tutti gli erano contro”.

Ed erano meravigliati, sconvolti. Da che cosa? Delle parole di grazia, perché Gesù non ha parlato della vendetta contro i dominatori, ma soltanto di grazia; che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Non stanno mettendo in dubbio la paternità di Giuseppe, perché, come ha scritto l’evangelista, era figlio, come si credeva, di Giuseppe. Ma “figlio”, nella cultura del tempo, non indica soltanto colui che è nato dal padre, ma colui che gli assomiglia nel comportamento. Quindi evidentemente Gesù non assomiglia al padre iuseppe nel comportamento. Probabilmente anche Giuseppe partecipava di questi ideali nazionalisti, violenti. Nei testi ebraici del tempo l’appellativo di Giuseppe, era addirittura “il pantera”, quindi dà l’idea di qualcosa di bellicoso. Quindi Gesù non assomiglia al padre.

Gesù, anziché calmare gli animi, rincara la dose. Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso”. Sarà poi quello che gli diranno sulla croce, “Ha salvato gli altri, salvi se stesso”. Quanto abbiamo udito che accadde … E qui Gesù rincarando la dose parla di una città rivale di Nazaret, usando un termine dispregiativo “in quella Cafarnao”, fallo anche qui, nella tua patria!”.

Usando il termine “patria” l’evangelista vuol far comprendere che quanto accade a Nazaret sarà poi rappresentativo di tutto quello che accadrà nella sua terra. Poi aggiunse: «In verità” … Quindi è un’affermazione solenne … “ io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. Perché?

Il profeta chi è? È quell’individuo che, in sintonia con Dio, non ripete le cose del passato, ma crea le nuove. Ecco allora che sarà sempre vittima dell’avversione e dell’opposizione della classe sacerdotale al potere. E poi Gesù fa quello che non doveva fare. C’erano due episodi della storia di Israele che si preferiva tenere nel dimenticatoio, nel passato. Erano episodi nei quali, di fronte a delle emergenze, Dio ha soccorso non gli ebrei, il popolo eletto, quelli che avevano dei diritti, dei privilegi, ma è andato a soccorrere niente meno che i disprezzati, i pagani. Erano due episodi che si preferiva dimenticare. Gesù invece li toglie dal dimenticatoio. “Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese - quindi anche in Israele - ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. Quindi in terra pagana.

Gesù sta indicando che l’amore di Dio è universale, che non significa soltanto “estensione”, cioè ovunque, ma “qualità”, è per tutti. L’amore di Dio non è attratto dai meriti delle persone, ma dai loro bisogni.

E poi Gesù rincara ancora la dose. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro. Un altro pagano, se non addirittura un nemico di Israele. È troppo. Infatti, all’udire queste cose, tutti nella sinagoga… I “tutti” sono gli stessi dei quali l’evangelista diceva “tutti gli davano testimonianza” cioè “tutti gli erano contro”.

Tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno, letteralmente “schiumarono” di ira. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città. L’evangelista sta anticipando quella che poi sarà la sua fine quando verrà ucciso fuori della città santa di Gerusalemme. E lo condussero fin sul ciglio del monte. Il monte qui richiama il monte Sion dov’è costruita Gerusalemme, quindi l’evangelista in questo episodio ci sta anticipando quella che poi sarà la fine di Gesù, il rifiuto totale da parte del suo popolo. Sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù.

La prima volta che Gesù predica in una sinagoga il risultato è che tenteranno di ammazzarlo. Per Gesù, che non correrà mai pericolo con i peccatori, con la gentaglia, con la feccia della società, i luoghi e le persone più pericolosi saranno quelli religiosi. Saranno questi che cercheranno di ammazzarlo, di lapidarlo, di eliminarlo.

Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. Perché l’evangelista scrive questo dato che sembra un po’ strano? Tutta la folla dei presenti in sinagoga che cerca di catturare Gesù e di ucciderlo e lui come fa a passare in mezzo a loro? L’evangelista sta anticipando il fatto della risurrezione: la morte non si è impadronita di Gesù, ma egli continua il suo cammino. E conclude il brano con si mise in cammino. In cammino verso dove? Verso Gerusalemme. Quindi Gesù da questo primo rifiuto poi nella sua terra ha compreso che incontrerà soltanto opposizione, incontrerà pericolo di morte. Ma Gesù non si arrende, lui deve essere testimone del perdono di Dio, dell’amore del Padre anche a scapito della propria vita.

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III e IV TEMPO ORDINARIO – 27 gennaio e 3 febbraio 2019

OGGI SI E’ COMPIUTA QUESTA SCRITTURA

Commento al Vangelo di p. José María CASTILLO

Lc 1,1-4; 4, 14-30

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

***

Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nazareth, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:

«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».

Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui.

Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”».

Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

*

  1. La prima parte (vv. 1-4) di questo vangelo è il prologo che lo stesso Luca ha posto al suo racconto. In questo modo ha sottolineato che si era ben documentato, come di solito facevano gli autori greci (W. C. Van Unnik). Quando leggiamo i vangelo, quello che dobbiamo chiederci non è: “questo è storico?”. La domanda deve essere: “Cosa mi insegna questo racconto per la mia vita ed il mio comportamento?.

  2. Poi Luca presenta l’inizio dell’attività di Gesù in Galilea. In Gesù agisce la forza dello Spirito. Ossia, Gesù non fu spinto dal dovere della religione, dall’obbligo della legge e neanche dal desiderio di essere famoso o avere potere. Gesù agiva grazie alla forza ed all’orientamento dello Spirito.

  3. La lettura fatta da Gesù nella sinagoga fu presa dal profeta Isaia (61,1-2), ma Gesù soppresse da questa lettura le parole finali che si riferivano alla rivincita di Dio. “Prendersi una rivincita” è “vendicarsi”. Quando il profeta Isaia parlava di questa rivincita o di vendetta, si riferiva a quello che il popolo di Israele aveva sofferto durante l’esilio di Babilonia. Al tempo di Gesù, quando si leggeva questo profeta, si pensava che Dio dovesse castigare e far soffrire coloro che avevano sottomesso ed oppresso gli israeliti. Ma Gesù non ha voluto neanche citare una simile rivincita. Gesù e il Dio che si rivela a noi in Gesùnon vuole rivincite o vendette.

  4. Gesù non voleva vendette o rivincite. Gesù non vuole “nazionalismi”, che inevitabilmente portano a creare tensioni, divisioni e scontri. Così non si trasformano le cose. Con questi processi non si rende sopportabile la vita, con questo non migliorano le nostre vite, la politica non è più degna e l’economia non si fortifica.

  5. Quando la religione e la politica nazionaliste si fondono e si confondono, il risultato è il fanatismo intollerante e violento. Una violenza che antepone il nazionalismo fanatico all’aspetto più elementare della religione, che è il rispetto, l’amore agli altri, quale che sia la loro nazionalità, la loro origine o le loro convinzioni religiose.

Gesù non è patrimonio di nessuna cultura, razza o religione. Gesù è patrimonio di tutta l’umanità allo stesso modo. Per questo, con gli esempi fatti sulle preferenze di Dio con gli stranieri, Gesù arrivò a provocare il conflitto violento, che portò i concittadini di Nazaret a cercare di assassinarlo.


Il vino nuovo per la festa che verrà
- ANNO C, 20 gennaio 2019, II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO;
Is 62,1-5; Sal 95; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12

Marcelo Barros * 15/12/2018, 02:25

Tratto da: Adista Notizie n° 44 del 22/12/2018

In quest'inizio di secolo, il processo del Forum Sociale Mondiale, la cui sesta edizione si svolge a Nairobi dal 20 al 26 gennaio, fa sentire a molti il sapore nuovo di una cittadinanza universale, come assaggio di una maggiore partecipazione della società civile ai destini del mondo. Nei tempi antichi, per esprimere una realtà così nuova si diceva che le persone avevano assaporato il vino migliore. Nel processo dei forum sociali le persone si incontrano per fecondare il mondo di nuove forme di convivenza sociale e politica. Questo cammino si basa su una nuova comprensione della vita, delle relazioni umane e della comunione dell'essere umano con l'universo. Molti chiamano questo "spiritualità": è il vino nuovo di un'alleanza universale.

In molte tradizioni spirituali, la spiritualità è vista come un tuffo nel divino. I Padri della Chiesa orientale parlavano di divinizzazione dell'essere umano. Per ragioni culturali e storiche, la Bibbia insiste nell'alterità di Dio….

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si presenta e rivela la sua missione attraverso dei segnali. Dei sette grandi segnali profetici il primo è stato quello di trasformare l'acqua in vino ad una festa di matrimonio. Si tratta di un racconto simbolico e non di un atto magico. Ha una certa colorazione macro-ecumenica (esistono racconti simili nel culto orientale del dio Dioniso) e un forte contenuto sociale ed umano. In questo racconto simbolico, il Vangelo mostra Gesù che fa della festa di nozze di una coppia della Galilea il segnale dell'anticipazione della sua "ora", la sua missione messianica.

Per le culture latinoamericane tanto legate all'allegria del convivio, è bene vedere che Gesù dà il via alla serie dei suoi segnali partecipando ad una festa di matrimonio e facendo attenzione che ci sia vino, e vino buono….

Nel racconto di Cana, se esiste opposizione, è fra la religione istituzionale (qualsiasi religione), simboleggiata dai riti di purificazione (gli otri vuoti), e una spiritualità di intimità con Dio (simboleggiata dal matrimonio). Questa ci viene dalla grazia come il vino nuovo dato da Gesù, spiritualità comunitaria e radicata nella vita, ma non legata ad una istituzione.

La buona notizia di questo Vangelo è che, nella nostra vita di ogni giorno, nella realtà delle nostre povertà (sociali o culturali), Gesù si fa presente e ci rivela, nella sua persona e in ogni essere umano, la gloria di Dio, cioè il segnale della presenza divina…..

* Marcelo Barros benedettino, teologo della liberazione. Omelia già pubblicata su Adista Notizie n. 1/07

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MENTRE GESU’, RICEVUTO IL BATTESIMO,

STAVA IN PREGHIERA, IL CIELO SI APRI’

13 gennaio 2019

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Lc 3,15-16.21-22

[In quel tempo,]

poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». […]

Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

*

Il contesto del battesimo di Gesù secondo il vangelo di Luca è quello dell'incarcerazione di Giovanni Battista da parte di Erode. Si legge in questo vangelo che il tetrarca Erode veniva rimproverato da Giovanni Battista a causa di Erodiade, moglie di suo fratello, ma solo Luca ci dà un'indicazione preziosa, per tutte le malvagità che aveva commesso.

Sappiamo da altre fonti extra-bibliche, come da Giuseppe Flavio, che Giovanni Battista esortava alla pratica della giustizia del popolo e aveva un grande seguito. Ecco perché Erode, che vive nell'ingiustizia, ha fatto incarcerare questa voce profetica. Ma è così che agisce la stupidità del potere. La persecuzione fa fiorire la vita, non la estingue e, spenta una voce, ne sorge una più potente. Quindi è in questo contesto che avviene il battesimo di Gesù.

Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato…” : Giovanni Battista aveva annunciato un battesimo di conversione, cioè segno di cambiamento, per il perdono dei peccati. E' una sfida tremenda quella che Giovanni Battista fa, perché il perdono dei peccati si otteneva al tempio di Gerusalemme portando delle offerte al Signore.

Scrive Luca che tutto il popolo veniva battezzato. La gente ha capito, ha compreso che il perdono dei peccati non avviene attraverso un rito nel tempio, ma attraverso un cambio radicale di vita, un cambio del proprio comportamento e che non c'è più la necessità di offrire a Dio per le proprie colpe, ma di accogliere un Dio, che si offre con il suo Spirito, per poter vivere in pienezza questa vita.

E Gesù, ricevuto anche lui il battesimo …”: perché Gesù si fa battezzare? Il battesimo è un segno di morte. Per il popolo, per la gente era segno di morte al proprio passato, al passato di ingiustizia. Per Gesù era accettazione della morte nel futuro. Lui stesso in questo vangelo parlerà del battesimo come simbolo della sua morte quando dirà: “C'è un battesimo che devo ricevere”. Quindi, mentre per il popolo il battesimo significa morire al proprio passato, per Gesù è l'accettazione di morire nel suo futuro, per la fedeltà al disegno del Padre.

Stava in preghiera e il cielo si aprì” : si credeva a quel tempo che, a causa dei peccati del popolo, il cielo fosse chiuso e non ci fosse più comunicazione tra Dio e gli uomini. Attraverso l'impegno di Gesù la comunicazione tra Dio e l'umanità è ripristinata e sarà continua. Alla disposizione espressa da Gesù nel dono totale della sua vita corrisponde da parte di Dio il dono totale del suo spirito.

Quindi “il cielo si aprì…”è la comunicazione definitiva di Dio con l'uomo – “…e discese sopra di lui lo Spirito Santo…” : l'articolo determinativo indica la totalità. Lo spirito è la forza di Dio, l'amore di Dio. Su Gesù scende tutta la capacità d'amore di Dio;

“…in forma corporea come una colomba…” : perché questo richiamo alla colomba? L'evangelista già all'annunciazione ha visto in Gesù una nuova creazione e ritorna a questo tema a lui caro. Il libro del Genesi si apre con l'immagine dello spirito di Dio che aleggia sulle acque e poi la colomba appare di nuovo liberata da Noè dopo il diluvio. Cosa vuole indicare l'evangelista? Che in Gesù c'è la nuova creazione, in cui Dio non castigherà più il popolo, ma a tutti perdonerà le proprie colpe.

E venne una voce dal cielo…”, cioè da Dio. E l'evangelista colloca qui tre testi della Sacra Scrittura: un salmo, il libro del Genesi, il libro del profeta Isaia.

Il salmo (2,7) è: Tu sei il figlio mio, riferisce la consacrazione del messia. “Figlio” in quella cultura non significa soltanto colui che è generato dal padre, ma colui che gli assomiglia nel comportamento. Ricevendo lo spirito di Dio, cioè la sua stessa capacità d'amore, Gesù manifesta pienamente che egli è Dio;

l'amato” : questo termine, che significa anche unigenito, colui che eredita tutto del Padre, è preso dal libro del Genesi parlando di Isacco, il figlio di Abramo;

In te ho posto il mio compiacimento…” : questo è tratto dal profeta Isaia, che parla del futuro messia che riceve il compiacimento da parte di Dio. Quindi su Gesù, nel momento del battesimo, scende non soltanto lo Spirito Santo, ma Dio che si riconosce in lui.

Con Gesù non c'è più da cercare Dio, ma da accoglierlo e con lui e come lui lavorare per rendere il mondo sempre più umano.

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EPIFANIA DEL SIGNORE - 6 GENNAIO 2019

SIAMO VENUTI DALL’ORIENTE PER ADORARE IL RE

COMMENTO DI PADRE ALBERTO MAGGI OSM

Mt 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».
All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono.
Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.
Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.     

*

In ogni società lo straniero ha sempre messo paura: paura per quello che può prendere, per quello che può togliere e viene visto con diffidenza. I vangeli non sono d’accordo. Nei vangeli gli stranieri sono sempre presentati come persone positive che non tolgono, ma arricchiscono. È quanto ci scrive l’evangelista Matteo nell’episodio della nascita di Gesù che risponde a quello slogan che è tipico di ogni società egoistica, era al tempo di Gesù anche, il “Prima noi”.    

C’è un popolo eletto, un popolo privilegiato che considera che tutto quello che concorre alla pienezza della vita sia di suo diritto, poi, se proprio ci avanza, anche agli altri. Ebbene, Gesù nel suo insegnamento dirà “No a un prima noi, ma tutti insieme”. È quanto ci scrive l’evangelista presentando la nascita di Gesù.

Quando Gesù nasce appaiono alcuni Magi che vennero dall’oriente. Questo fatto determinò tanto scandalo nella chiesa perché l’evangelista adopera il termine “mago. Mago è un'attività proibita dal libro del Levitico nel capitolo 19 e nel Talmud si legge addirittura “chi impara qualcosa da un mango merita la morte”.

I primi ad accorgersi della nascita di Gesù, del figlio di Dio, sono quindi degli stranieri, dei pagani e dediti a un’attività scandalosa, proibita, il termine mago indica: ingannatore, corruttore. Allora la primitiva comunità cristiana provvide ad annacquare questo termine da mago al più innocuo “Magi” e poi in base ai doni viene identificato il numero di tre ed elevati alla carica regale, infatti “i tre re”.

Mentre arrivano i Magi tutta Gerusalemme e il re Erode vengono presi dal terrore, terrore perché?

Erode ha paura di perdere il potere e tutta Gerusalemme di perdere il tempio con tutto quello che ne consegue. Ma quando arrivano questi maghi nel luogo dove è nato Gesù essi provano una grandissima gioia.

Qui l’evangelista - è il punto centrale di questo episodio di grande attualità - mostra che non c’è un popolo eletto, un popolo privilegiato, il “Prima noi”, ma tutti insieme.

Israele si considerava di essere il popolo privilegiato perché era il popolo del regno di Dio, era il popolo sacerdotale ed era il popolo sposo di Dio. Ebbene, mediante l’offerta dei doni da parte di questi Magi, di questi maghi, questo che era considerato un privilegio di Israele passa a tutta l’umanità.

Il dono dell’oro significa la regalità, il regno di Dio non è più riservato a un popolo, ma è per tutta l’umanità perché l’amore di Dio non accetta barriere, muri o altro.

L’incenso, era l’offerta riservata ai sacerdoti. Anche il privilegio di essere il popolo sacerdotale, il popolo sacerdotale si intende che si ha un rapporto diretto con Dio, non è più soltanto di Israele, ma passa per tutta l’umanità.

La mirra: nel Cantico dei Cantici la mirra è il profumo che indica l’amore fra gli sposi e Israele si considerava il popolo sposa di Dio, Dio era lo sposo e il popolo la sposa, indicava una piena, profonda intimità. Anche questo privilegio passa a tutta l’umanità.

Quindi non c’è un “Prima noi”, un popolo privilegiato, ma, come insegnerà Gesù, tutti insieme, non ci sono gli esclusi, ma l’amore di Dio vuole arrivare ovunque.


 ANNO C, 23 dicembre 2018, IV DOMENICA DI AVVENTO; Mi 5,1-4°; Sal 79; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45

Maria, l’ottimismo di Dio

Giovanni Russo Spena * 16/11/2018, 20:09

Tratto da: Adista Notizie n° 40 del 24/11/2018

«In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.

Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto”».

Quel che colpisce in questo poetico confronto tra Maria ed Elisabetta è la forza spirituale e la modernità. Si poteva credere che questo passo del Vangelo fosse figlio di una cultura arretrata nel rapporto uomo/donna, patriarcale e maschilista. È, invece, un documento sorprendente per la sua impostazione modernissima, per la centralità in cui colloca la donna all’interno della formazione sociale, e per la sua autodeterminazione.

E questa centralità è il fondamento stesso, l’essenza stessa del ruolo della Madonna, così classica e beata e, insieme, così moderna e quotidiana. Vive nella coscienza del Sacro, che è, a mio modesto avviso, dentro la nascita della vita, dentro la maternità, dentro il grembo della donna. Vi è una connotazione potente, emotivamente inestinguibile nel rapporto simbiotico, vitale, di comune esistenza, di compartecipazione, che si crea tra la donna e il bimbo che sta per nascere nel suo grembo. Ciò è tanto più vero oggi, in un contesto pure rovesciato rispetto a quello raccontato dai Vangeli della natività, così diverso. Sembra, infatti, che i tempi nostri siano i tempi delle donne, del successo introdotto e poi realizzato dalle loro difficili e talvolta aspre lotte, sia sul versante delle acquisizioni nei rapporti familiari, sia su quello delle innovazioni nella dimensione pubblica. Nell’una come nell’altra ci viene rappresentato un cambiamento radicale della mentalità, delle dinamiche relazionali, delle pratiche quotidiane. Ma se squarciamo i veli del conformismo pigro, della pubblicità ingannevole, della truffa da copertina, ritroviamo non solo il dramma dei femminicidi, ma la monetizzazione e la mercificazione ambigua ed estrema del corpo delle donne.

La mancanza di autonomia delle donne, nel tempo della società di massa e della globalizzazione liberista, viene a malapena celata dalle pratiche emancipatorie che sono, spesso, puramente adattative al comportamento maschile e comunque omologate ai modelli ed alle pratiche dei poteri dominanti. Il mutamento radicale e reale della condizione della donna è indubbiamente legato al sorgere di una società nuova (che ne è il presupposto, anche se la storia ci dice che spesso anche nelle società liberate l'esito dei processi di emancipazione femminile è stato deludente).

Maria è depositaria consapevole, ma non succube, del destino della salvezza dell'umanità, perché ha creduto profondamente «all'adempimento di ciò che il Signore le ha detto». È santa. Ma anche profondamente umana, una donna attenta, serena, con il suo bimbo in grembo. Splendida simbiosi, perché Gesù è vissuto, vive, conosce la vita in quel grembo.

È la metafora di Gesù che "si fa uomo" non per apparizione celeste, ma per nascita con travaglio come tutte e tutti. Figlio nato da madre, da una donna designata dal Signore. La Madonna è donna, è madre. Partorisce la salvezza dell'uomo, nel volere del Signore. Ossia nel segno tangibile di ciò che Dio può realizzare in ogni persona che non ponga ostacoli alla potenza del suo amore.

Maria è il segno vivo dell'ottimismo di Dio sull'umanità, di un Dio che vuole attraverso l'uomo portare a compimento la sua nuova creazione. 

* Giurista, Giovanni Russo Spena è stato segretario di Democrazia Proletaria, membro dei Cristiani per il Socialismo e senatore di Rifondazione Comunista


III AVVENTO – 16 dicembre 2018

E NOI CHE COSA DOBBIAMO FARE?

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Lc 3, 10-18

Le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».

Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».

Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».

Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo:

«Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

*

L’invito di Giovanni Battista alla conversione viene accolto dal popolo, al suo battesimo accorrono le folle e accorrono addirittura i pubblicani, i soldati, ma sono assenti scribi, sacerdoti e farisei. Gli appartenenti e i rappresentanti dell’istituzione religiosa sono sempre refrattari o ostili al cambiamento.

Le folle che invece accolgono l’invito di Giovanni lo interrogavano chiedendo: “Che cosa dobbiamo fare?”. Questa loro domanda è la risposta all’invito di Giovanni Battista: “fate opere degne di conversione, di cambiamento!”.

Nelle risposte di Giovanni Battista non c’è nulla che riguardi la religione, nulla che riguardi il culto. Non dice “andate di più al tempio, portate delle offerte, pregate di più”, ma suggerisce atteggiamenti di giustizia, di solidarietà, di condivisione nei confronti dell’uomo. Già si annuncia il grande cambiamento che farà Gesù: il peccato non è quello che offende Dio, ma ciò che offende l’uomo.

Vediamo allora le risposte di Giovanni Battista.

  • Rispondeva loro (alla folla): “Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha” - quindi annuncia l’impegno della condivisione - “e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”: quindi invita alla solidarietà nei confronti degli altri.

  • A sorpresa appaiono anche dei pubblicani: i pubblicani sono gli impuri per eccellenza, sono quelle persone che – così si credeva – anche se un giorno si fossero convertiti, non avrebbero potuto salvarsi, perché non potevano mai restituire il ricavato degli imbrogli di tutta un’esistenza. Erano quindi dannati per sempre. Ebbene, anch’essi vanno a farsi battezzare, con timidezza, dicendo: “Maestro, noi che facciamo?”: cioè, c’è una speranza anche per noi? Stranamente Giovanni non li allontana, non li minaccia – si riteneva che per loro non c’era salvezza – e Giovanni dà questa risposta sorprendente: “Non esigete nulla più di quanto vi è stato fissato”: cioè possono continuare a fare un’attività che era considerata disonesta, ma facendola onestamente. Nei confronti di questa categoria l’apertura di Giovanni Battista è sorprendente. Ciò significa che Dio accetta le persone così come sono.

  • Intervengono anche i soldati, probabilmente dell’esercito degli occupanti: lo interrogavano anche alcuni soldati: “e noi che cosa dobbiamo fare?” Rispose loro: “Non maltrattate” - cioè non prendete denaro con violenza - e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe”: quindi invita i soldati ad evitare l’ingiustizia e a non darsi a saccheggi e rapine – come era pratica usuale dei soldati.

C’è una grande aspettativa da parte del popolo che attende l’arrivo del Messia promesso. E il popolo pensa che forse in questo profeta, apparso nel deserto, si sta manifestando l’atteso liberatore del popolo, cioè il messia: “poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo,…” - il termine greco “Cristo” traduce l’ebraico “messia”, l’inviato da Dio, l’unto del Signore - “…Giovanni rispose loro dicendo: “Io vi battezzo con acqua”: il rito di Giovanni era un rito esterno, un segno di cambiamento, di conversione.

Per comprendere l’espressione che segue, bisogna rifarsi ad una pratica matrimoniale dell’epoca, chiamata “legge del Levirato”, da levir, che significa “cognato”. Questa pratica consisteva in questo:

quando una donna rimaneva vedova senza un figlio, il cognato aveva l’obbligo di metterla incinta. Il bambino nato avrebbe portato il nome del padre, così il suo nome si sarebbe perpetuato per sempre. Quando il cognato rifiutava di mettere incinta questa donna provvedeva colui che, secondo la scala giuridica, aveva diritto dopo di lui. E per farlo procedeva alla cerimonia chiamata “dello scalzamento”, scioglieva i legacci del sandalo della persona, prendeva il sandalo ed era una maniera per dire: “il tuo diritto di mettere incinta questa donna lo prendo io”. Questo lo possiamo trovare al capitolo 25 del Deuteronomio.

Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me e a cui non sono degno di slegare i legacci dei sandali”: questa espressione non è una lezione di umiltà, ma Giovanni Battista sta parlando di colui che deve fecondare questo popolo: colui che deve dare figli di Dio a questo popolo non sono io, ma colui che viene dopo di me.

Egli vi battezzerà in Spirito Santo”cioè realizzerà un’immersione interiore, impregnerà le persone della forza e dell’energia di Dio - “e fuoco” : cioè un fuoco che distrugge, è minacciato un castigo per chi lo rifiuta. E infatti ecco l’immagine che ci dà Giovanni: “egli tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”.

In seguito Giovanni Battista andrà in crisi perché Gesù annuncerà un messaggio di vita, senza il riferimento a un castigo, il suo messaggio non è un messaggio di distruzione. E quando Gesù dovrà citare il testo che ha citato Giovanni, Gesù censurerà il fuoco, infatti Gesù nel capitolo 1 degli Atti, al versetto 5, dice: “Giovanni ha battezzato con acqua, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni”. La citazione del fuoco non c’è. Da parte di Gesù c’è soltanto un’offerta d’amore e non c’è nessun cenno di castigo per i malvagi.

Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo” : cioè annunciava la buona notizia che poi si manifesterà nella persona di Gesù che presenterà il volto di un Dio non solo buono, ma esclusivamente buono, un Dio che riverserà il suo amore anche sugli ingrati e i malvagi.

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II DOMENICA DI AVVENTO - 9 DICEMBRE 2018
OGNI UOMO VEDRÀ LA SALVEZZA DI DIO!
Commento al vangelo di p. Alberto Maggi osm

Lc 3, 1-6

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.

Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate.

*

Il capitolo 3 del vangelo di Luca si apre in una maniera volutamente pomposa, ridondante perché l’evangelista vuole attrarre l’attenzione del lettore e prepararlo alla sorpresa che ora vedremo. Scrive l’evangelista Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare: Tiberio Cesare era il secondo imperatore, era succeduto ad Augusto.

L’evangelista ci presenta una società piramidale, ponendo quelli che sono ai vertici e secondo la cultura dell’epoca quelli più vicini a Dio o addirittura creduti degli dei come era l’imperatore romano. Poi scende giù, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, quindi scende sempre giù da questa piramide, e Filippo suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e l’evangelista si inserisce anche un personaggio semi sconosciuto, un certo Lisània, tetràrca dell’Abilène, dell’Antilibano, sotto il sommo sacerdote, è al singolare l’espressione dell’evangelista, Anna e Caifa. Anna era il suocero di Caifa. L’evangelista, attraverso questo artifizio, ha voluto raggiungere il numero 7 che indica la totalità, ecco la totalità del potere.

Ed ecco qual è la sorpresa: la parola di Dio venne su…”, a quali di questi si dirigerà Dio? Perché abbiamo visto le persone più in alto, le più vicine a lui, addirittura quelli che si credevano di condizione divina, c’è il sommo sacerdote, anzi due sommi sacerdoti rappresentanti di Dio, a quali di questi Dio rivolgerà la sua parola? Ecco la sorpresa, “…venne su Giovanni…”, un certo Giovanni, “…figlio di Zaccarìa nel deserto”. Quando Dio deve intervenire nella storia evita accuratamente luoghi e persone sacre e religiose perché sa che sono sempre refrattari, addirittura ostili ad ogni cambiamento.

La sua parola si rivolge a questo Giovanni, figlio di Zaccaria. Essendo il figlio maschio primogenito di Zaccaria, avrebbe dovuto come il padre essere sacerdote, presentarsi al compimento dei 18 anni al tempio per vedere se non aveva difetti che impedivano di continuare il sacerdozio del padre. Invece sta nel deserto, ha rotto con questa società; è lontano da Gerusalemme, è lontano dal tempio, egli percorse tutta la regione del Giordano predicando un battesimo: il termine battesimo non ha il significato liturgico che poi gli verrà dato. Il battesimo è un’immersione, era un rito conosciuto che significava morire a una condizione precedente per iniziarne una nuova. Per esempio a uno schiavo veniva concessa la libertà si battezzava, cioè si immergeva completamente in un corso d’acqua, moriva lo schiavo e quello che emergeva era una persona libera. Quindi è un segno di cambiamento, di morte a quello che si è stato.

Questo battesimo era un segno di conversione, l’evangelista sceglie il termine conversione, non indica la conversione religiosa, il ritorno a Dio, ma usa quello che indica un cambio di mentalità che poi influisce nel comportamento; un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.

E’ grande la provocazione di Giovanni Battista perché il perdono dei peccati avviene al tempio di Gerusalemme portando delle offerte al Signore. Ebbene Giovanni non è d’accordo, lui è l’uomo dello Spirito, non come il padre Zaccaria che è l’uomo del rito, e proclama questo segno di cambiamento di vita, la conversione significa non vivere più per te, ma vivi per gli altri, e questo ottiene la cancellazione dei peccati, quindi non più a Gerusalemme.

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I DOMENICA DI AVVENTO - 2 DICEMBRE 2018 - LA VOSTRA LIBERAZIONE È VICINA

Lc 21,25-28.34-36

(In quel tempo,) Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.

Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.

State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

d. Paolo FARINELLA

Propriamente l’Avvento non è una preparazione al Natale, ma una contemplazione della 2a venuta di Gesù alla fine del mondo come compimento della 1a, avvenuta con l’incarnazione.

L’Avvento, infatti, fluttua tra questi due appuntamenti con il Cristo:

  1. uno già sperimentato (la nascita o «genesi» come la chiama Mt 1,1), l’altro atteso alla fine della storia: il termine stesso, filologicamente, deriva dal latino ad venio/vengo verso…, da cui «Adventus Domini/la venuta del Signore»1.

Noi viviamo i penultimi tempi che precedono questo 2° appuntamento.

Nota storico-liturgica.

La tradizione della «corona d’Avvento» nasce in Germania all’inizio del 1900. Negli anni 1939-40 arriva in Danimarca dove i fiorai l’hanno diffusa in tutto il paese.

La coroncina è fatta di rami di abete in cui sono inserite 4 candele bianche o rosse. La coroncina è decorata con strisce di raso rosse. L’idea di fondo, comune a tutte le tradizioni, è che la luce sprigionata dalle quattro candele illumina il cammino verso Natale, il giorno di Cristo «Luce delle nazioni», il quale guida il nuovo esodo verso la Gerusalemme celeste degli ultimi tempi, il secondo Avvento.

Il linguaggio apocalittico è in linea con i profeti quando parlano di Gerusalemme ridotta a «desolazione» (Is 64,9; Ger 25,18). Questi discorsi di Gesù ripresi a distanza di 40 o 50 anni, vengono riletti e proiettati in avanti su scala universale: la caduta di Gerusalemme diventa il paradigma della fine del mondo, descritta con lo stesso scenario e la stessa tragedia. Non è la descrizione «materiale» di come avverrà la fine del mondo, ma la riflessione sulla caducità del mondo che giungerà alla sua fine come la città santa che tutti giudicavano eterna.

La fine del mondo è descritta prendendo in prestito immagini e sensazioni da un evento terribile, vissuto e subìto come un trauma irreversibile: la profanazione e la distruzione con incendio del tempio e della città santa di Gerusalemme. Nessuno poteva immaginare che il tempio sarebbe stato distrutto e che i pagani vi avrebbero costruito un altare agli idoli. Il popolo d’Israele vedeva Gerusalemme e il tempio come la garanzia della protezione divina contro la quale nessuna potenza avrebbe potuto vincere.

Gli Ebrei non hanno saputo leggere gli eventi che accadevano perché si erano chiusi nel sistema religioso basato sull’osservanza materiale della Toràh, divenuta un impedimento ad incontrare Dio per la maggior parte della popolazione: ritualità e abluzioni, divieti e norme anche banali erano diventati «idoli», escludendo Dio dall’orizzonte della vita (cf Mt 15,3.6; Mc 7,9). Non era più Dio che si cercava, ma si adeguava la realtà e la stessa Parola di Dio all’immagine che l’istituzione si era fatta di Dio. Oggi nella Chiesa cattolica stiamo vivendo lo stesso rischio:

«È sensazione diffusa che, dopo la stagione profetica del primo post-concilio, la comunità ecclesiale italiana stia attraversando una fase di normalizzazione».

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CRISTO RE – 25 novembre 2018

TU LO DICI: IO SONO RE

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Gv 18, 33b-37

[In quel tempo]

Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».

Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

*

Per catturare Gesù i capi religiosi sono ricorsi all’arma che è loro congegnale, la menzogna; menzogna basata sulla convenienza.

Ai sommi sacerdoti che sono presi dal panico a causa delle azioni di Gesù (Se lo lasciamo fare verranno i romani e ci distruggeranno”), il sommo sacerdote Caifa dice: “Non avete capito che vi conviene che quest’uomo muoia piuttosto che vengano i romani e ci distruggano?

Quindi l’assassinio di Gesù è basato sulla convenienza della casta sacerdotale al potere. Ma, nel brano che adesso vediamo, l’evangelista smentisce queste accuse, questa menzogna contro Gesù. Gesù per il procuratore romano non rappresenta alcun pericolo.

E’ il primo interrogatorio che Pilato, il massimo rappresentante locale dell’impero, farà a Gesù. Pilato esprime tutta la sua sorpresa. L’uomo che si trova davanti non ha nulla del malfattore che gli hanno detto; Gesù non ha nulla del pericoloso rivoluzionario che lui ha mandato ad arrestare, si trova di fronte a una persona che lo sconcerta.

Questo è un processo strano. E’ un processo dove non è tanto il giudice a fare le domande all’imputato, ma è l’imputato che fa le domande al giudice e la sentenza non sarà emessa dal giudice ma dall’imputato. Infatti Gesù non risponde, ma fa a sua volta una domanda a Pilato: Dici questo da te oppure altri ti hanno parlato di me?” : Gesù lo invita a ragionare con la propria testa e non sotto l’influsso di quello che gli hanno detto le autorità religiose.

Non è fuori luogo ricordare i molti richiami di Papa Francesco alle chiacchiere della Curia romana e delle comunità cristiane: denigrazioni facili e irresponsabili che uccidono!

Pilato reagisce con sdegno: Sono io forse Giudeo?” : Pilato disprezzava la regione che doveva governare e qui esprime tutto il suo disprezzo e il suo sdegno. Ed ecco la gravità di quello che dice: “…la tua gente” - cioè la tua nazione - “…i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me”: sono tutti contro Gesù, sia quelli che detengono il potere, sia quelli che sono sottomessi al potere. Quelli che detengono il potere, i sommi sacerdoti, vedono in Gesù un pericolo per il loro dominio sul popolo, ma quelli che sono sottomessi al potere vedono in Gesù un attentato alla sicurezza che la sottomissione al potere concede loro. Giovanni nel prologo del Vangelo aveva scritto: “Venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto”.

E Pilato chiede: Che cosa hai fatto? Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo”. Gesù non sta contrapponendo il cielo alla terra, ma due mondi differenti, il mondo del potere e il mondo dell’amore. Nell’uno vigono il dominio e la menzogna, che causano morte negli uomini, nell’altro il servizio e la verità che invece comunicano vita.

Quindi il regno di Gesù non è di questo mondo, ma è in questo mondo: ma Gesù non ha servitori, perché lui - “re” - si mette a servizio dei suoi. “…ma il mio regno non è di qui”: quindi Gesù esclude che il suo regno abbia anche lontanamente le caratteristiche dei regni di questo mondo, basati sul potere, sul dominio e sulla menzogna.

Allora Pilato, ancora più sconcertato, gli disse: “Dunque tu sei re? Rispose Gesù…Tu lo dici che sono re”: è la sua opinione e Gesù tronca lì il discorso non è interessato al tema della regalità e introduce invece il tema e la ragione per la quale è venuto al mondo:“per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: PER DARE TESTIMONIANZA ALLA VERITÀ”. E qui c’è un’affermazione che è importante, di grande valore per i credenti di tutti i tempi: CHIUNQUE È DALLA VERITÀ, ASCOLTA LA MIA VOCE”.

La verità per Gesù non è una dottrina che si possiede, ma l’atteggiamento che caratterizza la vita del credente che si pone in sintonia con l’amore creativo del Padre e si traduce in opere che comunicano vita agli uomini. Quindi per Gesù non si ha la verità, ma si fa la verità, si è nella verità, si cammina nella verità. Essere nella verità significa aver posto il bene dell’uomo come valore assoluto, che orienta la vita del credente. Mentre chi ha la verità, in base alla verità che ritiene di avere e che è dottrina, si sente autorizzato anche a separarsi dagli altri e li può giudicare, chi invece è nella verità mette il suo amore a servizio di tutti.

Essere nella verità significa mettere il valore dell’uomo come valore assoluto della propria esistenza.

Gesù dice: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” : non afferma, come ci saremmo aspettati, “Chi ascolta la mia voce è dalla verità”. No!

Per ascoltare la voce di Gesù occorre una premessa: aver orientato la propria vita per il bene degli altri.

Pilato, rappresentante del potere, della menzogna e della violenza, naturalmente non può comprendere questo; quindi pone la domanda: “Che cos’è verità?” : non sta dalla parte della verità, non ha messo il bene dell’uomo come valore assoluto, ma soltanto il proprio bene, il proprio potere. E non attende risposta.


XXXIII TEMPO ORDINARIO – 18 novembre 2018

IL FIGLIO DELL’UOMO RADUNERA’ I SUOI ELETTI

DAI QUATTRO VENTI

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 13, 24-32

[In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:]

«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria.

Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

*

Il messaggio di Gesù è stato chiamato “la Buona Notizia”. Nel suo messaggio non ci sono paure, ma solo speranze. Quindi non minacce, ma delle realtà positive per l’uomo.

Vediamo il Vangelo di Marco in questo capitolo 13, che è talmente difficile e complesso che lo stesso evangelista avverte il lettore - cioè l’incaricato di leggere e interpretare questo suo brano, questo suo documento - che capisca bene (v. 14). Scrive Marco: “In quei giorni, dopo quella tribolazione…”. A quale tribolazione Gesù si sta riferendo? Alla distruzione del tempio e di Gerusalemme da parte dei romani. Ebbene, quella che agli occhi di un israelita poteva sembrare un’immane catastrofe, per Gesù è soltanto l’inizio di un processo di liberazione per tutta l’umanità.

E Gesù parla usando il linguaggio tipico dei profeti e prende in prestito dal profeta Isaia, nel capitolo 13, l’oracolo su Babilonia. Un oracolo nel quale si annuncia, si dà speranza al popolo, che “ogni regime che è basato sul potere, ha già in sé il germe della distruzione. Come ha detto il profeta Daniele, ogni gigante ha i piedi d’argilla”.

Quindi Gesù, usando il linguaggio profetico, non annuncia una catastrofe che investe il mondo, ma una catastrofe che investe soltanto la sfera celeste, cioè il luogo dove risiedevano gli dei e, soprattutto, dove ambivano salire le persone che detenevano il potere.

Dice Gesù: “…il sole si oscurerà e la luna non darà più la sua luce”. Sole e luna sono divinità adorate dai pagani. Ebbene, con la caduta di Gerusalemme e l’inizio dell’attività dei discepoli anche nel mondo pagano, queste divinità che erano adorate nel mondo pagano, perderanno il loro splendore. Quando si annuncia la luce del Vangelo tutto il resto si oscura.

Quindi Gesù annunzia la caduta di tutti i poteri che si oppongono al Regno di Dio, “…e le stelle cadranno dal cielo”: chi sono queste stelle? Tutte le persone che detenevano un potere, dal faraone, all’imperatore, ai re, ambivano salire in cielo; erano chiamate “le stelle”.

C’è l’oracolo del profeta Isaia, al capitolo 14, dove si riferisce proprio al re di Babilonia, dice: ambivi salire nei cieli e invece sei stato precipitato nel regno degli inferi”. Quindi “ambivi salire nei cieli” significa “essere come una stella”, cioè avere la condizione divina, e invece sei caduto.

Allora Gesù annuncia che, con l’inizio della diffusione del suo messaggio, queste stelle, cioè i potenti, che si basano su divinità pagane, nel momento che queste divinità pagane, sole e luna, perdono lo splendore, incominciano a cadere.

E le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”: “Nei cieli: nel Vangelo di Marco, c’è il Padre, c’è il Figlio dell’Uomo, ci sono gli angeli. Uniche intruse sono queste potenze, cioè dei poteri che intendevano governare la vita degli uomini. Nel momento dell’annuncio della Buona Notizia queste potenze cominciano ad essere sconvolte.

Allora, scrive l’evangelista: «Allora vedranno…»” - non dice ‘vedrete’. Chi sono coloro che vedranno? Nel momento che i potenti cadono dal loro piedistallo, vedono - “«il Figlio dell’Uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria»”: Nel momento in cui le potenze cadono, sale la potenza del Figlio dell’Uomo. L’evangelista sta dando non un messaggio minaccioso, ma una grande speranza: TUTTI I POTENTI CADRANNO. E il potente, mentre cade, nella sua caduta vede innalzare il Figlio dell’Uomo, cioè la piena dignità dell’uomo.

E “«manderà gli angeli…»”gli angeli sono i suoi collaboratori “«…e radunerà i suoi eletti»” - che non sono più gli eletti di Israele, ma i nuovi eletti, della nuova comunità del Regno - «dall’estremità della terra all’estremità del cielo, come un nuovo inizio»”: cioè le sofferenze causate dall’oppressione, vedranno la fine. Vedranno la fine nell’inizio di questa epoca nuova, di una realtà nuova inaugurata dal Figlio dell’Uomo.

Poi Gesù ammonisce: «Dalla pianta del fico imparate la parabola»”. E’ una parabola conosciuta. Qual è questa parabola? E’ quella che precedeva, al capitolo 12, quella dei vignaioli omicidi ai quali sarà tolta la vigna e sarà data ad altri popoli. Gesù sta annunciando che, con la distruzione di Gerusalemme, il Regno di Israele finirà, ma si inaugurerà il Regno di Dio, quindi un messaggio pienamente positivo.

E Gesù ammonisce: “«E voi quando vedrete queste cose…»”, cioè la distruzione di Gerusalemme, la diffusione del suo messaggio nel mondo pagano, «…sappiate…”, e qui la traduzione dice “che egli è vicino”, ma non c’è “egli”: “«…che è vicino e alle porte»”. Cos’è che è vicino, alle porte? Gesù ce l’aveva detto, Il Regno di Dio è vicino, ma, fintanto che i discepoli pensano ancora all’egemonia di Israele, al predominio di Israele, il Regno di Dio non può iniziare, perché il Regno di Dio è universale, non è legato a un popolo.

E Gesù garantisce: “«Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga»”: di fatto, sarà nel 70 d.C. che ci sarà la distruzione di Gerusalemme. E, usando un proverbio che significa “tutto passerà, il cielo e la terrà passeranno”, non sta dicendo che finirà il cielo o finirà la terra, ma i due opposti “cielo e terra” significano il tutto, una garanzia, una certezza assoluta: “«il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”»: quindi la rovina di Gerusalemme permetterà l’entrata dei pagani nel Regno di Dio. Questo è ciò che Gesù afferma con sicurezza.

Riguardo però al giorno e all’ora, qui si rifà alla persecuzione individuale o comunitaria, dice Nessuno lo sa”, perché naturalmente annunciare questa Buona Notizia porterà la persecuzione; “…né gli angeli del cielo, né il Figlio, eccetto il Padre”: questo è un invito a fidarsi completamente, a non preoccuparsi. Quindi annunciate la Buona Notizia, e questa Buona Notizia vedrà la caduta dei poteri che vi si oppongono, che naturalmente reagiranno con violenza. Ma voi non vi preoccupate perché il Padre si occuperà di voi pienamente.

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XXXII TEMPO ORDINARIO – 11 novembre 2018

QUESTA VEDOVA, COSI’ POVERA,

HA GETTATO NEL TESORO PIU’ DI TUTTI GLI ALTRI

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 12, 38-44

Gesù [nel tempio] diceva [alla folla] nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano (= bramano) passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.

Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.

Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

*

Per l’esatta comprensione del messaggio degli evangelisti, occorre conoscere le loro regole letterarie, i loro stili letterari. Una di queste si chiama trittico.

Il trittico cos’è? C’è un pannello centrale più grande e due ai lati più piccoli, che si comprendono

soltanto in relazione a quello centrale. Per l’esatta comprensione del messaggio degli evangelisti, occorre conoscere le loro regole letterarie, i loro stili letterari. Una di queste si chiama trittico. Il trittico cos’è? C’è un pannello centrale più grande e due ai lati più piccoli, che si comprendono soltanto in relazione a quello centrale. Ebbene, la tecnica del trittico è applicata anche in letteratura. Sono episodi dove c’è un episodio centrale che viene compreso e spiegato da quello che lo precede e da quello che lo segue. Se non si tiene conto di questo si rischia, come in questo caso, in questo Vangelo, di travisarne completamente il significato.

Vediamo la prima parte, del pannello.

Gesù diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi …”è imperativo, cioè “state attenti, c’è una categoria di persone che è estremamente pericolosa”; e Gesù dà delle indicazioni per riconoscerla.

Chi sono gli scribi? Gli scribi erano il magistero infallibile dell’epoca, lo scriba era il teologo ufficiale, colui la cui parola aveva lo stesso valore della Parola di Dio. Lo scriba era addirittura più importante del sommo sacerdote. Gesù dà delle indicazioni per riconoscerli: amano (=bramano) passeggiare in lunghe vesti,”: cioè loro si distinguono dagli altri, e per far vedere che hanno una relazione particolare con il Signore, che sono al di sopra della gente, usano un abito religioso che li distingua dal resto della gente;

“…ricevere i saluti nelle piazze,” - il saluto significa ossequio, essere riveriti, per i loro nomi, per i loro appellativi;

“…avere i primi seggi nelle sinagoghe…”il primo seggio nella sinagoga non è semplicemente il posto in avanti, come noi possiamo pensare. Nella sinagoga, lateralmente, c’erano due gradini; il primo seggio era quello che stava in alto, in modo che la gente stava seduta sotto. Il ‘primo seggio’ significa mettersi al di sopra degli altri;

“…e i primi posti nei banchetti”: tanta devozione, tanta spiritualità sono affiancate a una grande ingordigia. Il primo posto al banchetto è quello accanto al padrone di casa, e quindi è dove si viene serviti prima e meglio.

Gesù ridicolizza questo loro appetito dicendo che divorano le case delle vedove”: la vedova è l’immagine di una persona che, non avendo un uomo che provveda a lei, è bisognosa, è l’essere da proteggere, e “pregano a lungo per farsi vedere”.

No, in realtà l’evangelista non dice che pregano a lungo per farsi vedere, ma fanno vedere che pregano a lungo” : fanno vedere che pregano, cioè la loro preghiera è una simulazione, basata tutta quanta sul loro interesse.

E, l’unica volta che Gesù condanna qualcuno, si tratta di un peccatore? No, si tratta della casta religiosa al potere: “Essi riceveranno una condanna più severa.” - questo è il pannello iniziale.

Poi vediamo quello centrale: “Gesù è seduto di fronte al tesoroecco chi è il vero Dio del tempio, è il tesoro, è mammona, è l’interesse. C’è scritto nel secondo Libro dei Maccabei 3,6 che “il tesoro di Gerusalemme era colmo di ricchezze immense tanto che l’ammontare delle somme era incalcolabile”. Ecco il vero Dio del tempio, ecco il vero Dio degli scribi.

“…e la folla vi gettava le monete, poi viene una vedova…”non è solo vedova, ma è anche povera “getta due monetine”, e Gesù commenta: “è tutto quello che aveva per vivere”: ecco la deformazione di Dio operata dai teologi, dagli scribi.

Allora Gesù si scaglia contro questi scribi perché hanno deturpato il volto di Dio, ecco perché sono pericolosi. Il loro Dio non è il Padre di Gesù, ma un Dio creato a immagine e somiglianza dei loro interessi, dei loro appetiti e della loro voracità.

Nel Libro del Deuteronomio (14) Dio aveva stabilito che, con i proventi del tempio, bisognava assistere le vedove e gli orfani, cioè le persone che avevano necessità. Qui gli scribi sono riusciti a fare il contrario: sono le vedove che si dissanguano per mantenere il tesoro del tempio, che è come un vampiro che succhia loro il sangue.

Allora Gesù dice: “lei nella sua miseria aveva gettato tutto quello che aveva: tutto quanto aveva per vivere”. Non è una lode, ma è un lamento per la vittima della religione. E’ un lamento per questa persona sfruttata che, anziché essere lei alimentata con i soldi del tesoro del tempio, è lei che alimenta questo dio-vampiro.

All’inizio del capitolo seguente: allora Gesù è radicale – è la parte conclusiva del trittico –: “Qui non rimarrà pietra su pietra che non sia distrutta!”. L’istituzione religiosa che ha prostituito il volto di Dio, l’istituzione religiosa che è in mano a persone che badano soltanto ai loro interessi, deve scomparire definitivamente.

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 4 novembre 2018

AMERAI IL SIGNORE TUO DIO. AMERAI IL PROSSIMO TUO Mc 12, 28-34

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi, OSM

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

A Gerusalemme, nel tempio, cuore dell’istituzione religiosa e polmone economico dell’intera regione, Gesù ha accusato la casta sacerdotale al potere di essere una banda di ladri che ha trasformato il santuario in una spelonca nella quale ammassa la refurtiva dell’incessante rapina ai danni del popolo. Il vero dio adorato nel tempio non è il Signore d’Israele, ma il denaro e, per il loro interesse, i capi religiosi sono disposti ad ogni efferatezza, anche a uccidere il Figlio di Dio («Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra», Mc 12,7).

Sommi sacerdoti, scribi e anziani hanno deciso di ammazzare Gesù, ma c’è un impedimento: il popolo che è pieno di ammirazione per il suo insegnamento (Mc 11,15-18). Occorre perciò, prima di eliminare Gesù, screditarlo, e per questo inizia una serie di agguati contro di lui, dei trabocchetti dove però ogni volta sono i capi religiosi a rimanere intrappolati. Cominciano con l’inviare farisei ed erodiani, con l’insidiosa questione del tributo a Cesare, poi è la volta dei sadducei, che tenteranno di ridicolizzare Gesù con un’interpretazione materialistica della risurrezione, infine l’attacco decisivo, quello di uno scriba, l’interprete ufficiale del magistero.

Questo scriba chiede a Gesù quale sia il primo di tutti i comandamenti. La domanda non è volta a conoscere, ma è per controllare questo Galileo che ha un rapporto quanto meno distaccato con i comandamenti (Mc 10,17-19). Quello più importante era indiscutibilmente il riposo del sabato, che persino Dio osservava (Gen 2,3), e la cui osservanza equivaleva all'adempimento di tutta la Legge. Al contrario, la sua trasgressione era ritenuta una violazione di tutti i comandamenti, e per questo punita con la morte (Es 31,14; Nm 15,32-36).

Nella sua risposta Gesù, che non rispettava il sabato (Mc 2,23; 3,2) e pertanto non riteneva l'osservanza di questo comandamento la più importante, ignora provocatoriamente i comandamenti, e si rifà all’“Ascolta Israele” (Dt 6,4-9), l’atto di fede che gli ebrei recitavano due volte al giorno, elevandolo al rango di comandamento: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza».

La domanda dello scriba concerneva un solo comandamento, il più importante. Ma per Gesù l'amore a Dio non è reale se non si accompagna con l’amore al prossimo, per questo aggiunge alla sua risposta un precetto del Levitico: «Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18).

Sorprendentemente, lo scriba si mostra d’accordo, comprende che l’amore a Dio e al prossimo «vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici», relativizzando così l’importanza dell’elemento centrale del culto israelita.

Quando si arriva a comprendere che la relazione con Dio e quella con gli uomini sono indissociabili, non si è lontani dal regno, l’alternativa proposta da Gesù. Ma far parte del regno non è una questione teorica, bensì pratica, esige la conversione, il cambiamento di vita. Per questo non si segnala nessuna reazione dello scriba all’implicito invito di Gesù: «Non sei lontano dal regno di Dio». La domanda che lo scriba aveva posto era scolastica, virtuale, non riguardava la vita ma la teologia. La sua era solo una questione dottrinale senza alcuna implicazione nella vita pratica (per questo nella sua risposta lo scriba ha omesso il termine “anima” [vita]). È un teologo, un sapiente e non traduce nella vita le conclusioni della sua teologia.

Uscito indenne e vincente dagli attacchi contro di lui, nessuno osa più interrogare Gesù: temono le sue risposte, avvertono nelle sue parole il pericolo di essere rovesciati dalle loro posizioni, e ora è Gesù a passare al contrattacco, demolendo sia la dottrina («Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide?»), sia la figura degli scribi («guardatevi dagli scribi…»).


XXIX TEMPO ORDINARIO – 21 ottobre 2018

IL FIGLIO DELL’UOMO DONA

LA PROPRIA VITA

IN RISCATTO PER MOLTI

p. Alberto MAGGI

Versetti che precedono il brano odierno:

  • Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore.

Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà».

Mc 10, 35-45

Si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. TRA VOI PERÒ NON È COSÌ; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

*

Gesù ha annunciato che a Gerusalemme sarà ammazzato dai componenti del sinedrio. Ma i discepoli non capiscono. Infatti, scrive l’evangelista: “gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni”, sono i due discepoli che gli chiedono: Maestro…” - lo chiamano ‘Maestro’, ma in realtà non lo ascoltano, non apprendono, non lo seguono – “… vogliamo… - con grande arroganza, è una pretesa, non è una richiesta - “…che tu ci faccia quello che noi ti chiederemo”.

E Gesù dice loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Ed ecco la loro richiesta: “Concedici di sedere nella tua gloria…”: l’ideologia religiosa può uccidere, può neutralizzare, può atrofizzare l’ascolto e la visione di Gesù; “…uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”: come nelle monarchie: il re era seduto al centro e quelli che detenevano il potere alle sue dipendenze alla sua destra e alla sua sinistra; quindi, pur avendo Gesù annunciato la sua morte, i suoi discepoli non capiscono e non accettano.

Allora Gesù dice: “Voi non sapete quello che chiedete. Potere bere il calice che io bevo ?” il calice, nella tradizione ebraica, era simbolo di morte, simbolo di martirio . E per tre volte Gesù adopera poi l’espressione ‘battezzare’. ‘Battezzare’ è pure simbolo di morte, per la gente indicava anche ‘morte al proprio passato’. Il battesimo di Gesù è stato simbolo di accettazione della morte. Potete essere battezzati nel battesimo in cui sono battezzato?”: quindi potete affrontare questa morte? Loro, con grande spavalderia, rispondono: “lo possiamo!”. Alla prova dei fatti scapperanno via tutti!

E Gesù disse loro: il calice che io bevo, anche voi lo berrete e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati…”: e di nuovo ripete per tre volte l’espressione ‘battezzare’ – il numero tre significa ciò che è definitivo - “…ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”: cioè coloro che, al momento della prova, saranno capaci di seguirlo. E, al momento della prova, Giacomo e Giovanni non saranno capaci di seguire Gesù.

Scrive l’evangelista: “Gli altri dieci…”: perché questa sottolineatura superflua?

Sappiamo che sono dodici gli Apostoli. Se due hanno rivolto questa richiesta a Gesù è ovvio che gli altri siano dieci. Ma con questa precisazione l’evangelista ricorda la grande tragedia di Israele, lo scisma dopo la morte di Salomone. Dopo la morte di Salomone, il figlio Roboamo vide giungere presso di lui una delegazione composta dagli anziani che gli disse: “Guarda, tuo padre che è stato un dittatore spietato, ci ha succhiato il sangue dalle vene, tu cerca di essere più leggero di tuo padre!”. Roboamo, ambizioso come il padre, ma non altrettanto intelligente, disse “Se mio padre vi schiacciava con un mignolo, io vi schiaccerò con un pugno”. Allora, da quel momento, delle dodici tribù che componevano il regno di Israele, ben dieci si separarono e rimasero a Roboamo soltanto la sua tribù e quella di Beniamino. Fu lo scisma e la rovina del popolo di Israele.

Allora l’evangelista, richiamando questo fatto, con gli altri dieci che si indignano con Giacomo e Giovanni - perché tutti volevano fare questa stessa richiesta, l’evangelista fa capire che è l’ambizione che domina e mette in ansia tutto il gruppo. C’è il rischio che l’ambizione del potere porti allo scisma, alla separazione e quindi alla rovina della comunità.

Allora, ecco un importante insegnamento: Gesù “li chiamò a sé…”: li chiama perché sono spiritualmente lontani; “…e disse loro: «voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni …” ‘sono considerati’…dagli altri, ma Gesù non li considera tali – dominano su di esse e i loro capi le opprimono”: Gesù ha un’immagine negativa di coloro che detengono il potere. E, per tre volte, Gesù sottolinea: MA TRA VOI NON È COSÌ…”: qualunque imitazione del sistema di potere vigente nella società, all’interno della comunità dei discepoli di Gesù è respinta!

“…chi vuole essere grande si faccia vostro servo”: quindi se vuoi essere grande, mettiti a servizio di tutti, se vuoi essere il primo, fatti schiavo di tutti: Gesù non tollera che nella sua comunità ci siano alcuni che si mettano al di sopra degli altri.

Ed ecco l’importante rivelazione che cambia completamente il volto di Dio: Anche il Figlio dell’uomo…”, cioè l’uomo che ha la condizione divina, “non è venuto per farsi servire, ma per servire” : ecco l’immagine di Dio. Nelle religioni, compresa quella giudaica, Dio chiedeva il servizio dagli uomini. Gesù cambia radicalmente; con Gesù Dio non chiede più di essere servito, ma è lui che si mette a servizio degli uomini.

E il servizio a che cosa è finalizzato? Dare la propria vita in riscatto per molti”: il riscatto era il prezzo che si pagava per liberare qualcuno da una schiavitù. Per molti: noi diremmo “per tutti benché molti”. Quindi Dio, in Gesù, si mette a servizio dell’umanità intera, per liberarla da tutto quello che le impedisce di essere pienamente e di diventare figli suoi.

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XXVIII TEMPO ORDINARIO – 14 ottobre 2018

VENDI QUELLO CHE HAI E SEGUIMI

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 10, 17-30

[In quel tempo], mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.

Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

*

Nel Vangelo di Marco, ogni volta che l’evangelista adopera il termine “strada”, è sempre per indicare la semina infruttuosa. E’ il seme che viene gettato, ma vengono gli uccelli. Immagini che poi Gesù aveva commentato come il Satana che è l’immagine del potere, della ricchezza, di tutto quello che impedisce l’accoglienza del messaggio di Gesù.

Il brano che oggi commentiamo comincia proprio con mentre andava per la strada”. Quindi l’evangelista ci dice già che la semina sarà infruttuosa.

Un tale…” - l’evangelista non ci dice chi sia - “…gli corre incontro e si getta in ginocchio”. In questo Vangelo sono due i personaggi che hanno queste caratteristiche: 1) l’indemoniato di Gerasa (Mc 5,6), cioè la persona posseduta da qualcosa che è più forte di lui, è prigioniero; è l’unico che si mette in ginocchio davanti a Gesù; 2) il lebbroso (Mc 1,40), che veniva considerato un escluso da Dio.

Quindi l’evangelista ci vuole dire che questo personaggio è prigioniero di qualcosa che è più forte di lui, e in qualche maniera si esclude da Dio.

Ebbene questo tale, angosciato, si rivolge a Gesù chiedendo cosa deve fare per avere la vita eterna.

Gesù, nella sua risposta, lo rimanda ai comandamenti di Dio. Ma non enumera tutti i comandamenti. I comandamenti erano divisi in due parti: la prima riguardava gli obblighi nei confronti di Dio, ed erano esclusivi di Israele, l’altra parte riguardava il comportamento nei confronti degli uomini ed erano comuni a tutte le culture del tempo.

Ebbene, Gesù non considera la prima parte; per la Vita eterna importa soprattutto la relazione che si è avuta nei confronti degli altri. Ne enumera cinque: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso”: testimoniare il falso non significa semplicemente dire delle bugie, ma usare della menzogna per spedire un accusato alla morte; quindi si tratta di falsa testimonianza che causa la morte di un imputato. E onora il padre e la madre”: onorare significa preoccuparsi per il mantenimento economico, era disonorevole lasciare i genitori nell’indigenza.

E qui l’evangelista ci infila anche “non frodare, non imbrogliare: si tratta di un precetto tratto dal Libro del Deuteronomio, che si rivolgeva ai datori di lavoro: non imbrogliare il tuo salariato, ma dagli la sua paga la sera stessa. Quindi l’evangelista insinua che in questo personaggio che si è avvicinato a Gesù ci possa essere anche questo problema di onestà salariale.

E nel rispondere questo tale si riempie la bocca dalla contentezza perché aveva osservato tutto quanto fin dalla giovinezza: “«maestro, tutte queste cose” - la lingua greca fa sentire che si riempie proprio la bocca nel dire táuta pánta (tutte queste cose), “le ho osservate fin dalla giovinezza».

Allora Gesù lo fissò – fissare una persona significa penetrare dentro la sua vera realtà, lo sguardo di Gesù è sempre volto a una comunicazione di vita, d’amore - e gli disse … - Gesù non dice come i traduttori riportano: “una sola cosa ti manca”, come se mancasse solo la ciliegina sulla torta, sei tanto bravo, e adesso fai un altro passo…, ma Gesù dice: “…uno ti manca”. Nella loro cultura quando mancava “uno”, mancava tutto; allora Gesù gli dice: “hai fattoi tutto questo, ma non hai niente”. Perché il tale era ricco. E Gesù dice: quello che hai dallo ai poveri e poi avrai un tesoro in cielo”: Dio sarà la tua sicurezza. E’ andato da Gesù per avere di più, e Gesù lo invita a dare di più.

«E poi vieni e seguimi». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò via rattristato. Possedeva infatti molti beni”: ecco perché l’evangelista ci ha presentato questo individuo che corre (come si diceva dell’indemoniato). Lui credeva di possedere i beni, in realtà ne era posseduto. Dal Vangelo si comprende che si possiede soltanto quello che si dona. Quello che si trattiene per sé, non lo si possiede, ma ci possiede. L’uomo pensava di possedere i beni, in realtà ne era posseduto. Ha incontrato Gesù angosciato e se ne va via rattristato.

Vediamo adesso la reazione dei discepoli alla radicalità di Gesù. Essi rimangono sconcertati dal fatto che Gesù metta al ricco la condizione per poter entrare nel Regno di Dio, cioè nella comunità cristiana: abbandonare tutte le sue ricchezze.

Allora Gesù, vedendo questo sconcerto, si rivolge ai suoi discepoli e conferma: per i ricchi è difficile entrare nel Regno di Dio!”, perché i discepoli, per il fatto di aver accolto Gesù e il suo messaggio, sono già nel Regno di Dio. Quindi Gesù non sta indicando quanto sia difficile in linea generale, ma quanto lo sia per i ricchi. Perché?

Nel Regno di Dio c’è posto per i signori, ma non per i ricchi. IL SIGNORE è colui che dà, mentre IL RICCO è colui che ha e trattiene per sé. E quindi Gesù fa l’esempio popolare del cammello e della cruna dell’ago, per indicare l’impossibilità del ricco, perché la comunità di Gesù è il luogo della generosità.

Ebbene, di fronte alla conferma radicale di Gesù, c’è lo sconcerto dei discepoli che, ancora più stupiti, si dicevano: E chi potrà essere salvato?”: qui non si intende la salvezza eterna, perché abbiamo già visto che anche il ricco, se si comporta onestamente (basta che osservi i comandamenti), importa dei doveri verso il prossimo, anche lui ha la vita eterna!

La salvezza non riguarda la vita eterna: il verbo greco tradotto con “salvare” significa “sostenere, fuggire da un pericolo”. Cioè il ragionamento dei discepoli è questo: se a un ricco, che poteva entrare nel gruppo, gli metti come condizione di disfarsi di tutte le sue ricchezze, noi come ci manteniamo? In concreto è forse questo il problema sollevato dai discepoli.

Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio!» Gli uomini pensano che la felicità consista nell’avere sempre di più, Gesù, che è Dio, insegna che la felicità, la vita, consista nel dare, non nell’avere. Più si dà e più si acquista la capacità di dare agli uomini.

E c’è la reazione di uno dei discepoli che viene presentato con il soprannome negativo - Simone, chiamato Pietro - quando c’è soltanto il soprannome negativo indica che è all’opposizione di Gesù. Egli contesta: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto” – che poi si vedrà non è neanche vero – “e ti abbiamo seguito”.

C’è un problema: Pietro segue Gesù, almeno crede, ma non lo accompagna, cioè non ha fatto propri gli ideali di Gesù.

Ed ecco la risposta di Gesù: “In verità” – quindi è un’affermazione solenne che va al di là della risposta a Pietro, ma riguarda la comunità dei credenti di tutti i tempi “non c’è nessuno che ha lasciato casa”, e poi c’è una alternativa, una contrapposizione: “o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi”, non c’è una congiunzione e…, e…, e…

Gesù non chiede di lasciare tutto, ma di lasciare soltanto quello che impedisce la piena libertà dell’uomo. Se è la casa – casa significa il patrimonio familiare -, se sono i fratelli, se sono le sorelle, o il padre o la madre… quindi se c’è uno di questi impedimenti, lascialo, abbandonalo, perché ti impedisce la pienezza di vita. Questo abbandono deve essere fatto per causa di Gesù e per causa del Vangelo: è questo il problema di Simone. Simone segue Gesù, ma non ha capito ancora la Buona Notizia di Gesù, quest’amore universale che va concesso a tutti.

Ebbene Gesù assicura che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto” – cento volte tanto indica una benedizione da parte di Dio e, mentre si lascia soltanto la casa, o i fratelli o le sorelle, la benedizione è complessiva, “cento volte” – “in case” – e qui c’è la congiunzione - “e fratelli e sorelle e madri e figli e campi”.

C’è una sparizione, tra gli impedimenti da lasciare c’era il padre, ma il padre ora non si ritrova tra le benedizioni. Il padre indica l’autorità, colui che comanda, viene abbandonato e non lo si ritrova nella comunità cristiana, non c’è nessun padre nella comunità se non il Padre dei cieli. E il Padre dei cieli non governa gli uomini emanando leggi che questi devono osservare, ma comunicando loro interiormente il suo Spirito.

Insieme a questo ci sono le persecuzioni, ma, aggiunge Gesù, “e la vita eterna”. Cioè le persecuzioni che possono sopraggiungere, non impediscono la pienezza di Vita, quella che è eterna.

Beatificazione di Papa Paolo VI e del vescovo martire Oscar Romero

d. Pierluigi DIPIAZZA

Il Vangelo di questa domenica (Marco 10,17-30) ci provoca ad una riflessione sul rapporto con il denaro, i beni, la ricchezza.

Il testo fa subito venire al cuore e alla mente un momento rivelativo e commovente della vicenda di don Lorenzo Milani. Il 26 giugno 1967, poche ore prima di morire, si rivolge al suo alunno Michele Gesualdi che lo assiste, come fanno a turno tutti i ragazzi, nella casa della madre a Firenze. Gli parla di qualcosa di straordinario che sta avvenendo in quella stanza, che cioè un cammello passa attraverso la cruna dell’ago. È lui ricco e privilegiato quando era giovane che ha fatto la scelta dei poveri, prima a San Donato di Calenzano e poi soprattutto a Barbiana, dando la sua vita di uomo e di prete come maestro di quei ragazzi.

Ora è proprio lui quel cammello che passa attraverso la cruna dell’ago di cui parla il Vangelo per dire quanto è difficile, ma possibile, che un ricco entri nel Regno di Dio.

Il monito del vangelo riguarda l’accumulo delle ricchezze, il modo di pensare e agire di chi è parte di questo mondo e si distanzia totalmente dalla giustizia, dall’equità e dalla condivisione.

La questione riguarda le multinazionali, le concentrazioni finanziarie e anche le dimensioni più contenute, fino alle scelte e allo stile di vita personali. Questa questione decisiva della storia dell’umanità che provoca impoverimento, fame, sete, condizioni di vita disumane riguarda anche la beatificazione di oggi in piazza S. Pietro di papa Paolo VI e del vescovo e martire del Salvador Oscar Romero.

Papa Paolo VI ha svolto il suo compito con non poca tribolazione; rispetto a questa riflessione è doveroso ricordare la sua importante enciclica “Populorum Progressio”, in cui denuncia le situazioni di povertà, di dominio, di oppressione e l’importanza decisiva dei popoli soggetti di liberazione, prevedendo anche la comprensibile collera dei poveri e mettendo in relazione indispensabile la giustizia e la pace.

Il vescovo martire Romero è stato voce dei senza voce, dei poveri e degli oppressi, ha condiviso pienamente la loro sorte, ha denunciato il peccato sociale, strutturale dilagante e devastante, ha proposto le strade della giustizia e della pace con coraggio e coerenza, fino a dare la vita.

Il papa e il vescovo si sono incontrati a Roma nell’aprile del 1977; mons. Romero gli ha portato un dossier sulla drammatica situazione del paese, anche su padre Rutilio Grande, gesuita, ucciso ad Aguilares il 12 marzo 1977. Il papa lo ha preso per mano e incoraggiato evidenziando che la guida era lui. Al contrario la congregazione dei vescovi per voce del card. Baggio lo critica e lo impaurisce annunciandogli di sollevarlo dall’incarico.

L’anno successivo, il 17 giugno 1978 c’è un secondo incontro a Roma dove sono giunte notizie tendenziose e false nei suoi confronti a partire dai vescovi salvadoregni. Il papa lo incoraggia con partecipazione.

Ben diverso sarà il 17 maggio 1979, il primo incontro con Giovanni Paolo II: distante, freddo, sospettoso. Due credenti, il vescovo e il papa molto diversi; i due incontri significativi sono stati importanti, di incoraggiamento per il vescovo martire.

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XXVII TEMPO ORDINARIO – 7 ottobre 2018

L’UOMO NON DIVIDA QUELLO CHE DIO HA CONGIUNTO

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 10, 2-16

[In quel tempo]

Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».

Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».

A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

*

Il verbo “tentare” appare nel Vangelo di Marco al suo inizio (1,13), nell’episodio delle tentazioni del deserto, dove Gesù appare tentato da Satana e poi, nel corso del Vangelo, sempre in bocca ai farisei (8,11), una volta con gli erodiani. Sono i fanatici difensori dell’ortodossia, gli zelanti custodi della tradizione, gli strumenti del Satana. Questa è l’accusa che fa l’evangelista. Vediamo questo episodio.

Alcuni farisei si avvicinavano a Gesù per tentarlo: perché per tentarlo? Perché vedono che Gesù sta prendendo le distanze dalla Legge e vogliono trovare uno strumento per poterlo accusare e poi condannare a morte. Non dimentichiamo che già i farisei, insieme agli erodiani, avevano deciso di dover eliminare Gesù.

Quella che chiedono a Gesù è una cosa ovvia e risaputa: “è lecito a un marito ripudiare la moglie?”: chiaro che sì, tutta la tradizione religiosa, avallata dalla Parola di Dio, lo permetteva. Ebbene, Gesù prende le distanze e dice “che cosa vi ha ordinato Mosè?” : Gesù, da ebreo, avrebbe dovuto dire “che cosa ci ha comandato Mosè”; Gesù prende le distanze: il Dio di Gesù è un Dio-amore e l’amore non si può formulare attraverso delle leggi, ma soltanto attraverso delle opere che comunicano vita.

E la risposta che loro danno è presa dal libro del Deuteronomio cap. 24, 1: Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla: Gesù prende ancora le distanze e li accusa: per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma”: il che significa che per Gesù non tutto quello che è scritto nella Legge, al quale si attribuisce pure autorità divina, ce l’ha realmente; in parte è un cedimento di fronte alle perverse reazioni umane.

Ma quello che sta dicendo Gesù è grave perché era prevista la pena di morte per chi osava affermare che anche una sola parte della Legge non era stata pronunciata o voluta da Dio, ma era Mosè che l’aveva scritta. Ebbene, per Gesù la Legge scritta non sempre riflette la volontà di Dio, e per questo non ha valore duraturo e permanente.

Gesù non si rifà al Dio legislatore - il Dio di Mosè - ma al Dio della creazione, e cita il Libro della Genesi (1,27; 2,24), dove c’è scritto che “l’uomo… - fatto maschio e femmina nella creazione - “…lascerà suo padre e sua madre perché si unirà a sua moglie, e i due diventeranno una sola carne”: questo è il significato del matrimonio.

Il matrimonio significa aver trovato in un’altra persona una sicurezza ancora più grande del proprio padre e un amore incondizionato più forte della propria madre. Infatti in tutte le culture il padre indica colui che dà la sicurezza, la protezione, e la madre è l’amore incondizionato.

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NUTRIRE L’AMORE
Don Pierluigi Di Piazza
L’amore è la dimensione fondamentale della vita; senza amore non si può vivere in modo umano significativo. Ma paradossalmente l’amore è la dimensione più fragile, più esposta a illusioni, equivoci, fraintendimenti. Per questo chiede continua attenzione, premura e cura, con la consapevolezza che è un’arte da apprendere continuamente e nella quale nessuno è maestro, un’arte in cui impratichirsi in continuità.
Certamente l’amore va inteso nelle sue profondità ed espressioni diverse. È la grande questione della vita; da quando nasciamo, anche prima, da quando siamo nell’utero della madre a quando diamo l’ultimo respiro. Sentirsi amati, accolti, valorizzati è esperienza fondamentale per la formazione positiva del nostro nucleo affettivo portante; nel caso contrario si insinuano incertezze e difficoltà. 
Nella nostra società sono in atto profondi cambiamenti rispetto al vissuto dell’amore e alla sua espressione sessuale, tra uomo e donna, fra persone della stessa identità affettiva sessuale. Le storie di tutte le persone chiedono di essere accolte, ascoltate, considerate e mai discriminate. 
Il Vangelo di Marco 10, 2-16 riporta il confronto fra Gesù e i Farisei rispetto al piano normativo e giuridico che regolava il divorzio ammesso dalla legislazione di Mosè; cercava di tutelare la posizione della donna ripudiata dal marito che, comunque, in una società maschilista, di fatto aveva più potere e più peso. 
Gesù non entra su questo piano come avrebbero preteso i suoi interlocutori prevenuti, ma invece si pone sul piano religioso. Nel progetto di Dio la donna e l’uomo che si amano dovrebbero nutrire, alimentare questo amore perché possa continuare. Dio vorrebbe avvenisse così per il bene delle persone; certo, se poi di fatto le persone entrano in una situazione di incomunicabilità completa, di ricatti velati o espliciti, peggio ancora di violenze psicologiche e anche fisiche, Dio per primo non vorrebbe ci fosse continuità in una condizione di umiliazioni e di vessazioni, quasi sempre nei confronti della donna, e fino alla sua uccisione!   
Gesù raccomanda di riflettere a fondo e con sincerità su quello che può avvenire di negativo in un rapporto di amore a causa della durezza del nostro cuore. In questa espressione si possono leggere: egoismi, mancanza di sincerità, sottovalutazione, trascuratezza, minor disponibilità, diminuzione della pazienza attiva, chiusura narcisista, rifiuto dell’approfondimento e del dialogo. Le stesse considerazioni valgono per le nuove relazioni di amore etero e omosessuali, per nutrire l’amore in modo profondo, positivo e arricchente. L’amore si nutre con l’amore…In generale si dovrebbe considerare che la legge non può far nascere l’amore, né risuscitarlo dov’è morto.



XXV TEMPO ORDINARIO – 23 settembre 2018

IL FIGLIO DELL’UOMO VIENE CONSEGNATO …

SE UNO VUOLE ESSERE IL PRIMO, SIA IL SERVITORE DI TUTTI

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 9, 30-37

[In quel tempoGesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Tutti i brani del Vangelo di Marco che stiamo esaminando in queste domeniche sembrano avere un dato in comune: la difficoltà di Gesù con i suoi discepoli. Non ne vogliono sapere di comprendere chi egli sia e quale sia il suo programma.

Gesù attraversa la Galilea e dà un prezioso insegnamento:

Il Figlio dell’uomo…” Figlio dell’uomo è un’espressione che indica l’uomo che raggiunge la sua pienezza ed entra nella condizione divina; Gesù è il Figlio di Dio nella sua condizione umana, ed è il Figlio dell’uomo in quanto raffigura l’uomo nella sua condizione divina. Quindi il Figlio dell’uomo è l’uomo che ha la condizione divina;

“…viene consegnato nelle mani degli uomini”: ecco, c’è un’opposizione tra il Figlio dell’uomo, colui che ha la pienezza, e gli uomini, quelli che non aspirano a questa pienezza. E sono questi che lo rifiutano, lo uccidono;

ma, una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”. Quindi è un insegnamento serio, un insegnamento drammatico, ed è un insegnamento chiaro. Gesù non sta parlando in parabole. Però, scrive l’evangelista, “Essi non capivano queste parole”.

Abbiamo visto già nell’episodio della guarigione del sordo, che non si tratta di problemi fisici, ma di problemi interiori – “non c’è peggior sordo di chi non vuol capire”. L’ideologia nazionalista, il loro ideale di successo è tale che impedisce loro di comprendere le parole molto chiare di Gesù.

Ma avevano timore a interrogarlo”: hanno paura che Gesù confermi quello che loro hanno capito, quindi è vero, capivano, ma non accettavano, non accettavano quello che Gesù diceva.

Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa” - quindi la casa palestinese - Gesù li interrogò. Loro non vogliono interrogare Gesù e Gesù interroga loro: “e chiese loro: «Di che cosa stavate discorrendo per la strada?»: questa indicazione ‘per la strada’ è sintomatica, è il luogo della semina infruttuosa. ‘Per la strada’ il seme viene gettato per terra, ma vengono gli uccelli e subito lo raccolgono. Gesù, spiegando queste immagini, diceva che era il Satana che rendeva inutile la parola. L’immagine del Satana in questo Vangelo è l’immagine del potere, del successo.

Ed essi tacevano”: tacciono perché hanno un senso di colpa, perché sanno che hanno fatto qualcosa che Gesù non approva. “Per la strada infatti avevano discusso”Gesù ha chiesto di cosa stessero discorrendo, invece loro hanno discusso, quindi si è trattato di un discorso animato - “tra loro chi fosse più grande”, il più importante. E’ questo il tarlo che rode i discepoli, l’idea di grandezza, l’ambizione di essere uno il più importante degli altri.

Sedutosi” - quindi Gesù è nella posizione di colui che insegna - “chiamò i Dodici”. E’ strano, è una casa, una casa palestinese, non è molto grande, perché Gesù deve chiamare? L’evangelista avrebbe dovuto scrivere: ‘Gesù disse …’, invece Gesù li deve chiamare. Perché? I Dodici lo seguono, ma non lo accompagnano, non gli sono vicini interiormente. Gli sono vicini fisicamente, ma la loro mentalità è lontana.

Gesù è il Dio che per amore si mette a servizio degli uomini. Gesù ha detto che il Figlio dell’uomo non é venuto per essere servito, ma per servire, loro invece pensano soltanto a comandare. Ecco perché li deve chiamare i Dodici, perché sono lontani.

E disse loro - loro hanno discusso chi vuol essere il più grande e Gesù non accetta, ma accetta che nella comunità ci sia il primo. Il primo significa il più vicino a lui – se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. Quindi nella comunità non idee di grandezza, non c’è nessuna persona più importante, più grande dell’altra, ma sì ci sono persone più vicine a Gesù (essere il primo). Quali sono? Quelli che si mettono a servizio di tutti. Quelli che, liberamente e volontariamente, mettono la loro vita a servizio degli altri.

Mentre i Dodici li ha dovuti chiamare, “Gesù, preso un ragazzino”è l’individuo che sta accanto a lui, ci si chiede cosa facesse questo ragazzino in questa casa con i discepoli. Il termine adoperato dall’evangelista indica un individuo che, per età e per ruolo nella società è il meno importante di tutti; potremmo tradurre con il termine ‘garzone’.

Questo garzone, questo ragazzino, è l’immagine del vero seguace di Gesù, di quello che s’è fatto ultimo, fra tutti.

Lo pose in mezzo…”. In mezzo è il posto di Gesù; ebbene al posto di Gesù, il Signore mette questo individuo che si mette a servizio degli altri. “…e abbracciandolo”, Gesù si identifica con costui, Gesù si identifica con l’ultimo della società.

E disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi ragazzini” - di questi garzoni, quindi non si tratta di bambini o di ragazzini qualunque, ma di questi, cioè l’immagine del discepolo che veramente si mette a servizio degli altri - “nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

Gesù garantisce che dove c’è un individuo che per amore - liberamente e volontariamente - si mette a servire gli altri, in questo persona si manifesta la presenza di Gesù; e la presenza di Gesù porta quella di Dio stesso.

Annota p. Castillo:

Fa pensare questa pagina del Vangelo di Marco. Quando questo vangelo fu scritto, gli apostoli erano ben noti nelle comunità cristiane. Oggi diremmo che i Dodici Apostoli erano famosi: erano i testimoni ufficiali della risurrezione di Cristo (1Cor 15,5), rappresentavano le dodici tribù del “nuovo Israele” (Mt 19,28; Lc 22,30; At 26,7; Ap 21,12), era noto il loro modo di vivere e di lavorare (1Cor 9,4-5).

E allora sorprende che di questi uomini, ai quali tanto doveva la Chiesa nascente, i vangeli raccontano tutte le loro ignoranze, le loro codardìe, le loro paure e contraddizioni.

Il Vangelo ci dice quindi che per la Chiesa il meglio non è la buona immagine dei suoi capi, ma la verità e la trasparenza che ognuno vive nella sequela di Gesù.

Una considerazione di mons. Antonio Riboldi:

Com’è difficile accettare di essere ultimi in una società di falsi e temibili primi! Ma se si vuole davvero essere sale della terra, quella è la via da seguire.

Scriveva don Tonino Bello, esempio di grande umiltà:

"Il fatto stesso di essere considerato tra i primi della classe, mi ha portato anche alla ribalta, con quel pizzico di antipatica saccenteria che mi ha fatalmente tenuto un tantino lontano da voi.

Ho guardato la pastorale con gli occhi del colonnello che progetta a tavolino strategie, più che con gli occhi del soldato semplice che si imbratta le mani nel fango della trincea.

Vi chiedo perdono per questa scarsa condivisione esistenziale"...I poveri, gli ultimi, che non hanno appoggi terreni, né ricchezze economiche, né amicizie che contano, né risorse personali tali da imporsi alla pubblica attenzione, sono coloro che non sono difesi da alcuno e per i quali nessuno è disposto a spendere una parola.". Se questi poveri di appoggi terreni ripongono in Dio tutta la loro fiducia e lo invocano, come dicono i salmi, allora sono davvero "i poveri del Signore". E chi non vorrebbe in fondo che la nostra terra fosse piena di bambini, ultimi e servi di tutti? Finirebbe il regno della superbia, trionferebbe la pace e la gioia dell'amore.


XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 16 SETTEMBRE 2018

TU SEI IL CRISTO… IL FIGLIO DELL’UOMO DEVE MOLTO SOFFRIRE

Commento al vangelo di p. Alberto Maggi osm

Mc 8,27-35

In quel tempo,

Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».

Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo».

E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.

E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente.

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

*

Gesù rimprovera i suoi discepoli, dice loro “Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite” nonostante l’episodio della guarigione del sordomuto e del cieco che erano immagini della resistenza da parte dei discepoli che non capiscono e non accettano né chi sia Gesù, né il suo messaggio.

Allora Gesù li porta all’estremo nord del paese, ai confini con la terra pagana, per vedere se lontano dall’ideologia nazionalista imperante, riescono a capire qualcosa di lui.

È quello che ci scrive Marco nel capitolo 8, nei versetti 27-35: Poi Gesù parti con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo: siamo all’estremo nord del paese quindi lontano dall’influsso della Giudea e anche della Galilea, e per la strada,… l’evangelista ci mette un indizio che ci fa capire come va a finire la narrazione: lungo la strada : Gesù aveva raccontato la parabola del seme che tocca terreni diversi. Indicando “la strada” ricorda il luogo dove il seme gettato non ha portato frutto perché sono venuti gli uccelli, immagine di Satana, che lo hanno portato via. Allora questo messaggio di Gesù sarà inefficace.

Satana è immagine del potere, ed è refrattario alla buona notizia di Gesù. …interrogava i suoi discepoli dicendo: “la gente chi dice che io sia? “ : i discepoli, i dodici, sono andati a predicare e Gesù vuole vedere qual è stato il risultato di questa predicazione: la confusione totale.

Ed essi gli risposero “Giovanni il Battista”: perché si credeva che i martiri sarebbero prontamente risuscitati; altri dicono Elia: Elia è il grande, violento profeta che doveva venire a preparare la strada al messia; …e altri uno dei profeti. Non hanno capito assolutamente nulla: sono tutti personaggi che riguardano il passato.

Ed egli domandava loro: “ma voi che dite che io sia”? La domanda di Gesù è rivolta a tutti i suoi discepoli, ma risponde soltanto uno, Pietro, che viene presentato con il soprannome negativo che indica la sua cocciutaggine, la testardaggine e che poi lo porterà al rinnegamento di Gesù.

Pietro gli rispose “tu sei il Cristo”: con l’articolo determinativo. Il Cristo significa il messia atteso dalla tradizione, quello che doveva venire a far osservare la Legge, a occupare il potere a Gerusalemme, questo è il Cristo. Ma Marco nel suo vangelo presenta Gesù come Cristo, senza l’articolo determinativo, cioè un messia che è tutto da scoprire. Infatti che Gesù non sia d’accordo lo si vede subito dalla sua reazione: e ordinò loro severamente… - letteralmente sgridò - l’evangelista adopera lo stesso verbo che si adopera per sgridare e per scacciare gli indemoniati, e in questo brano apparirà per tre volte; quindi Gesù non gradisce quello che ha detto Pietro; …di non parlare di lui ad alcuno e cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo - Pietro ha risposto “tu sei il Cristo”, il messia della tradizione - Gesù si presenta come il Figlio dell’uomo. Gesù è il Figlio di Dio in quanto rappresenta Dio nella sua condizione umana ed è Figlio dell’uomo in quanto rappresenta l’uomo nella sua condizione divina, cioè lo sviluppo pieno del progetto di Dio sull’umanità: che l’uomo abbia la condizione divina.

Il Figlio dell'uomo dovrà soffrire molto ed essere rifiutato… da chi? Non dai peccatori…. proprio da quelli che dovevano farlo conoscere e promuoverlo, dalle autorità religiose: quelli che in concreto sono ostili e si oppongono al progetto di Dio sull’umanità. Infatti tutto il Sinedrio è contro il Figlio dell’uomo: gli anziani, cioè i presbiteri, i capi dei sacerdoti, i sommi sacerdoti, e gli scribi, cioè i teologi ufficiali, e venire ucciso: i rappresentanti dell’istituzione religiosa uccidono il progetto di Dio sull’umanità!

e dopo tre giorni risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro - ecco di nuovo il soprannome negativo - lo prese, letteralmente lo afferrò a sé, e cominciò a rimproverarlo, esattamente come Gesù ha cominciato a insegnare, così Pietro incomincia a sgridarlo: lo stesso verbo adoperato da Gesù, lo stesso verbo che si adoperava per gli indemoniati. Quello che Gesù sta insegnando, per Pietro è qualcosa che non viene da Dio, ma da qualche demonio: e pertanto cominciò a rimproverarlo.

Ed ecco la reazione di Gesù: Ma egli voltatosi e guardando i suoi discepoli… Gesù rimprovera Pietro, ma il rimprovero riguarda tutti i discepoli perché tutti condividono quella mentalità …rimproverò per la terza volta Pietro e disse: va dietro di me Satana! Gesù definisce Pietro come Satana, perché? Perché come Satana tenta Gesù di deviare dal suo progetto sull’umanità, come Satana vanifica l’effetto della parola: come il seme caduto in terra che subito gli uccelli (immagine di Satana) portavano via. Quindi Gesù rimprovera Pietro e lo tratta come Satana, il tentatore, ma non lo caccia, gli dice: “torna a metterti dietro di me”: non è Pietro che deve tracciare la strada, ma Gesù, il maestro, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini.

Poi per la prima volta appare in questo vangelo il tema della croce e a questi discepoli - che seguivano Gesù per ambizione, per condividere con lui il potere, il trono, il successo - Gesù mette subito in chiaro che seguirlo significa andare incontro al disprezzo dello stesso popolo, al rifiuto da parte della società.

Convocata la folla, - ora il discorso si allarga - insieme ai suoi discepoli, disse loro: “se”… - c'è il condizionale - “se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso - cioè rinunci a questi ideali di successo, di ambizione, di potere – prenda - letteralmente sollevi - la sua croce….

La croce nei vangeli non è data da Dio, ma è sollevata dall’uomo: a che cosa si riferisce Gesù? Non alla morte di croce. Si riferisce al momento in cui nel tribunale il condannato veniva avviato a questa tortura che portava alla morte e doveva issarsi sulle spalle il “patibulum”, cioè l’asse orizzontale della croce. Poi, trascinato dal boia, attraversava tutta la città e per la gente era un obbligo morale, religioso, insultarlo e malmenarlo. In quel momento il condannato sperimentava la solitudine totale, il rifiuto totale, il disprezzo totale: questa è la croce alla quale allude Gesù. Per Gesù la croce significa accettare di perdere la propria reputazione, i propri ideali.

Non è un’imposizione per tutti, ma è la conseguenza per quanti lo vogliano veramente seguire.

Prenda la sua croce e poi mi segua, perché chi vuol salvare la propria vita la perderà, chi vuole realizzare i propri ideali di successo, di pienezza della propria esistenza va incontro al disastro, ma chi perderà la propria vita per causa mia e della buona notizia, la salverà : Gesù assicura che vivere per lui, anche se si passa attraverso il disprezzo, il rifiuto della società, non sarà un disastro, ma sarà la piena realizzazione della persona.

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XXIII TEMPO ORDINARIO – 9 settembre 2018

FA UDIRE I SORDI E FA PARLARE I MUTI

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 7, 31-37

Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea, in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano.

Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua. Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.

E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

*

Ogniqualvolta leggiamo il Vangelo dobbiamo sempre tener presente che i Vangeli non riguardano la cronaca, ma la fede, che non riguardano la storia, ma la teologia. Non troviamo un elenco di fatti, ma di verità, e questo è tanto più vero in un episodio del genere.

Uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea, in pieno territorio della Decàpoli”.

L’evangelista inizia con queste indicazioni perché vuole indicare l’azione di Gesù con i popoli pagani, perché il messaggio d’amore di Gesù è un messaggio d’amore universale, che incontra, però, la resistenza dei suoi discepoli.

Gli portarono un sordomuto …”Sono i collaboratori di Gesù, che l’evangelista all’inizio del Vangelo ha definito “angeli”, quelli che hanno compreso e accettato il messaggio di Gesù e collaborano con lui.

Gli portano un sordo, che è balbuziente (non muto). E’ l’unica volta che nel NT appare il termine “balbuziente”. Nell’AT appare una sola volta, per indicare la liberazione dall’esodo di Babilonia: “La lingua del balbuziente griderà di gioia” ( Is 35,6 LXX).

Quella che Gesù sta facendo non è tanto una guarigione del fisico, ma è una guarigione interiore, è un’immagine di liberazione

E lo pregarono di imporgli le mani. Lo prese in disparte..”: sette volte nel Vangelo di Marco troviamo l’espressione “in disparte”, e ben sei volte riguardano l’incomprensione dei discepoli;

.. lontano dalla folla e gli pose le dita negli orecchi…” : l’azione di Gesù è violenta, Gesù gli stura le orecchie. L’evangelista, per indicare le orecchie;

“…e con la saliva gli toccò la lingua; : la saliva veniva considerata come alito condensato, simbolicamente è immagine dello Spirito;

“…guardando quindi verso il cielo” : il cielo è la comunione con Dio ;

emise un sospiro…”: è l’unica volta in tutto il NT che Gesù “sospira” a causa della resistenza che i suoi discepoli gli oppongono; così avviene anche con la figura di questo sordo balbuziente;

“…e gli disse «effatà»” : l’episodio si rivolge soltanto a coloro che provengono dal giudaismo;

“… cioè «Apriti!»” : l’invito di Gesù non riguarda soltanto le orecchie, ma riguarda tutto l’individuo, è tutto l’individuo che si deve aprire;

E subito gli si aprirono gli orecchi… “ : prima abbiamo detto che l’evangelista adopera il termine “orecchi”, qui adopera l’evangelista, per indicare l’orecchio, adopera un termine diverso da prima quando indicava l’organo fisico, adopera un termine greco che indica l’udire. Questo era il problema: non si trattava tanto di un problema fisico, un problema degli orecchi, ma era un problema di comprensione. Anche in italiano diciamo: “non c’è peggior sordo di chi non vuol capire”.

Gli si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente” : quindi la sua incapacità di esporre il messaggio era la conseguenza del non ascoltare: sono i discepoli che non ascoltano il messaggio di Gesù.

Ma Gesù comandò loro di non dirlo a nessuno” : Gesù sa che liberazione dei discepoli non è ancora completa, ma sarà lunga e faticosa, e continuerà per tutto il Vangelo.

Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano, e pieni di stupore dicevano «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti»” : l’evangelista adopera gli stessi termini che nel Libro del Genesi indicano l’azione del Creatore, che, per ogni cosa che crea dice “Ha fatto bella ogni cosa”. In Gesù si prolunga l’azione creatrice nel dare pienezza di vita agli uomini.

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22° Domenica del Tempo Ordinario – 2 settembre 2018

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 7,1-8,14-15,21-23

Si riunirono attorno a Gesù i FARISEI e alcuni degli SCRIBI, venuti da Gerusalemme.

Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».

Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:

"Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini".

Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». …..

9-13: 9E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. 10Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e: Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte11Voi invece dite: «Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio», 12non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre.13Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Chiamata di nuovo LA FOLLA, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro».

17 – 23: 17Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. 18E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.20E diceva: «Ciò che esce dall'uomo è quello che rende impuro l'uomo». 

E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità (prostituzione), furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo».

*

Ogni volta che Gesù comunica vita spuntano immediatamente i nemici della vita. Infatti, scrive l’evangelista, si riunirono intorno a lui i farisei e alcuni degli scribi”.

Gli scribi erano i teologi ufficiali, il magistero della religione giudaica. Gesù deve aver combinato qualcosa di grave perché si scomodano questi grandi personaggi che giungono dalla Santa Sede dell’epoca, da Gerusalemme, la capitale religiosa.

Dice Marco: “Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo (nell’originale è pani) con mani impure” – L’evangelista si riferisce all’episodio della condivisione dei pani che raffigura l’Eucaristia. Gesù, quando aveva dato i pani alla gente, non aveva chiesto prima di purificarsi. Questo è il significato dell’Eucaristia che Marco ricorda alla prima comunità cristiana: non bisogna purificarsi per mangiare, ma è il mangiare l’Eucaristia che rende puri.

Questa libertà dalla Legge scandalizza; e i farisei e gli scribi rimproverano Gesù: “perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi…” (nell’originale è anziani). Mosè sul Sinai aveva ricevuto due leggi; una Legge è quella scritta, e l’altra, quella orale, che aveva lo stesso valore della Legge scritta, si chiamava “la tradizione degli antichi ; aveva lo stesso valore di Parola di Dio! ;

“…ma prendono il pane con mani impure?”: la risposta di Gesù è sorprendente. Gesù si rivolge ai massimi esponenti della gerarchia religiosa dicendo: “Bene ha profetato Isaia di voi!” - e forse si aspettavano un complimento – e invece: “…teatranti!...”: il termine che traduce ‘ipocrita’ non indicava a quel tempo una connotazione morale, ma indicava colui che lavorava al teatro, il commediante.

L’ipocrita, quando si esibiva al teatro, non lo faceva con il proprio volto, ma con una maschera sul volto. E Gesù prende lo spunto da questa immagine per citare il profeta Isaia 29,13.

Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” - il cuore nel mondo ebraico è la coscienza – : quindi significa: il vostro culto, la vostra religiosità è soltanto una facciata esterna, ma sono altri i vostri interessi.

Si sono lamentati che i discepoli non osservano la tradizione degli antichi, Gesù invece la squalifica davanti alla folla: “Invano vi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini”: sono soltanto invenzioni! Pretendono che tutte le tradizioni procedano da Dio, ma loro sanno che servono soltanto per dominare il popolo. E Gesù li accusa: “trascurando il comandamento di Dio” – che è a favore degli uomini - voi osservate la tradizione degli uomini”.

Allora Gesù si rivolge a tutti: “Ascoltatemi!” : è un invito ad un ascolto attento, ma anche a comprendere. E Gesù aggiunge qualcosa di talmente grave che dovrà scappare all’estero: “Non c’è nulla al di fuori dell’uomo che entrando in lui possa renderlo impuro” : Gesù passa dalla critica alla Legge orale trasmessa “dagli antichi” a criticare la Legge scritta: è ritenuto da loro un fatto gravissimo!

Anche i discepoli erano pronti a rompere con la Legge orale, ma non con quella scritta!

E l’evangelista commenta: “così rendeva puri tutti gli alimenti!”: Gesù smentisce quello che è scritto nel libro del Levitico con l’elenco di tutti i cibi puri e impuri e afferma che ciò non corrisponde alla volontà di Dio. Ciò è talmente grave che Gesù dovrà scappare a Tiro, in terra pagana.

Ed ecco l’indicazione di Gesù: quello che determina il rapporto con Dio non è qualcosa di esterno all’uomo, ma sono gli atteggiamenti interiori cattivi che fanno del male agli altri. E Gesù elenca dodici atteggiamenti. Sono tutti contro l’uomo e nessuno contro la religione!

La prima è prostituzioni”: non si intende soltanto la prostituzione come esercizio sessuale, ma il vendersi per fare carriera, il vendersi per successo, il vendersi per la propria ambizione, il vendersi per un più abbondante guadagno.

Ci sono dodici atteggiamenti; il primo e l’ultimo (prostituzioni e stoltezza) erano quelli che rimanevano meglio nella memoria. Stupido nei vangeli è chi vive soltanto per sé, chi pensa soltanto al proprio interesse e non si accorge dei bisogni, delle necessità degli altri. L’impurità nasce dalla cattiva relazione che si ha con gli altri uomini. Ed ecco la dichiarazione conclusiva di Gesù: “tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.

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XXI TEMPO ORDINARIO – 26 agosto 2018

DA CHI ANDREMO? TU HAI PAROLE DI VITA ETERNA

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

Gv 6, 60-69

(In quel tempo,)

molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».

Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito.

E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

*

L’evangelista registra con amarezza come il lungo discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao , tutto incentrato sull’Eucaristia, sia stato un gran fallimento. Ridicolizzato dai capi religiosi che non capiscono come quest’uomo parli di mangiare la sua carne e bere il suo sangue, Gesù non viene compreso neanche dai suoi discepoli. Scrive l’evangelista che “molti dei suoi discepoli dopo aver ascoltato dissero ‘questa parola è dura’”. Il termine tradotto qui con ‘duro’ è il greco ‘skleros’ (skleros), che significa quello che è insolente, quello che è offensivo.

Cos’è questa parola dura? Anzitutto il distacco che Gesù ha preso dalla tradizione dei padri, mentre i discepoli seguono i padri di Israele, Gesù invita a seguire il Padre, ma poi soprattutto hanno capito, loro che seguono Gesù per ambizione – ricordiamo che lo seguono perché vogliono che Gesù diventi il re del popolo – hanno capito che, se vogliono seguire Gesù, devono farsi dono come lui, devono farsi pane per gli altri. Questo ‘duro’ significa inaccettabile. E quindi mormorano contro di lui. Hanno mormorato i giudei, mormora la folla e anche i discepoli mormorano contro Gesù.

Allora Gesù dichiara: “questo vi scandalizza?” : lo scandalo è la morte del Messia. Non possono accettare un Messia che vada incontro alla morte e dice Gesù “se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dove era prima?”.

La morte era considerata una discesa nel regno dei morti e la risurrezione una salita. Ma per salire bisogna passare attraverso la morte. Gesù passerà attraverso la morte più scandalosa, più infamante: la crocifissione, riservata ai maledetti da Dio.

Ed ecco l’indicazione importante e preziosa che Gesù dà, e l’evangelista ci sottolinea, sul significato dell’Eucaristia: “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla”. Cosa vuol dire Gesù? Mangiare il pane, è il significato dell’Eucaristia, la carne, senza poi farsi pane per gli altri, questo non serve a nulla. Una partecipazione all’Eucaristia nella quale l’amore che viene ricevuto non si trasformi anche in amore comunicato, non serve assolutamente a nulla.

Ma Gesù garantisce: “le parole che io vi ho detto sono Spirito e sono vita” : chi accoglie questo pane e si fa pane per gli altri, scopre dentro di sé la potenza generatrice di queste parole che sprigionano energie vitali. “Ma tra di voi” aggiunge Gesù “vi sono alcuni che non credono”: è il fallimento di Gesù: molti replicano che il suo discorso è duro; molti non credono, addirittura aggiunge “tra di voi c’è addirittura uno che mi avrebbe tradito”. Il fallimento totale di Gesù.

Ma Gesù non intende cambiare il programma, anzi provoca i suoi discepoli “che da quel momento”, sottolinea l’evangelista, “tornarono indietro e non andavano più con lui”: Gesù non li rincorre. Gesù è disposto a rimanere solo pur di non cambiare il programma, ma li provoca e dice ai Dodici “volete andare via anche voi?” : loro seguono Gesù per la propria convenienza, per la propria necessità e non hanno capito che invece per seguire Gesù bisogna proiettare la propria vita per il bene e la necessità degli altri.

Gli risponde Simon Pietro” – ricordiamo che questo discepolo si chiama Simone, ha un soprannome negativo, Pietro, che gli evangelisti indicano quando è in opposizione a Gesù. Quando viene presentato con il nome e il soprannome significa che questo discepolo da una parte è d’accordo con Gesù e dall’altra no – “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”: Pietro, Simone, ha compreso che le parole di Gesù che si sono fatte carne in lui sono quelle che comunicano la vita capace di superare la morte. Ma, ecco la parte negativa: “noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”. Il Santo di Dio è un’espressione che indica il Messia della tradizione che è apparso altre volte nei vangeli sempre in un contesto negativo, in Marco e in Luca, in bocca agli spiriti impuri o ai demòni e al Messia dell’aspettativa popolare, cioè quello che avrebbe dovuto restaurare la monarchia, quello che avrebbe dovuto dominare i pagani e soprattutto quello che avrebbe dovuto rispettare e imporre la legge. Questo è il Messia che Pietro desidera e questo sarà il motivo che lo porterà al suo tradimento.

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DOMENICA 20a TEMPO ORDINARIO–B – 19 AGOSTO 2018

Pr 9,1-6; Sal 34/33,2-3.10-11.12-13.14-15; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

Gv 6,51-58:

Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

D. Paolo FARINELLA

carne e sangue

Il linguaggio del vangelo può apparire scandaloso e violento, come accadeva quando i cristiani venivano accusati di essere cannibali, di compiere sacrifici umani perché mangiavano carne e bevevano sangue per loro stessa ammissione.

«Carne e sangue» sono sinonimi di vita reale. La parola «carne» non deve trarre in inganno; a noi occidentali fa venire in mente, per associazione, il macellaio. «Carne» - in ebraico «basàr» - rappresenta tutto ciò che è opposto a «ruàch-pnèuma – spirito/divinità», per cui acquista il valore di «fragilità, caducità, mortalità, limite, umanità».

Il «sangue», invece, era considerato sede della vita degli esseri viventi, perché fumante e caldo: la fuoriuscita di esso dal corpo di un animale ne causava la morte, per cui era logico attribuire ad esso un valore vitale. Quando nei sacrifici di alleanza si offriva un animale a Dio, metà del sangue veniva versato sull’altare e con l’altra metà il sacerdote aspergeva il popolo, in segno di comunione vitale. Il sangue bruciato sull’altare saliva in alto da dove la divinità odorava il profumo che saliva dalla terra. Poiché il sangue è vita, è proibito mangiare la carne di animali non dissanguati.

Il binomio «carne e sangue», dunque, indica la piena umanità in tutta la sua fragilità: Dio si fa così fragile da mettersi a nostra completa disposizione. San Paolo dirà: «svuotò se stesso … diventando simile agli uomini» (Fil 2,7).

*

La fede è il dinamismo della vita che il pane comunica, e chi mangia «questo» pane è trasformato in esso. In sostanza Gesù chiede una simbiosi tra la sua vita di «Dio mangiato» e quella del credente «che mangia». La fede non è un’idea, ma è vita.

Nel contesto del discorso del Pane dell’Eucaristia, il discepolo impara a riconoscere che il vangelo non è una dottrina, ma una relazione di vita. Non si segue Gesù solo perché entusiasmante, perché coinvolgente, nemmeno per condividere la sua vita e la sua morte, ma per «vedere» Lui, e vedere Gesù significa incontrare il Padre: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9).

Chi mormora (Gv 6,41) non può essere discepolo, perché non va al di là della sua esperienza materiale, non sa vedere oltre il figlio di Giuseppe e non può riconoscere colui è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo che si fa carne e sangue (Gv 6,42-43).

È la presunzione, che spesso viene dalla tradizione diventata immobile, quando ci adagiamo sul già conosciuto, quasi che Dio non possa più parlare oggi perché ha parlato solo ieri, dimenticandoci che non è il Dio dei morti, ma il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, cioè il Dio dei vivi (cf Mc 12,26-27). Alla mormorazione, non c’è che una risposta: mangiare il pane disceso dal cielo (Gv 6,48-49; e Gv 6,31-33).

L’Eucaristia, colui che discende dal cielo per dare la vita eterna, deve essere al centro non solo della vita, ma anche della giornata, dei sentimenti, del respiro, del lavoro, dei rapporti con gli altri: il centro fisico non solo della fede, ma anche del tempo.

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15 Agosto 2018 – ASSUNZIONE DI MARIA – anno B

Ap 11,19a;12,1-6a.10ab – 1Cor 15,20-27° - Lc 1,39-56

Ernesto Balducci – “Gli ultimi tempi” vol 2:

Il desiderio di un mondo non soggetto alla mostruosità del potere c’è sempre stato ed è sempre stato vano.

Noi constatiamo, in questo momento, la particolare tentazione dell’impotenza a superare certe regole perché il mostro ha i suoi strumenti vari. In genere i contemporanei non ne avvertono la mostruosità, ma pensate al denaro, alla potenza economica. È mostruosa! Che faccia delle mostruosità lo sappiamo di tanto in tanto, ma le fa sempre. Ogni tanto leggiamo che anche istituti finanziari rispettabilissimi, in realtà, compiono loschi traffici. È il mostro! Non parliamo poi delle armi: la guerra. Ne abbiamo avuto sotto gli occhi esempi spaventosi. Insomma, possiamo liberarcene? È una domanda perenne.

La risposta più semplice è: no, non è possibile. Se diciamo così noi siamo senza fede, perché non crediamo alle parole del Signore. Questa per me è una linea discriminante importante. Si può anche essere devotissimi della Madonna, ma nello stesso tempo credere che non si può cambiare niente. Allora uno è un miscredente, perché Maria ha creduto a queste cose. Essa è grande non perché ha creduto in Dio, ma perché ha creduto alle sue promesse. È una discriminante di fondo, lo abbiamo detto più volte, ma non dobbiamo mai stancarci di ripeterlo perché ne va del senso della nostra stessa fede, del nostro stesso modo di guardare il mondo in cui viviamo.

Detto questo mi sembra che l’invincibilità del mostro si possa sperimentare a due livelli. Uno antropologico: la vittoria del mostro è la morte. È bene non dimenticarci di questa connotazione terribile, nefasta, della morte al di là di ogni addomesticamento. Potremo dire anche «sorella morte» con Francesco, però all’interno di una fede in cui essa cambia significato. Ma di per sé, nell’immediatezza del nostro perire umano, la morte è una inaccettabile mostruosità, un invincibile, ma che noi speriamo debba essere vinto. Questo è un punto essenziale ed è giusto che Paolo, in questo brano della Lettera ai Corinzi, la chiami «l’ultima nemica».

Sappiamo che la potenza di questo nemico irride tutte le nostre competenze scientifiche. Possiamo rubare un palmo, uno spazio, ma l’essere mortali qualifica all’interno l’intera nostra opera umana. Poi c’è un livello di carattere storico e allora il male è il potere che mira ad unificare le creature con la legge del dominio e che mira a discriminare quelli che si assoggettano alle regole del potere, e ne traggono vantaggi, e quelli che non si assoggettano.

L’oggetto della fede è che questo drago sarà sconfitto, che Dio ha preparato nel cuore del mondo un’alternativa. In questo brano dell’Apocalisse si parla del popolo di Dio. In genere il popolo salvatore, anche nelle mitologie esterne all’ebraismo, viene raffigurato attraverso l’immagine di una donna che partorisce un figlio e questa donna è il bersaglio del drago. La donna è il popolo eletto, è il popolo di Israele nel deserto - «Dio le aveva preparato un rifugio nel deserto» - ed è il popolo del nuovo Israele nato dalla sconfitta della croce. Il drago ha vinto con la crocifissione, ma Dio ha preso il Figlio con sé: l’Ascensione – e anche questa donna è presa con sé da Dio: l’Assunzione.

Sono questi i misteri che noi, partitamente, secondo contenuti dogmatici e rappresentativi diversi, celebriamo, ma la sostanza è questa: Dio non si lascia vincere dal drago e il popolo che egli ha scelto vincerà. Ecco la fede. È una fede che è costretta ad infrangersi continuamente contro l’evidenza. Ecco perché: «Beata te che hai creduto». Lo potrei dire a tutti voi, a me stesso, perché come si fa a credere? Ci vuole davvero una grande dose di illusione; ma non è una illusione, perché ecco il riferimento a Dio: il Magnificat, l’esaltazione di Dio che compie cose grandi. Queste cose grandi Dio le ha già compiute: Maria è una «grande cosa»: la fanciulla di Nazareth che viene fatta madre di Gesù, che rappresenta e realizza la promessa di Dio, è il grande mistero gioioso della fede cristiana, che non dobbiamo svellere da questo contesto, altrimenti anche questo mistero si evapora in nebbie auree di esaltazione. Dobbiamo tenerci fermi a questo perché così facendo i misteri ritrovano carne e sangue dentro di noi, nella nostra reale esperienza e non costituiscono una specie di glorioso luna park ai lati della vita.

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IX TEMPO ORDINARIO – 12 agosto 2018

IO SONO IL PANE VIVO DISCESO DAL CIELO

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Gv 6, 41-51

[In quel tempo,]

I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Nel lungo discorso tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao a seguito della condivisione dei pani e dei pesci, Gesù ha scontentato la folla che voleva che egli diventasse il loro re, scontenta, scontenta i capi religiosi e scontenterà anche i suoi discepoli; alcuni addirittura lo abbandoneranno.

Allora i Giudei: con la parola Giudei l’evangelista intende le autorità del popolo, …si misero a mormorare: questa mormorazione ricorda il popolo che aveva mormorato contro Mosè nel deserto. …contro di lui perché aveva detto: “io sono il pane disceso dal cielo”: l’affermazione “io sono” indica la rivendicazione del nome divino da parte di Gesù.

Perché i Giudei mormorano? I capi del popolo, cioè l’istituzione religiosa deve la sua esistenza alla distanza che è riuscita a stabilire tra Dio e gli uomini ed in questa distanza l’istituzione è importante perché ha la funzione di mediazione. Gesù invece è venuto ad eliminare questa distanza, ha portato Dio accanto agli uomini. Questo per i capi del popolo è intollerabile. Essi sapevano che era la Legge che scendeva dal cielo, non il pane, che è un alimento di vita. E per questo dicevano: “Costui non è forse Gesù il figlio di Giuseppe?”: che un uomo pretenda di avere la condizione divina è inammissibile, è una bestemmia: per le autorità religiose questo progetto di Dio sull’umanità è una bestemmia che merita la morte.

Gesù risponde loro “Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato: questo verbo “attirare” significa un’attrazione irresistibile: l’amore con il quale il Padre attrae e ama i suoi figli non ha limiti e non ha scadenze, e la morte - è a questo che Gesù vuole arrivare - non interrompe questo amore, ma lo rende ancora più forte, perché con la morte cadono le barriere che nell’uomo ostacolavano la ricezione di questo amore. L’amore di Dio è eterno come la vita che lui trasmette all'uomo.

E io lo risusciterò nell'ultimo giorno: la risurrezione per Gesù non è una data finale, ma fa parte dell’esistenza stessa di ogni individuo: come sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”: non c’è più da imparare, da apprendere dalla Legge, ma c’è da imparare, da apprendere un l’Amore e un modo d’amare.

E Gesù continua: In verità, in verità io vi dico: chi crede ha vita eterna: non c’è l’articolo determinativo, non è la vita eterna. Significa che non è un qualcosa di aggiunto, ma è la vita che per se stessa è già eterna per quanti hanno accolto Gesù come modello di comportamento.

E Gesù rivendica di nuovo la sua condizione divina: Io sono il pane della vita: e qui Gesù scontenterà anche i suoi discepoli perché mette proprio il dito sulla piaga del fallimento dell’esodo. Infatti Gesù polemicamente afferma: I vostri padri - Gesù dice volutamente “i vostri padri”; avrebbe dovuto dire “i nostri padri”, ma Gesù non segue le orme dei padri, egli segue il Padre e prende le distanze da loro; i vostri padri hanno mangiato la manna del deserto e sono morti. L’esodo è stato un fallimento: tutti quelli che hanno seguito Mosè nell’esodo sono tutti morti nel deserto e neanche Mosè è riuscito a entrare nella terra promessa. Sono entrati i loro figli, ma non i padri che sono usciti dall’Egitto. Quindi Gesù denuncia: l’esodo è stato un fallimento,.

Questo è il pane che discende dal cielo perché chi ne mangia non muoia: mangiare questo pane è assimilare la vita di Gesù e farsi pane per gli altri. Questo innesta nell’individuo un dinamismo d’amore che fa sì che la sua vita sia indiscutibile.

E Gesù continua insistendo: Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo: L’evangelista adopera proprio il termine “carne” che indica l’uomo nella sua debolezza. Questo significa che non ci sono doni di Dio che non passino attraverso la carne, cioè attraverso l’umanità. Sinteticamente possiamo dire: più ci si fa umani, più si diventa sensibili ai bisogni e alle sofferenze degli altri, più si è umani e più si manifesta il divino che è nelle persone.

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XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B - 5 agosto 2018

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

Gv 6, 24-35

Quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche (barchette) e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».

Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: "Diede loro da mangiare un pane dal cielo"».

Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».

Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane!». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

*

Con l’episodio della condivisione dei pani Gesù aveva voluto elevare la folla prima di tutto a livello di uomini, poi di persone adulte, di persone mature; ma la folla non ha voluto, ha preferito la sottomissione alla libertà che Gesù aveva loro proposto. Per questo voleva farlo re. E Gesù era scappato via.

Ora la folla lo rincorre, ne va in cerca: il verbo ricercare nel vangelo di Giovanni è sempre per catturare, per uccidere. E infatti quando trovano Gesù si rivolgono a lui chiamandolo ‘Rabbi’. Rabbi è il maestro della Legge: non hanno compreso la novità che è proposta da Gesù, offrendo un rapporto con Dio completamente nuovo, basato non sull’obbedienza della Legge, ma sull’accoglienza del suo amore.

E qui inizia un dialogo tra sordi, un dialogo all’insegna dell’incomprensione, perché la folla chiede il pane per sé e Gesù li invitava a farsi pane per altri. Gesù dice: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni ma perché avete mangiato e vi siete saziati”: avete preso il pane per voi, ma bisogna ricevere il pane per poi farsi pane per gli altri;

Noi abbiamo due aspetti: - la vita biologica, che deve essere costantemente nutrita – e la vita interiore, che per crescere deve nutrire gli altri. Allora Gesù dice: “datevi da fare per questo”. “Questo è il cibo che vi dà il Figlio e su di lui il Padre ha messo il suo sigillo”, cioè Gesù è la garanzia della presenza divina nell’umanità. Ed essi chiedono: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. Gesù risponde: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”.

Nell’Antico Testamento il termine ‘opera di Dio’ sta ad indicare le Tavole della Legge. Ma il rapporto con Dio non è più basato sull’osservanza della Legge, ma sull’accoglienza dell’amore di Gesù.

Ma la folla non comprende e chiede: “che segno compi perché vediamo e crediamo?”. Questo è tipico dell’esperienza religiosa: un segno da vedere per poter credere. E Gesù rifiuta di offrire un segno perché possano credere, non mostra un segno da vedere per credere, ma al contrario dice: “CREDI, E TU STESSO DIVENTERAI UN SEGNO CHE GLI ALTRI POSSONO VEDERE”.

La richiesta della folla richiama la preghiera del Padre Nostro che, nel vangelo di Giovanni non è presente, “Signore, dacci sempre di questo pane!”. Ecco, la folla è cresciuta, non lo chiama più Rabbi, colui che insegna la Legge, ma ‘Signore’: hanno capito che in Gesù c’è una realtà divina. Ed ecco la dichiarazione di Gesù: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”. Gesù si presenta come la piena risposta alle esigenze della pienezza di vita.

Pedro Casaldaliga

Fratelli nostri che siete nel Primo Mondo:
affinché il suo nome non sia bestemmiato, affinché venga a noi il suo Regno
e si faccia la sua Volontà, non solo in cielo ma anche in terra,
rispettate il nostro pane quotidiano rinunciando al vostro sfruttamento quotidiano!
Non vi intestardite a ricevere da noi il debito che non abbiamo fatto 
e che continuano a pagare i nostri bambini, i nostri affamati, i nostri morti.

Non cadete più nella tentazione del lucro, del razzismo, della guerra;
noi faremo in modo da non cadere nella tentazione dell’ozio e della sottomissione.

E liberiamoci gli uni gli altri da ogni male!
Solo così potremo recitare insieme la preghiera di famiglia

che il fratello Gesù ci ha insegnato: Padre nostro - Madre nostra, che sei in cielo e che sei in terra.

don Paolo Farinella

Il vangelo riprende la seconda tappa del lungo discorso del pane che comprende tutto il capitolo sesto di Giovanni. Anche ad una lettura superficiale, chiunque può rendersi conto che qui non ci troviamo di fronte ad un discorso «storico» fatto da Gesù, ma ad una riflessione teologica sviluppata dalla comunità giovannea, ormai in avanzato stato di organizzazione e di sviluppo. In Gv il dato puramente storico si perde di fronte al significato che esso rivela. Cercare qui le parole di Gesù è quindi tempo perso. Gesù ha fatto la moltiplicazione dei pani (cf Gv 6,1-15), riscuotendo un immediato successo da parte della folla (cf Gv 6,22-25). Il brano di oggi mette le distanze tra il pensiero della folla che si accontenta di quello che vede, il pane materiale, il meraviglioso e l’atteggiamento di Gesù che invece si situa ad un livello interiore più profondo perché l’evangelista vuole, attraverso questo fatto, svelare la personalità di Gesù (Gv 7ì6,26-27). Il vero «fatto storico» che conta è seguire Gesù e la sua proposta di salvezza (cf Gv 6,28-29).

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XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 29 LUGLIO 2018

DISTRIBUÌ A QUELLI CHE ERANO SEDUTI QUANTO NE VOLEVANO

COMMENTO AL VANGELO DI P. ALBERTO MAGGI OSM

(Gv 6,1-15)

(In quel tempo,)

Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».

Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?».

Rispose Gesù: «Fateli sedere! letteralmente: fate adagiare questi uomini = antropoi - ». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere (=a distendersi) ed erano circa cinquemila uomini (andres=uomini in pienezza).

Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

(La conclusione nel Vangelo di Marco: E dentro di sé erano fortemente meravigliati, 52perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito”.)

                                                          *

L’episodio della condivisione dei pani dei pesci è riportato da tutti e quattro gli evangelisti. Qual è la sua importanza? In questa narrazione si anticipa e raffigura il significato dell’eucarestia. In particolare Giovanni ne fa il tema del capitolo sesto del suo vangelo, il più lungo, di ben 71 versetti.

Il contesto nel quale l’ambienta è quello del libro dell’Esodo e infatti troviamo il tema del mare, il tema del monte, il tema della Pasqua, il tema della tentazione e il tema del pane.

E, mentre nel deserto è stata la folla a dover chiedere a Dio di essere sfamata, qui è Gesù, che è Dio, che previene i desideri e i bisogni delle persone, ma i risultati sono deludenti.

Scrive l’evangelista che gli dice Andrea, fratello di Simon Pietro: c’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo: i cinque pani d’orzo ricordano il miracolo di Eliseo che con venti pani d’orzo sfamò cento persone e due pesci. Quindi cos’è questo per tanta gente?

Ed ecco le indicazioni preziose dell’evangelista: rispose Gesù: fateli sedere: letteralmente, ed è importante, fate sedere questi uomini. È importante il termine “uomo” adoperato dall’evangelista. E il verbo sedere, letteralmente è sdraiare.

Nel pranzo solenne, nel pranzo della Pasqua, nel pranzo delle persone delle case ricche si mangiava secondo l’uso greco-romano sdraiati. E chi poteva mangiare sdraiato? Chi aveva un servo che lo poteva servire. Ecco il primo significato dell’eucarestia: far sentire le persone dei signori, cioè pienamente liberi.

L’evangelista annota che c’era molta erba: è un richiamo al Salmo 72, i tempi del Messia sono i tempi dell’abbondanza; in quel luogo: il termine luogo Giovanni lo adopera sempre per il tempio. Qui indica il luogo dove risiede Gesù. Ma mentre nel tempio è l’uomo che deve offrire a Dio, qui è Dio che si offre all’uomo.

Si misero dunque a sedere, sdraiare, ed erano circa cinquemila uomini. Perché cinquemila? Perché indica il numero della prima comunità cristiana, secondo gli Atti degli Apostoli, ma soprattutto è un multiplo di cinquanta che indica l’azione dello Spirito, cinquanta in greco è “pentecoste”.

Qui l’evangelista per indicare gli uomini non adopera il termine che ha usato in precedenza “antropos”, ma “andres”, che significa uomini maturi. L’eucarestia rende le persone uomini maturi, uomini nella pienezza, cioè uomini liberi.

Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie: dal verbo ringraziare, rendere grazie, deriva il termine eucaristia, li diede a quelli che erano seduti: il termine seduti appare per la terza volta e Gesù omette un’azione molto importante: non richiede il lavaggio rituale delle mani. Non c’è bisogno di purificarsi per mangiare il pasto del Signore, ma è il pasto del Signore quello che purifica le persone.

E ne mangiarono quanto ne volevano: mentre la manna nel deserto era limitata ed era misurata, qui c’è l’abbondanza. Quando non si trattiene più per sé egoisticamente, ma si condivide generosamente con gli altri, c’è l’abbondanza. Infatti l’evangelista dice che riempirono dodici canestri perché, come le dodici tribù di Israele, così si può sfamare tutta quanta la nazione.

Purtroppo i partecipanti non hanno compreso. Infatti, scrive l’evangelista, allora la gente, ma letteralmente è gli uomini: Il racconto era iniziato indicando la folla come uomini, poi la partecipazione all’eucarestia li aveva resi uomini maturi: uomini adulti che ora tornano ad essere uomini. Perché? Non hanno capito, non accettano la condizione di uomini maturi, vogliono sottomettersi. Infatti, visto il gesto di Gesù dicono questo è davvero il profeta, quello che, secondo la linea di Mosè, doveva far osservare la legge, colui che viene nel mondo.

Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re – quindi vogliono l’obbedienza, vogliono la sottomissione, non vogliono la maturità e non vogliono la libertà - si ritirò di nuovo da solo sul monte. Come Mosè si ritirò sul monte dopo il tradimento del popolo che adorava un vitello d’oro, così Gesù si riunisce di nuovo da solo nel monte. La sottomissione, l’obbedienza per Gesù è uguale all’idolatria perché lui è il Dio che rende libere le persone.

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                          16° Domenica del Tempo Ordinario- B

22 LUGLIO 2018

Gesù è combattuto tra la necessità di aiutare i suoi discepoli ad accettare quanto sta insegnando e la comprensione per la stanchezza che è segnata sul loro volto.

Appare in primo piano la comprensione, guardando anche le folle che vede senza una vera guida... E per il momento lascia anche l’insegnamento ai suoi per far prevalere l’attenzione alla folla che è sfinita: la bontà è combattuta, ma è l’unica che trova spazio nel cuore dell’umanità!

La spiegazione di p. Alberto Maggi:

ERANO COME PECORE CHE NON HANNO PASTORE

Mc 6,30-34

(In quel tempo,)

Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato.

Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.

Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte.

Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

*

Nel capitolo 6 del vangelo di Marco al versetto 30 per l'unica volta nel vangelo appare il termine “apostoli”. “Apostoli” che non indica una funzione, ma un incarico, Gesù al versetto 7 li aveva inviati. Il verbo inviare nella lingua greca è apostello (fonetico) da cui il termine apostolo.

Allora gli apostoli si riunirono: anche qui è importante vedere la scelta del verbo adoperato dall'evangelista. Per riunire adopera il verbo synago (fonetico) da cui il termine evidente sinagoga, fa comprendere che l'annuncio di questi apostoli non corrisponde a quello di Gesù, ma è ancora condizionato dall’insegnamento della sinagoga, cioè un insegnamento religioso, nazionalista.

Quindi si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato, ma Gesù non li ha autorizzati a insegnare. Nel vangelo di Marco si distingue molto chiaramente tra due attività e due verbi:

il verbo insegnare, che significa annunciare il regno partendo da categorie dell'Antico Testamento, è esclusivo di Gesù quando parla per gli ebrei. Quando parla a folle miste non usa questo verbo; mentre per i discepoli l'evangelista aveva detto “Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare”.

Il verbo predicare significa annunciare il regno senza necessariamente farlo in base a categorie dell'Antico Testamento.

Ebbene qui i Dodici hanno insegnato, ma Gesù non li ha autorizzati e infatti la reazione di Gesù è negativa: ed egli disse loro: venite in disparte. È la seconda volta che nel vangelo di Marco appare questa frase tecnica, questa chiave di lettura “in disparte” che è sempre rivolta ai discepoli ed è sempre negativa: indica incomprensione. Quindi c'è un incomprensione tra Gesù e il suo gruppo, voi da soli, in un luogo deserto e riposatevi un po’: Gesù vede che questi discepoli sono presi dall'entusiasmo e li invita a calmarsi. Perché?

Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo da mangiare: all'insuccesso di Gesù nella sinagoga di Nazareth, un fiasco totale, un fallimento, fa contrasto il successo della predicazione degli apostoli. Evidentemente ciò significa che la predicazione degli apostoli non è la stessa di Gesù.

Allora andarono con la barca verso il luogo deserto : e l'evangelista sottolinea di nuovo in disparte, ma l'entusiasmo è grande. E molti però li videro partire e capirono e da tutte le città : le città significa luogo dove c'è una sinagoga, quindi è il frutto dell'insegnamento della sinagoga, accorsero là a piedi e li precedettero.

Sceso dalla barca: stranamente scende solo Gesù. Gesù si separa dai discepoli, non sono ancora in grado di entrare in contatto con le persone perché animati dai loro desideri di successo religioso, nazionalista, con una figura di messia che non corrisponde a Gesù. Allora scende solo Gesù dalla barca ed egli vide una grande folla ed ebbe compassione di loro: compassione è un atteggiamento divino con il quale si comunica vita a chi vita non ce l'ha, e qui c’è una citazione del libro dei Numeri, quando Mosè aveva chiesto al Signore di mettere dei capi del popolo affinché il popolo non sia come pecore che non hanno pastore: le pecore che non hanno pastore si disperdono. Quindi è una lamentazione di Gesù che richiama il monito che è già presente nel profeta Geremia: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdere il gregge del mio pascolo”, oppure anche Ezechiele: “Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche e sono sbandate”.

Quindi Gesù ha compassione di questo popolo perché sono come pecore che non hanno pastore. In realtà li hanno i pastori, ce ne hanno anche troppi, solo che pensano a se stessi, non pensano all'interesse del popolo.

Allora Gesù si mise a insegnare : e quindi Gesù assume lui il ruolo del pastore, ma non con dottrine per dominare le persone, ma, come seguirà poi la narrazione evangelica, dando il pane: l’insegnamento di Gesù è alimento che comunica vita, che restituisce vita e che arricchisce la vita.


XV TEMPO ORDINARIO – 15 luglio 2018

PRESE A MANDARLI

Mc 6, 7-13

[In quel tempo,] Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.

E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».

Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Ernesto Balducci - 'Il mandorla e il fuoco ' vol 2

La manifestazione dello Spirito è un aspetto - il principale - della nuova condizione in cui si trova Gesù dopo la risurrezione. La potenza con cui Dio attua la nuova creazione è la potenza dello Spirito di Gesù. Come ci è stato detto nella Lettera agli Efesini, la nostra fede non è soltanto sicurezza di una vita eterna dopo la morte, è pure consapevolezza di tutto il disegno nascosto fin dalla creazione del mondo.

Questo aspetto della fede come conoscenza del Piano di Dio non può sorgere in noi che come un senso di responsabilità nei confronti del mondo e nei confronti del Signore.

Se noi dicessimo che la fede ci è bastata soltanto ad aspettare l'incontro con Lui, dopo la morte, noi non coglieremmo il vero senso della fede. Infatti avere cognizione del disegno del Padre significa farsi carico dell'esistenza delle altre creature e del divenire di tutto il mondo.

La fede non si può disgiungere, dunque, da questa dimensione profetica. Uno degli effetti più negativi della vecchia educazione cristiana era la separazione della profezia a vantaggio della docilità verso l'istituzione. Si era prodotto un po' quello che avvenne - secondo quanto ci racconta il primo brano della Scrittura di oggi - nel popolo di Israele al povero pastore Amos, il più povero dei profeti, un guardiano di bestie che Dio mandò ad annunciare ad Israele la sua volontà. Il sacerdote dell'istituzione (Amasia) lo diffida. Gli dice di andarsene altrove perché in quello spazio, che è il santuario del re, i profeti non parlano mai, ci sono i cappellani di corte. E Amos dovette andar via.

Potremmo dire che in questo diverbio viene figurata una lunga storia in cui i custodi dell'istituzione ecclesiastica (che, in qualche modo, se la intendono sempre con i re) han cacciato via i profeti inopportuni. Questo è il male della Chiesa. Non se ne può parlare applicandovi, in senso tollerante, le leggi della sociologia che ci dicono che l'istituzione e il carisma non vanno mai d'accordo, sono sempre in tensione tra loro. Questo è vero, ma non deve essere così, se è vero quanto ci viene insegnato dallo stesso magistero conciliare, che tutti i credenti sono profeti, che il popolo di Dio è un popolo profetico in tutti i suoi aspetti.

È questa l'esigenza strutturale della Chiesa del Signore. Se questa esigenza è sopraffatta da una logica temporale, per cui l'istituzione asseconda i richiami del potere e la profezia contesta questa deviazione incontrando l'emarginazione e la condanna, se questo avviene noi dobbiamo condannare questa prassi, non dobbiamo accettarla come se fosse giusta,

Lascio alla vostra coscienza l'identificazione concreta nel nostro tempo di questo dissidio fra i tutori dell'istituzione, succubi del potere politico, e i profeti che in nome del Vangelo vogliono parlare apertamente. È un dissidio doloroso che ci attraversa, che esige pazienza, certo, ma esige anche che non si smobiliti mai dalla nostra responsabilità. Se siamo battezzati, se abbiamo ricevuto - come dice Paolo - il sigillo dello Spirito Santo, allora la pretesa di parlare in nome del Vangelo non è un'arroganza: è la esecuzione di una responsabilità. Guai se noi tacciamo per una malintesa prudenza, per non disturbare l'istituzione. Chi crede - come chi è dominato da un forte amore - non può tacere. (...)!

Ora come può parlare di evangelizzazione una Chiesa che non riesce al suo interno ad abilitare alla Parola tutti i battezzati? La Parola del Signore la insegue: non devi avere né borsa né denaro, non devi salutare nessuno per la strada: va' nella casa dell'uomo e annuncia la pace. Queste parole del Signore creano inquietudini nella Chiesa di oggi.

Questa lievitazione dello Spirito è abilitazione di tutti i credenti ad assumersi in proprio l'evangelizzazione del mondo. Si è mandati dallo Spirito Santo. Lo Spirito Santo - che abbiamo ricevuto - è sufficiente a darci il dovere e il diritto all'annuncio del Vangelo….

Al di là delle inevitabili proteste contro la condizione storica, noi dobbiamo prendere occasione da questa presa di contatto con la Parola di Dio per interrogarci sul modo con il quale ci facciamo responsabili del disegno del Padre. Passiamo momenti estremamente difficili, al riguardo. Dobbiamo aiutarci l'un l'altro con consiglio fraterno, ma anche con l’esortazione fraterna ed assumerci in proprio il compito di far sì che la Chiesa sia, nel mondo, senza potere. Non si tratta, in questo, di assecondare chissà quale spirito malefico del nostro tempo: si tratta di obbedire, soffrendo, all'imperativo del Vangelo. Se i profeti diventano cappellani di corte, il sistema cresce. Solo nella povertà e nella libertà - di cui la povertà è garanzia - abbiamo il segno della potenza di Dio...

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   XIV TEMPO ORDINARIO – 8 luglio 2018   

UN PROFETA NON E’ DISPREZZATO SE NON NELLA SUA PATRIA

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 6, 1-6

[In quel tempo, Gesù]

venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?

Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

*

In questo brano drammatico l’evangelista ci presenta la triste situazione del popolo sottomesso all’autorità. Il popolo non può permettersi di avere un’opinione propria, deve pensare esattamente quello che le autorità decidono che deve pensare: se le autorità dicono, impongono che quello che è bianco è nero, il popolo deve credere così. Questo è il peccato contro lo Spirito Santo.

Il Vangelo dice che “Gesù venne nella sua patria”: evita di parlare di Nazareth, perché il caso non è relegato al piccolo paese di Nazareth, ma si estende a tutta la nazione di Israele. Gesù giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga”, è la seconda volta che Gesù insegna nella sinagoga.

La prima volta a Cafarnao l’esito era stato positivo, c’era stata la stessa reazione di qui, la gente è rimasta stupita, però s’era detto “questo sì che ha autorità” – cioè ha mandato divino – “non i nostri scribi” (Mc 1, 21-22). Quindi la prima volta la situazione era stata positiva.

Ma Gesù aveva gettato discredito sui teologi ufficiali, sugli scribi, che erano passati al contrattacco, avevano messo in guardia la gente: attenti a quest’uomo, a questo Gesù, perché è vero che vi guarisce, ma lo fa per infettarvi ancora di più, perché è uno stregone, agisce per opera di Beelzebùl, il principe dei demòni. E il popolo lo crede. Infatti qui la gente rimane stupita del suo insegnamento, ma non c’è una reazione positiva, e si chiedono da dove gli vengano queste cose?”.

Non percepiscono in Gesù la condizione divina, perché gli scribi hanno detto che in Gesù c’è una condizione diabolica, loro devono credere quello che le autorità impongono di credere. E si stupiscono dei prodigi e dicono che sono compiuti dalle sue mani, come se Gesù fosse uno stregone. Evitano di nominare Gesù, si riferiscono a lui con profondo disprezzo: Non è costui- quindi evitano di pronunciare il nome e poi passano all’offesa, lo chiamano - “il figlio di Maria”.

Un figlio, nel mondo palestinese, veniva sempre chiamato con il nome del padre, anche quando il padre era defunto; il figlio conservava sempre il nome del padre. Quindi avrebbero dovuto dire: “non è il figlio di Giuseppe?”; ma ignorano Giuseppe. Dire che qualcuno è il figlio di una donna significa che la paternità è dubbia e incerta. Quindi passano alle offese e passano alla realtà, elencando i suoi parenti, fratelli e sorelle, cioè gli appartenenti al suo clan familiare e, conclude l’evangelista, che tutto questo per loro “era motivo di scandalo”.

Quindi la situazione del popolo è tremenda: pur avendo ascoltato l’insegnamento di Gesù, non ne percepiscono l’autorità divina perché le autorità religiose, per non andare contro il proprio interesse – loro sì che sanno che Gesù è di condizione divina, ma se lo riconoscono pérdono l’influsso e il prestigio sul popolo – hanno detto che Gesù opera per azione di Beelzebùl, il principe dei demòni.

E qui c’è la conclusione amara di Gesù che fa eco a quello che c’è scritto nel vangelo di Giovanni: “Egli venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).

Gesù dice: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria”. E’ il destino dei profeti, in nome del Dio del passato le autorità religiose non riconoscono mai un Dio che si manifesta nel presente.

I profeti sono coloro che allargano lo spazio, dilatano la conoscenza di Dio, ma sono proprio le autorità religiose che, in nome della tradizione, non accolgono e non riconoscono questa novità.

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SS. TRINITA’- 27 maggio 2018

BATTEZZATE TUTTI I POPOLI

NEL NOME DEL PADRE, DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mt 28,16-20

[In quel tempo,]

gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.

Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.

Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

*

La liturgia di oggi ci presenta la finale del Vangelo di Matteo, che al versetto 16 scrive “gli undici discepoli” – non sono più dodici, manca Giuda. Giuda ha scelto il denaro e il denaro lo ha distrutto, lo ha divorato, non ha scelto la beatitudine della povertà, cioè della condivisione solidale e continua, ma ha pensato soltanto al proprio interesse e chi pensa al proprio interesse si distrugge.

Gli undici discepoli” - scrive l’evangelista - “intanto andarono in Galilea”. Per tre volte nel vangelo c’è l’invito di Gesù ad andare in Galilea dopo la sua risurrezione: Gesù non può essere sperimentato a Gerusalemme, la città santa e assassina; per sperimentarlo bisogna andare in Galilea – per tre volte nel Vangelo di Matteo c’è questo invito – sul monte che Gesù aveva loro indicato. Se per tre volte c’è l’invito ad andare in Galilea, mai appare in questi inviti, l’invito ad andare su “il monte” che Gesù ha indicato. Gesù non ha indicato nessun monte. E perché gli undici vanno non su “un monte” – la Galilea è una zona montagnosa, ci sono tanti monti - ma qui si dice “il monte”? Cosa vuol dire l’evangelista?

L’esperienza del Cristo risuscitato non è un privilegio concesso 2000 anni fa a un gruppo di persone, ma una possibilità per i credenti di tutti i tempi. E l’evangelista ce l’indica come? Per sperimentare il Cristo risuscitato bisogna andare in Galilea su “il monte”. Questa espressione con l’articolo determinativo, “il monte” (τὸ ὄρος), è apparsa al capitolo 5, quando Gesù proclama le beatitudini su “il monte”.

Allora l’evangelista vuol dire che situarsi in Galilea su il monte significa situarsi nel cuore del messaggio di Gesù, le beatitudini. Le beatitudini invitano l’uomo a orientare la propria esistenza al bene dell’altro. Chi orienta la propria vita al bene dell’altro sente dentro di sé una forza, un’energia tale di vita che gli fa sperimentare il Cristo risuscitato. Quindi questo è possibile a tutti.

Continua l’evangelista: “Quando lo videro…”: vedere, nella lingua greca, si può dire in diversi modi; qui l’evangelista non adopera il termine che indica la vista “fisica” ma la vista “interiore”. Questo vedere non riguarda la fede. Ed è lo stesso che nelle beatitudini. Nella beatitudine “Beati i puri di cuore”, Gesù aveva proclamato: “Beati i puri di cuore perché questi vedranno (ὄψονται) Dio” (cf Mt 5,8). Gesù non garantisce apparizioni o visioni, ma una profonda esperienza del Signore.

“… si prostrarono”: “prostrarsi” significa che riconoscono in Gesù qualcosa di diverso, vedono in Gesù la pienezza della condizione divina. Però stranamente, scrive l’evangelista che “essi dubitarono”. Ma di che cosa dubitano? Non che sia risuscitato, perché lo vedono! Non che in Gesù ci sia la condizione divina, perché si prostrano! Di che cosa dubitano allora? L’unica volta che c’è il verbo “dubitare” in questo Vangelo è al capitolo 14, quando Pietro pretese di camminare sulle acque – e questo significava avere la condizione divina – ma incominciò ad affogare. E Gesù lo rimproverò: “uomo di poca fede, perché dubitasti ?” (Mt 14,32). Allora in questo brano questa espressione “dubitare” dei discepoli si riferisce al fatto che anche loro pensano di avere la condizione divina, di arrivare alla condizione divina come Gesù, ma capiscono attraverso cosa è passato Gesù: l’ignominia della croce. Allora dubitano di se stessi, non sanno se saranno capaci anch’essi di affrontare la persecuzione, la sofferenza e il martirio per arrivare alla condizione divina.

Ebbene, nonostante questa loro esitazione, Gesù li manda: andate e fate discepoli tutti i popoli– il termine greco indica le nazioni pagane, quindi proprio quelle popolazioni che erano emarginate, quelle popolazioni che erano disprezzate, proprio queste sono oggetto dell’amore di Dio.

Ed ecco il comando di Gesù: “battezzandoli….” – non è un rito liturgico quello che Gesù chiede di fare. Il verbo “battezzare” significa “immergere, inzuppare, impregnare”. “…nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”: nel nome di qualcuno indica una realtà. Allora, è compito della comunità dei credenti di andare verso gli esclusi, verso gli emarginati, verso i rifiutati dalla religione e proprio a loro far fare una esperienza - di questo si tratta – della pienezza dell’amore del Padre, colui che dà la vita, del Figlio, colui nel quale questa vita si è pienamente realizzata, e dello Spirito, questa energia vitale.

“…Insegnando”: è la prima volta nel Vangelo di Matteo che Gesù autorizza i discepoli ad insegnare. Non li autorizza ad insegnare una dottrina, ma una pratica: infatti specifica: “…a praticare e ad osservare tutto ciò che io vi ho comandato. E l’unica volta che appare che Gesù comanda qualche cosa in questo Vangelo: è riferito alle beatitudini. Non una dottrina da proclamare, ma una pratica da insegnare, “insegnate a praticare le beatitudini”, “insegnate a praticare la condivisione per amore, il servizio reso per amore”.

Se c’è questo, ecco la garanzia: “Ecco io sono con voi”; Matteo aveva iniziato il suo Vangelo con l’espressione che Gesù è “il Dio con noi” e termina con questa stessa espressione io sono con voi tutti i giorni fino …” – dispiace vedere qui nella nuova traduzione della CEI ritornare il termine inesatto, “fine del mondo”. Non si tratta di fine del mondo, era meglio la vecchia traduzione dove si parlava di “fine dell’epoca, fine del tempo”; infatti la Bibbia di Gerusalemme dice: “fino alla fine del tempo”. Non si tratta di una scadenza, ma di una qualità di presenza; non c’è nessuna fine del mondo, Gesù non mette paura, Gesù assicura che, se ci sono queste condizioni di andare comunicando amore, lui è sempre presente nella sua comunità e questo “per sempre” quindi non è una scadenza, ma una qualità della sua presenza.

*

Commento di p. José María CASTILLO

1. Si è discusso molto sull’origine di questo testo e sul suo significato. L’opinione più autorevole dice che, sebbene fosse avvenuta quest’ultima apparizione di Gesù ai suoi discepoli, non risulta che Gesù abbia dato questo mandato alla sua comunità e ancor meno che abbia fatto una dichiarazione sul mistero della Santissima Trinità. Il contenuto di questo mistero, così come è stato definito nei concili del secolo IV (Nicea e Costantinopoli), non c’è nel Nuovo Testamento. Non vi si dice che esistono tre persone divine, unite in un solo Dio.

2. Nel Nuovo Testamento si afferma la fede in Dio come Padre, in Gesù come Figlio e nello Spirito Santo. Cioè, si dice che il Dio nel quale crediamo è prima di tutto “Padre” che non si impone per il suo potere, ma per la sua amorevole bontà. Questo Padre si è fatto conoscere in un essere umano, Gesù, che viene denominato il Figlio. Così il Figlio, Gesù, rivela un Padre profondamente umano e vicino a tutti gli esseri umani. Infine questo Dio nel mondo e nella storia agisce per mezzo della forza dello Spirito. In maniera tale che i “segni dei tempi” nella storia e nella vita degli “uomini di spirito” ci segnano l’orientamento ed i percorsi che dobbiamo seguire per essere fedeli al Padre di Gesù nello Spirito.

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ANNO B, 13 maggio 2018, ASCENSIONE; At 1,1-11; Sal 46; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20

Mc 16

7 …. andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto»». 8Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.

Mc 16,15-20

9risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva scacciato sette demoni. 10Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. 11Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero.

[In quel tempo]

Gesù [apparve agli Undici e] disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.

Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Se ci trovassimo per la prima volta a leggere una favola, per esempio quella famosissima del lupo e l’agnello, potremmo anche sentirci portati a dire: gli animali non parlano, perciò si tratta di storie astratte da non prendere sul serio. È pur vero che gli animali non parlano, ma non sarebbe questo l’inganno da cui guardarsi. Sarebbe piuttosto la nostra incapacità a comprendere la metafora: è questa a offrirci un messaggio autentico, una descrizione reale e concreta di come si esprime e si comporta la prepotenza.

La stessa cosa vale, nel nostro caso, per il Vangelo, che usa spesso metafore, allegorie, parabole per trasmettere quel che un linguaggio comune non riuscirebbe a rendere in modo altrettanto efficace e significativo.

Così, ad esempio, il Vangelo odierno mette tra l’altro in bocca a Gesù talune parole che a una lettura superficiale potrebbero lasciare perplessi. «Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni (davvero? Mah!); parleranno lingue nuove (senza studiarle a dovere?); prenderanno in mano i serpenti (questa poi…) e se berranno qualche veleno non recherà loro danno (meglio lasciar provare ad altri), imporranno le mani ai malati e questi guariranno (può darsi, purché prendano le medicine adatte)». Queste ed altre perplessità sarebbero giustificate, secondo un’interpretazione letterale, tuttavia si possono prendere in considerazione anche altri significati.

Ad esempio l’ultima frase, quella relativa ai malati: per quanto mi riguarda ho avuto la grazia di farne esperienza diretta in diverse occasioni. Assistenza malati terminali, mi è capitato di coinvolgermi con persone disperate per le sofferenze e per percezione che la vita se ne stia andando. Più volte ho assistito al miracolo di un malato che si tranquillizza, che non si sente più solo, che guarisce da ansie incontrollate, che risorge dalla disperazione. E infine che muore in pace. Ecco dunque un modo concreto per scacciare i demoni in nome di Gesù Cristo, in nome dell’amore per i fratelli: scacciare quei demoni che turbano gli animi e le coscienze.

Sul parlare lingue nuove, non si tratta di tradurre in differenti idiomi, ma di assumere nuovi linguaggi senza ambiguità, furbizie, ipocrisie (sia il vostro parlare sì sì, no no). Quanto al prendere in mano i serpenti (simboli di malizia) non è forse possibile imparare a gestire atteggiamenti innocenti, volti ad aiutare gli altri anziché essere subito pronti a criticarli e insultarli? È con questo atteggiamento infatti che i veleni legati a una qualsiasi forma di esprit maltourné non recheranno più danni.

Ma per capirlo bisogna prima di tutto cambiare mentalità e prendere sul serio quel che san Paolo dice nella lettera agli Efesini: «Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti». Un modo per ribadire efficacemente che siamo tutti fratelli, ma sul serio, non solo a chiacchiere. Nel passato alcuni nostri predecessori pretendevano di sostenere che siamo tutti fratelli, tutti uguali, e però «qualcuno è più uguale degli altri». Ed è proprio un simile atteggiamento che ha permesso crociate e guerre di religione di vario tipo. Che ha permesso in molti casi di uccidere Cristo in nome di Cristo. Ma se oggi comincia ad apparire più chiaro che Gesù ha inteso rivolgersi a tutti, ma proprio tutti tutti, e non solo a quelli che stanno dalla sua parte (anche perché in Cristo non ci sono parti), si può sperare che questo messaggio, libero da connotazioni di parte, diventi un giorno patrimonio comune dell’intera umanità? «Chi crederà sarà salvo» dice ancora il vangelo. Salvo da che cosa? Non saprei dire in quanti modi possa essere interpretata la frase, ma in me risuona come salvezza da una vita senza senso, per offrire l’orientamento capace di affrontare creativamente serpenti e veleni, e di far fiorire l’armonia e la pace.  

Antonio Thellung  07/04/2018, tratto da: Adista Notizie n° 13 del 14/04/2018 ( Antonio Thellung è scrittore, poeta, artista, pilota d’auto sportive, fondatore di comunità, assistente di malati terminali, sposo, padre, nonno e bisnonno. Il suo ultimo libro è “ Amarsi da vecchi e credere nell’incredibile (Gribaudi 2017)

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La settimana di Pasqua

Noi capiremo il Vangelo quando avremo capito l’ultimo uomo.

Non possiamo fare del Vangelo un’arma di proselitismo perché la vera alleanza è quella in cui ognuno apprenderà dentro di sé chi è Dio e non ci sarà bisogno che glielo insegni. Non ci siamo! A quel tempo, ma ancora abbiamo bisogno che qualcuno ce lo insegni e che noi lo insegniamo agli altri… Questo è il punto essenziale del discorso che già ci fa capire quanto è avventurosa la fuoriuscita dalla vecchia alleanza dove noi abbiamo trasformato Dio in un randello, i dogmi in principi per condannare al rogo l’eretico,…

Noi siamo ancora all’età della pietra del Vangelo che deve venire, che già c’è, ma che è come nascosto dentro di noi. Chiunque ha fede soffre per questa inconcludenza, per questa testimonianza imperfetta che nel passato ci è stata tramandata.

Io soffro nel leggere le persecuzioni contro gli uomini, gli stermini dei non cristiani. Sento che un grave tradimento è stato compiuto e non è un tradimento che possiamo archiviare come roba passata perché il contagio arriva fino a noi, ne siamo intaccati tutti: il nostro occhio diventa feroce anche durante la preghiera. Ecco perché Gesù è lontanissimo, in una profondità a cui non siamo ancora giunti. Egli è l’uomo che “ha appreso l’obbedienza dalle cose che patì”. E’ un’affermazione importante, perché la sofferenza di cui vi parlavo è anche un luogo di apprendimento.

Se noi soffriamo nel vedere il disprezzo dell’uomo contro l’uomo e soffriamo infinitamente di più nel vedere che questo disprezzo si giustifica con il nome di Dio, allora apprendiamo qualcosa perché se non si soffre non si impara. Se non si soffre e ci si avvolge, come fossero drappi di seta, delle nostre verità religiose… noi non comprendiamo nulla… Noi siamo entrati in questa grande sofferenza storica, di cui non voglio scandirvi di nuovo i termini di cronaca, perché abbiamo avuto mille motivi di vergognarci di essere cristiani. Il nostro nome è disonorato presso altri popoli, e giustamente disonorato, e questo deve farci fa soffrire!

Noi dobbiamo liberarci da questa vecchia alleanza. Noi che abbiamo voluto scrivere sul frontone del palazzo delle Nazioni Unite: ‘Si cambieranno le lance in falci’, poi, in realtà, abbiamo trasformato le falci in lance.

Noi usiamo queste parole per metterle nelle pietre, ma non nelle coscienze perché tra il nostro comportamento e quelle parole c’è una tale infedeltà che abbiamo bisogno di molti sofismi per giustificarci, per dirci che in certi casi ammazzare è lecito, per cui siamo al di fuori di questa alleanza.

Questa alleanza ha il suo sigillo nella misteriosa profondità il cui simbolo è la morte ingiusta subita dal Figlio dell’uomo: «In quel momento attirerò tutti a me». Non è una frase trionfalistica. In quel momento; cioè chiunque viene là dove sono io, capirà queste cose. Noi però non siamo lì. Abbiamo preso perfino la croce per farne l’ornamento di uno scudo e per fare le Crociate.

Non ci siamo, ma dobbiamo arrivare fino a questo. Noi dobbiamo apprendere dalle cose che soffriamo questa nuova alleanza in cui una voce che ci ammaestra è quella della coscienza. .. È che la nostra coscienza è troppo inserita in condizionamenti che la sorpassano e che sono iniqui. La coscienza non nasce, come un lampo, in un cielo puro, germoglia dallo strame della storia… La coscienza è libera quando il principio che la modella dall’interno è la disposizione a dare la propria vita per gli altri…. Solo quando la coscienza si innesta nella disponibilità, come dice Gesù, a dare la propria vita per gli altri allora essa lampeggia e diventa sorgente di vita.…. Stiamo imparando l’abbecedario della nuova alleanza…

Ernesto Balducci – da “Gli ultimi tempi” vol. 2 – anno B-1991


IV DOMENICA DI QUARESIMA - 11 MARZO 2018

DIO HA MANDATO IL FIGLIO PERCHÉ IL MONDO SI SALVI PER MEZZO DI LUI

COMMENTO AL VANGELO DI P. ALBERTO MAGGI OSM

Gv 3,14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.

Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

*

Nel capitolo 3 del suo vangelo Giovanni presenta il dialogo tra Gesù e Nicodemo, il fariseo, ma è un dialogo tra sordi perché Gesù parla di nuovo e il fariseo, l’uomo della tradizione, l’uomo della Legge, non comprende e non fa altro che obiettare: come può? Come può?

Ebbene a Nicodemo Gesù ricorda un episodio famoso che troviamo nel libro dei Numeri: un castigo che Dio ha dato al popolo che si è rivoltato contro di lui, che aveva protestato: aveva mandato dei serpenti velenosi che mordendo li uccidevano. Poi aveva fatto innalzare un serpente di rame e di bronzo che li salvava. Si legge nel libro dei Numeri : “Il Signore disse a Mosè: fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà resterà in vita”.

Gesù si riferisce a questo episodio, ma soltanto per la parte della salvezza, non per la parte del castigo, perché con Gesù Dio non castiga, ma a tutti offre amore, offre salvezza.

Allora Gesù dice a Nicodemo: “come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo…” : Gesù è la pienezza dell’umanità che coincide con la condizione divina, “perché chiunque crede in lui…”: in lui , chi? Nel figlio dell’uomo, cioè chiunque aspira alla pienezza umana che risplende in Gesù (e risplende nel momento della croce, quando Gesù mostra la pienezza dell’amore suo e del Padre) “…abbia la vita eterna”.

Gesù si rivolge a un fariseo. I farisei credevano nella vita eterna, ma come un premio da ricevere nel futuro per la buona condotta tenuta nel presente. Ebbene, è la prima volta che Gesù nel vangelo parla di vita eterna, ma non ne parla come un premio nel futuro, ma con una possibilità reale nel momento presente.

La vita eterna non sarà nel futuro, ma chiunque crede in lui… - credere in lui significa aver dato adesione a Gesù, vivere come lui per il bene dell’uomo - ha la vita eterna. Vita che si chiama eterna non tanto per la durata indefinita, ma per una qualità indistruttibile. Gesù ne parlerà sempre al presente. La vita eterna è una possibilità di pienezza di vita che è già ora a disposizione delle persone.

Affermando questo Gesù sostituisce la funzione che era attribuita alla Legge. Era l’osservanza della Legge quella che garantiva come premio la vita eterna. Con Gesù non c’è più l’osservanza a una Legge, ma l’adesione a una persona che garantisce la Vita eterna.

E Gesù continua in un crescendo di offerta d’amore: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” : Gesù è il dono d’amore di Dio per tutta l’umanità, un amore che desidera manifestarsi, che desidera comunicarsi. E Gesù smentisce quell’immagine, che è cara a tutte le religioni, di un Dio che giudica, di un Dio che condanna, no! Il Dio di Gesù, il Padre, è soltanto amore e offerta d’amore.

Sta poi all’uomo accogliere o no questo amore. Infatti, afferma Gesù, “Dio non ha mandato il figlio del mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Non è, come credeva il fariseo Nicodemo, un messia venuto per separare puri da impuri, santi da peccatori. Questo furore ideologico, che è comune a tutte le religioni, di dividere l’umanità, non è più accettatop da Gesù, ma solo un’offerta d’amore a tutti quanti perché il mondo sia salvo: questo è il disegno d’amore di Dio sull’umanità.

E - afferma Gesù - chi crede lui, nel figlio dell’uomo, non va incontro a nessun giudizio” e nessuna condanna.

E allora ci si chiede: da dove viene questa immagine nefasta di un Dio che giudica, di un Dio che condanna quando Gesù lo smentisce?

Ma chi non crede è già stato giudicato e condannato perché non ha creduto nel nome dell’unigenito figlio di Dio”. Allora è chiaro: questo giudizio non viene da Dio, ma è l’uomo che, con le scelte che fa, accoglie o rifiuta questa vita; e il rifiuto della vita è la pienezza della morte. Gesù chiarisce ancora meglio il suo episodio e lo fa con un’immagine che tutti possono comprendere: “e il giudizio è questo: - è un giudizio basato sulla luce. La luce è positiva, la luce fa bene, la luce all’uomo è necessaria per vivere; la luce fa male soltanto quando l’uomo vive nelle tenebre, nel buio.

Quando si sta molto tempo al chiuso anche un piccolo spiraglio di luce dà fastidio, fa male. Allora Gesù afferma “il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie”. Allora chi quotidianamente, dando adesione a Gesù, compie azioni che comunicano vita, restituiscono vita, rallegrano la vita degli altri, diventa una persona splendida, cioè luminosa, piena di luce; e quando incontra la luce la coglie.

Ma chi invece egoisticamente pensa soltanto ai propri bisogni e alle proprie necessità, vive nel suo piccolo mondo ti tenebre, quando arriva la luce, questa gli dà fastidio e si rintana ancora più nelle tenebre.

E Gesù conclude: “chiunque infatti fa il male odia la luce…”: si sa, un delinquente detesta la luce e non viene alla luce, “perché le sue opere non vengano riprovate” - letteralmente scoperte.

Ma in contrapposizione a fare il male Gesù non parla di fare il bene, come ci saremmo aspettati.”Invece chi fa la verità…”, - la verità va fatta, la verità non è una dottrina, ma un atteggiamento benevolo d’amore verso gli altri - Quello che separa gli uomini da Dio non è una dottrina, ma la condotta. “Invece che fa la verità viene verso la luce perché appaia chiaramente che le sue opere sono fatte in Dio”, perché è Dio che fa il bene dell’uomo.

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III DOMENICA DI QUARESIMA – 4 marzo 2018

DISTRUGGETE QUESTO TEMPIO

E IN TRE GIORNI LO FARO' RISORGERE

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Gv 2,13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.

Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

*

Il capitolo 2 del vangelo di Giovanni presenta l’episodio delle nozze di Cana. Con quell’episodio l’evangelista presenta il cambio dell’alleanza con la trasformazione dell’acqua in vino. L’acqua serviva per la purificazione perché la legge faceva sentire le persone sempre in colpa, sempre debitori e sempre bisognosi di purificarsi per ottenere l’amore di Dio che andava meritato. Il vino è immagine invece dell’amore gratuito. Ciò significa che il Dio di Gesù non ama per i meriti delle persone, ma per i loro bisogni.

Ebbene, questa nuova relazione tra Dio e gli uomini comporta ora la scomparsa delle istituzioni dell’antica alleanza, la prima delle quali è il tempio.

Mentre i profeti, denunciando un culto ipocrita, auspicavano una purificazione del tempio di Gerusalemme, Gesù va al di là. Gesù non è venuto per purificare, ma per eliminare. Gesù abolisce il tempio di Gerusalemme. E' quanto ci scrive Giovanni nel capitolo 2 dal versetto 13 al 25.

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei”: l'evangelista, anziché definirla come giustamente doveva fare, “la Pasqua del Signore” - così la Pasqua è chiamata nel Libro dell'Esodo - la chiama “Pasqua dei Giudei”. Perché?

La Pasqua non è più erede di quella costituita nell'Esodo, in quanto è divenuta una festa propria del regime giudaico. I giudei in questo vangelo indicano i capi del popolo, non la popolazione stessa. La Pasqua è divenuta uno strumento di dominio e di oppressione da parte delle autorità religiose. E' una Pasqua a beneficio della casta sacerdotale al potere, che inganna il popolo, in nome di Dio, per i propri interessi. Quindi la festa religiosa si era trasformata, per le autorità religiose, in una occasione di guadagno. Ecco perché è la festa dei Giudei e non la Pasqua del Signore, la festa del popolo.

E Gesù salì a Gerusalemme”: in occasione della Pasqua, Gerusalemme triplicava i suoi abitanti;

Trovò nel tempio … “ : nel tempio non trova gente in adorazione, gente in preghiera, ma trova soltanto mercato, interesse, perché il vero Dio del tempio è la convenienza. Infatti dice che “trovò nel tempio venditori di buoi…” - l'evangelista comincia dagli animali di stazza più grande - “pecore e colombe, e là 

seduti ..” - seduti” ha il significato di “installati” - “…i cambiavalute”: ecco il Dio del tempio: il denaro. Tutto verte sulla convenienza, sul l'interesse a favore della casta sacerdotale al potere che gestiva il tempio.

Allora fece una frusta di cordicelle” - letteralmente “flagello”. La tradizione presentava il messia come armato di un flagello, con il quale avrebbe dovuto castigare i peccatori. Ebbene, Gesù si arma di flagello, ma non castiga i peccatori, gli esclusi dal tempio, ma castiga quelli che sono proprio l'anima del tempio, l'istituzione sacerdotale al potere.

E scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi”: Gesù incomincia scacciando le pecore. L'immagine è quella del pastore che libera le pecore dall'ovile in cui sono state racchiuse. L'espressione è parallela a quella di Gv 10,4, quando l'evangelista scriverà: “E quando ha condotto” - letteralmente “ha scacciato fuori” - “tutte le pecore”. Le pecore sono immagine del popolo; è il popolo la vera vittima sacrificale di queste feste;

Gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi”: stranamente Gesù si rivolge per il rimprovero soltanto ai venditori di colombe. La colomba era l'animale che, per il sacrificio di purificazione, i poveri si potevano permettere. E Gesù non tollera che l'amore di Dio venga prostituito. E rimprovera: “«Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

Non è più la casa di Dio, ma la casa del Padre. Mentre Dio ha bisogno di fedeli, il Padre ha bisogno di figli. Mentre un Dio esige offerte, il Padre è colui che offre la sua vita per i suoi figli. Mercato e casa del Padre sono incompatibili. Là dove c'è interesse, là dove c'è la convenienza non c'è il Padre, ma altre realtà.

I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto” - l'evangelista cita il salmo 69 al versetto 10 - «Lo zelo per la tua casa mi divorerà»”. Non hanno compreso bene. Lo zelo era quello che animava il profeta Elia che era pieno di zelo per il Signore. Quindi anche loro attendono un messia che, attraverso la violenza, conquisti il potere. Nulla di tutto questo!

Allora i Giudei” - i capi del popolo - “reagirono e dissero: «Quale segno»” - cioè quale autorità - “«ci mostri per fare queste cose?» Rispose loro Gesù: «Distruggete...»”, l'evangelista non adopera il termine “tempio, che indicava tutta la vastità degli edifici del luogo santo, ma il termine santuario”, che era l'edificio più importante, il più sacro, quello in cui si riteneva ci fosse la presenza del Signore: «…questo santuario»”, perché lui è il santuario;

Nel prologo l'evangelista aveva scritto che il Verbo - la parola di Dio, il progetto di Dio - si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Con Gesù Dio non è più presente in un edificio, ma Dio è presente in una persona e in quanti la accolgono. Mentre le persone si dovevano recare nell'antico santuario e non tutti potevano avervi accesso perché dovevano avere determinati requisiti, il nuovo santuario è quello che va incontro proprio agli esclusi dalla religione, agli emarginati. Gesù è il nuovo santuario dal quale si irradia l'amore di Dio.

«…e in tre giorni lo farò risorgere»”: perché la morte per Gesù sarà la massima manifestazione della gloria di Dio, dell'amore di Dio per l'umanità. Naturalmente i giudei non comprendono e pensano che riguardi l'edificio.

Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del santuario del suo corpo.”: in una mentalità dove il corpo veniva visto come la prigione dell'anima, l'evangelista ribalta tutto questo. Il corpo non è la prigione dell'anima, ma il santuario dove si irradia e si manifesta l'amore di Dio. Paolo poi dirà chiaramente: “Non sapete che siete santuario di Dio?”. Quindi non solo Gesù, ma ogni persona che lo accoglie, è l'unico santuario dal quale si irradia l'amore di Dio. Allora in questo nuovo santuario non c'è più bisogno di offrire a Dio, ma di accogliere un Dio che si offre all'uomo, chiede di essere accolto per dilatare la sua capacità d'amore e diventare l'unica vera manifestazione ed espressione dell'amore di Dio.

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono” - è l'esperienza che insegna - “che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura…” - il salmo 69 che è stato citato poc'anzi verrà citato più volte nella passione di Gesù - “…e alla parola detta da Gesù”.

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome” : la folla crede di vedere in Gesù il riformatore atteso, ma con Gesù nulla di tutto questo! Gesù non è il riformatore atteso, non è venuto a riformare le istituzioni, ma è venuto a eliminarle.

Ecco perché l'evangelista conclude: “Ma lui – Gesù - non si fidava di loro” : non credeva loro, non accetta il ruolo che intendono attribuirgli - perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo”.

Quindi la folla che aspetta da lui la deposizione della gerarchia esistente, la riforma delle istituzioni, il trionfo degli invasori, la restaurazione della monarchia davidica, lo splendore nazionale, rimane delusa. I segni che Gesù farà sono tutte comunicazioni di vita e non di morte. Ma proprio perché sono comunicazioni di vita sono un pericolo per il tempio di ogni tempo.

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                              II DOMENICA DI QUARESIMA - 25 febbraio 2018
QUESTI È IL FIGLIO MIO, L’AMATO
COMMENTO AL VANGELO DI P. ALBERTO MAGGI OSM

Mc 9,2-10

(In quel tempo,) sei giorni dopo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.

E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.

Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» (ASCOLTATE LUI !).

E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

*

Nel vangelo della domenica scorsa, la prima domenica di Quaresima, la liturgia ci presentava l’inizio del vangelo di Marco con l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto e scriveva Marco che Gesù rimase nel deserto quaranta giorni tentato dal satana. L’evangelista non intende presentare un episodio della vita di Gesù, ma riassume e anticipa tutta l’esistenza di Gesù.

Il numero 40 indica una generazione, quindi per tutta la vita Gesù è stato tentato dal satana. Ma chi è il satana? Il satana in questo vangelo non è un agente esterno, spirituale, nemico di Dio, nemico dell’uomo, ma è il tentatore che fa parte proprio della cerchia dei discepoli di Gesù. Infatti nel capitolo ottavo, questi discepoli, che non hanno capito chi stanno seguendo, sono sicuri di seguire il messia trionfatore, il figlio di Davide, quello che con la forza andrà a conquistare il potere e inaugurare il regno di Israele. E non sanno che Gesù invece non è il figlio di Davide, ma è il figlio di Dio, colui che con amore va a inaugurare il regno di Dio, con l’amore universale per tutti i popoli. Questo purtroppo porterà l’opposizione, la persecuzione da parte delle massime istituzioni religiose che lo ammazzeranno. Quindi Gesù per la prima volta annuncia che sarà ammazzato. Ebbene Simon Pietro afferra Gesù, lo sgrida, esattamente come si usava con i demoni, rimproverandolo di questo perché il messia non può morire. Simone vuole che Gesù conquisti il potere. Ebbene, in questo episodio drammatico Gesù si rivolge al discepolo dicendogli: “Vattene satana, torna a metterti dietro di me”. Ecco chi è il satana: colui che si oppone al disegno d’amore di Dio sull’umanità.

L’episodio di questa seconda domenica di Quaresima è l’episodio della TRASFIGURAZIONE ed è in stretta relazione con quanto abbiamo visto. Vediamo cosa ci scrive l’evangelista: “Sei giorni dopo…”: la data è importante, il sesto giorno è il giorno della creazione dell’uomo, è il giorno in cui Dio sul Sinai manifesta la sua gloria. In Gesù si manifesta la piena realizzazione del disegno di Dio sull’umanità;

“…Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni...” - prende i tre discepoli ai quali ha messo un soprannome negativo: Simone, al quale ha messo il nome di Pietro, Pietro significa il testardo, il cocciuto, colui che sarà sempre all’opposizione. E poi i due discepoli Giacomo e Giovanni, fanatici, esaltati, arroganti, ambiziosi, ai quali darà il nome “figli del tuono”, in aramaico Boanerges, dà l’idea proprio del tuono, del fulmine, e autoritari. Saranno quelli che, per la loro ambizione di avere i primi posti nel regno di Gesù, rischieranno di frantumare la comunità;

“…e li condusse su un alto monte in disparte, loro soli”: il monte indica la condizione divina, e lì si trasfigura davanti a loro. Gesù mostra che il passaggio attraverso la morte non è la distruzione, come loro pensavano e si opponevano alla morte di Gesù, ma la piena realizzazione della persona.

Scrive l’evangelista, può sembrare un’ingenuità: “…nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche” : cosa vuol dire? Che questa condizione non è frutto dello sforzo umano, ma effetto dell’azione divina. Quindi la morte non è una distruzione, ma un potenziamento della persona.

In questo momento apparve, scrive l’evangelista, Elia con Mosè: cosa sono Elia e Mosè? Mosè, lo sappiamo, è il grande legislatore, quello dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, ed Elia è il profeta che con la violenza impose l’obbedienza a questa alleanza. Questi non hanno nulla a che dire ai discepoli di Gesù. Infatti conversano con Gesù.

Ed ecco che di nuovo Simone, che ha il soprannome di Pietro, cioè il testardo, l’oppositore, continua nella sua azione di satana tentatore. Che cosa succede? Prendendo la parola letteralmente reagì Pietro e disse: “Gesù Rabbì,…” : è strano che si rivolga a Gesù chiamandolo rabbì. In questo vangelo chiamano Gesù rabbì i due traditori, Giuda e Pietro. Rabbì significa colui che insegna secondo la tradizione, colui che insegna a osservare la Legge, dice Rabbì “…è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne…” : perché tre capanne? Qual è la tentazione?

C’era una festa nel mondo ebraico e c’è tuttora, la festa delle capanne, che ricordava l’antica liberazione dalla schiavitù egiziana e per una settimana si viveva sotto le capanne. Ebbene, si credeva che il messia, il nuovo liberatore, si sarebbe manifestato nel giorno in cui si commemorava l’antica liberazione.

Allora il ruolo di Pietro, come satana tentatore, dice a Gesù: questo è il messia che io voglio, che si deve manifestare. E dice: “…facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Al posto centrale non c’è Gesù ma c’è Mosè. Quando ci sono tre personaggi il più importante viene sempre collocato al centro. Ebbene, per Pietro al centro non c’è Gesù. La tentazione che sta facendo Pietro a Gesù: questo è il messia che io voglio, il messia secondo la legge di Mosè, imposta con la violenza come ha fatto il profeta Elia.

Ebbene, nel momento che il diavolo tentatore, il Pietro, il satana, continua a tentare Gesù, ecco che “venne una nube…” : è la presenza di Dio, “…e dalla nube uscì una voce …” - la voce di Dio – “questi è il figlio mio, l’amato…” : colui che mi assomiglia, ed è l’imperativo: “…lui ascoltate!”. Non ascoltate né la Legge, Mosè, né Elia, né i profeti, ma soltanto il figlio.

Cosa significa? Tutto quello che è scritto nella Legge e nei profeti, che coincide con l’insegnamento e la vita di Gesù naturalmente va accolto, ma tutto quello che si discosta, tutto questo va tralasciato.

Ebbene la reazione di questi tre discepoli qual è? È di sgomento: “guardandosi attorno non videro più nessuno se non Gesù solo con loro” : cercano ancora i loro punti di riferimento, cercano ancora la tradizione, cercano ancora Mosè e cercano ancora Elia e in realtà c’è Gesù solo. E questa delusione di Gesù che si distanzia dalla Legge, si distanzia dalla violenza, sarà quella che poi porterà Pietro purtroppo a rinnegare completamente il suo maestro.

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I DOMENICA DI QUARESIMA - 18 febbraio 2018

GESÙ, TENTATO DA SATANA, È SERVITO DAGLI ANGELI

Mc 1, 12-15

(In quel tempo,) lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Ernesto Balducci – da «Il mandorlo e il fuoco» - vol 2° Anno B:

In Cristo si adempie il progetto di Dio: la nuova creazione è obiettivamente cominciata. I tempi ultimi sono già avvenuti. Convertirsi vuol dire prendere sul serio tutto questo. Non vuol dire diventare religiosi, non vuol dire cominciare a pregare, ma vuol dire prendere sul serio, come problema fondamentale dell'esistenza, questo progetto di alleanza totale. Solo se ci muoviamo sotto questa luce, vorrei dire sotto questo arcobaleno che va da una estremità all'altra della terra, noi abbiamo una coscienza universale e le nostre battaglie assumono un significato autentico.

Siccome la Lettera di Pietro parla del battesimo, riferiamoci pure a questo momento così significativo della nostra appartenenza alla fede. Il battesimo è collegato al simbolo dell'acqua, che per gli antichi aveva una terribile bivalenza: L'acqua era il caos, era l'alluvione, il disastro; l'acqua era la palude, era la putredine. Infatti Dio comincia a creare il mondo separando la terra dalle acque. Soltanto in questa separazione comincia l'ordine. Ma l'acqua è principio di vita; è nell'acqua che abita l'embrione nel seno materno; è l'acqua che feconda le zolle: l'acqua è il segno positivo. Il battesimo è appunto l'adempimento di questo senso simbolico positivo dell'elemento positivo dell'elemento naturale. Esso ci investe di una responsabilità quale quella di Noè, da cui ricominciò il genere umano. Essere battezzati non vuol dire solo essere salvati dal peccato originale. Questo aspetto negativo oscura il senso totale se scisso dalla valenza positiva che invece è connessa all'immagine del Cristo della Resurrezione.

Esser battezzati significa assumersi la responsabilità messianica nei confronti del destino del mondo. Significa, dunque, assurgere al livello stesso in cui Cristo visse e donò la propria vita per la salvezza di tutti gli uomini. Il vero battezzato è colui per il quale la ragione dell'esistenza è la riconciliazione del mondo. Questo è il battesimo. Non è un privilegio che segrega in una specie di compiaciuta salvezza alcuni uomini dagli altri: è l'assurgere al livello di responsabilità universale di una creatura che è continuamente tentata di gestire la vita come una cosa propria, di vivere seconde le regole di un egoismo scritto nella carne e nella ragione. Essere battezzati vuol dire dunque avere una coscienza universale in una prospettiva che la luce della fede innesta direttamente al miracolo della Resurrezione…. …Raccoglierci per confessare queste nostre certezze, per superare le acque che ci inghiottono, per sollevare al di sopra dei limiti individuali la luce della speranza di tutti gli uomini al cospetto di Dio; per sperimentare, sia pure nella fugacità e labilità del simbolo, che significhi darci un segno di pace, essere una umanità pacificata, tutto questo ci tocca in quanto comunità di credenti. Ma questo è solo il momento che ci prepara e ci dispone al resto, ad entrare nel mondo. Per promuovere ogni riconciliazione. Siamo in un tempo in cui davvero questo compito è in primo luogo, non ha bisogno di essere indicato attraverso i faticosi itinerari dell'intelletto.

Cinquant'anni fa l'annunciare la necessità di essere riconciliati con la terra poteva sembrare una divagazione arcaica o georgica. Oggi questo discorso non è più retorico. Esso propone un progetto di esistenza, perfino un programma politico. E così, se noi apriamo, come dobbiamo fare ogni tanto, l'atlante della vita sociale planetaria non possiamo non avvertire la perfidia di cui siamo vittime. Gli organi di informazione ci nascondono il fatto dei 50.000 bambini che muoiono ogni giorno e ci informano sulle sciocchezze della vita più o meno corrotta e stupida della società opulenta…. La verità ci viene nascosta…. Se dunque all'inizio di questa Quaresima vi dico: convertiamoci in nome del Signore, voglio dirvi: superiamo i nostri egoismi, rompiamo i nostri schemi, apriamoci alle attese, alle provocazioni che partono da tutti i punti del genere umano….

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 11 febbraio 2018

LA LEBBRA SCOMPARVE DA LUI ED EGLI FU PURIFICATO

COMMENTO AL VANGELO DI P. ALBERTO MAGGI OSM

Mc 1,40,45

(In quel tempo,) venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».

Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

La reazione dei presenti alla fine del primo insegnamento di Gesù in una sinagoga fu che Gesù aveva autorità e il suo era un nuovo insegnamento, non come i loro scribi. Qual era la differenza? Mentre gli scribi insegnavano a osservare la Legge di Dio, Gesù insegna ad accogliere l’amore di Dio.

La differenza: se si insegna a osservare la Legge di Dio non tutti riescono, non tutti possono, non tutti vogliono osservare questa Legge e quindi alcuni rimangono esclusi dall’amore di Dio. Ma se si insegna ad accogliere l’amore di Dio, questo è per tutti.

Allora l’azione di Gesù che si sviluppa in tutto il vangelo è che Dio non può essere portato agli uomini, non può essere espresso, manifestato attraverso una dottrina, perché la dottrina dallo stesso momento che si emana diventa già vecchia, ha bisogno di essere reinterpretata, tradotta.

Dio si manifesta attraverso l’amore, la tenerezza di Dio è il linguaggio che tutti possono comprendere. Ebbene, a conclusione l’evangelista aveva scritto che “la sua fama” - la fama di questa novità - “si diffuse dovunque per i dintorni della Galilea”.

Ed ecco presentarsi una persona emarginata proprio a causa della religione. La religione a volte può essere veramente di una perfidia che non esitiamo a definire diabolica. Qual è questa perfidia? La religione afferma che certe persone per la loro condotta, per il loro comportamento, per la loro situazione sono in peccato, sono impuri e quindi sono esclusi da Dio. L’unico che ti può togliere da questa impurità è Dio. Ma siccome sei in questa condizione tu non puoi rivolgerti a Dio. È una via senza soluzione, senza uscite. E questa è la tragedia di molte persone.

Allora l’evangelista ci presenta un lebbroso anonimo. Quando gli evangelisti presentano i personaggi anonimi significa che sono personaggi rappresentativi di qualcosa. E questo personaggio è rappresentativo di una persona che per sua colpa - a quel tempo si credeva che la lebbra fosse responsabilità dell’uomo castigato da Dio per determinati gravi peccati - si trovava in una situazione che lo rendeva impuro. L’unico che poteva liberarlo dall’impurità era Dio, ma siccome era impuro non lo poteva fare.

Ebbene, questo lebbroso evidentemente ha sentito questa fama sulla persona di Gesù. Cosa ha sentito? Che Gesù non invita più a osservare la Legge di Dio, ma ad accogliere l’amore di Dio perché Dio non concede il suo amore per i meriti delle persone, ma per i loro bisogni. E allora ci prova, si avvicina a Gesù e gli chiede: se vuoi tu puoi purificarmi. Non chiede di essere guarito; quello che lui vuole è che gli venga tolto questo marchio, questa infamia che gli impedisce di comunicare con Dio.

Ebbene, l’azione di Gesù è di profonda compassione. La compassione significa comunicare vita a chi non ce l’ha, e allora stende la mano, lo tocca e gli disse: “lo voglio”.

Questo fatto che Gesù parli così - “lo voglio” - significa che la Legge non esprime la volontà di Dio, ma l’amore esprime la volontà di Dio, e l’amore guarisce. “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. Qui l’evangelista ci mostra una persona che non ha nessun merito per essere purificato da Dio, ma ha bisogno. Gesù non va incontro ai meriti delle persone, ma ai loro bisogni.

Poi Gesù lo caccia: è strano perché non si dice che sia un luogo chiuso, lo caccia via subito. Da che cosa? Idealmente dal luogo dell’istituzione religiosa: è questa che ti ha fatto credere di essere impuro, di essere escluso da Dio. Mai Dio ti ha escluso dal suo amore, è stata la religione, è stata l’istituzione; allora devi allontanartene, devi andare via da questo.

Alla conclusione di questo episodio l’evangelista scrive che quello accoglie il messaggio di Gesù, uscì e si mise a predicare e divulgare il fatto. È il primo predicatore che c’è nei vangeli. Il primo predicatore è una persona che era emarginata e annuncia - il termine adoperato il “fatto” letteralmente è il messaggio”.

Questo è il messaggio: nessuna persona al mondo può sentirsi esclusa dall’amore di Dio. L’amore di Dio non riconosce quelle barriere, i limiti che la religione, il sesso, i nazionalismi hanno posto. È quello che affermerà poi San Pietro, una volta convertito, quando dirà Dio ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo”. Questa è la buona notizia che l’ex lebbroso comincia a proclamare ovunque.

da don Paolo FARINELLA :

Al tempo di Gesù, e anche prima di lui, qualsiasi malattia della pelle era considerata lebbra, marchio infamante di esclusione dalla vita, perché poneva in uno stato di grave impurità, rendendo inadatti alla vita cultuale e sociale. La malattia era considerata un castigo di Dio a motivo di qualche peccato: in questo modo i sacerdoti del dopo esilio (sec. V a.C.) se ne servivano per gestire e controllare l’ordine morale e sociale.

Il lebbroso doveva essere segregato, costretto a vivere ai margini dall’abitato. Chiunque lo avvicinava si contaminava gravemente, diventando inabile al culto anche lui. A questo scopo egli portava un campanello che avvertisse a distanza quanti potessero avvicinarsi inconsapevolmente. Inoltre, alla vista di qualcuno nelle vicinanze, doveva gridare per metterlo in guardia: 

«Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento» (Lv 13,45).

È in questo contesto legislativo sui lebbrosi, vigente al suo tempo, che Gesù si muove. Per Gesù la religione non è mai stata decisiva: era importante se esprimeva la vita e aiutava a vivere da persone libere; diventava un impedimento se invece schiacciava la persona con i suoi precetti ossessivi. «E diceva loro: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”» (Mc 2,27-28).

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           V DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – 4 febbraio 2018

GUARI’ MOLTI CHE ERANO AFFETTI DA VARIE MALATTIE

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 1,29-39

[In quel tempo,]

Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

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Per comprendere il brano di questa domenica occorre inserirlo nel suo contesto che è il giorno del sabato, giorno nel quale sono proibiti ben 1.521 azioni. Questo numero nasce dai 39 lavori che furono necessari per la costruzione del tempio di Gerusalemme, dei quali ognuno è suddiviso in altrettanti 39 attività, per un totale di 1.521 azioni. E tra queste c’è la proibizione di far visita o curare gli ammalati.

E subito, usciti dalla sinagoga,…” - nella sinagoga c’è stato l’incidente, Gesù è stato contestato dalla persona con lo spirito impuro - “…andarono nella casa di Simone e Andrea… - che a quanto pare non sono stati al culto in sinagoga - “…in compagnia di Giacomo e Giovanni” - che invece evidentemente erano con Gesù in sinagoga.

Quindi abbiamo due coppie di fratelli, una più osservante, Giacomo e Giovanni, e l’altra a quanto pare meno. Infatti hanno dei nomi di origine greca, Simone e Andrea.

La suocera di Simone era a letto con la febbre”: è una donna, e le donne sono considerate una nullità; per di più è ammalata, per cui è in una condizione di impurità. Una donna in quelle condizioni va evitata. E invece, “e subito…” - immediatamente all’uscita della sinagoga - “…gli parlarono di lei”: è l’effetto della buona notizia che Gesù ha proclamato nella sinagoga, una notizia che non divide gli uomini tra puri e impuri, tra emarginati e non, ma a tutti comunica il suo amore.

Egli si avvicinò e la fece alzare…” - quindi Gesù cerca di curarla - “…prendendola per la mano.”: è proibito! … perché toccare una persona impura significa assumere la sua impurità. Ebbene, Gesù ignora la regola del sabato. Tutte le volte in cui Gesù si è trovato in conflitto tra l’osservanza della legge di Dio e il bene dell’uomo, non ha avuto esitazioni, ha scelto sempre il bene dell’uomo. Facendo il bene dell’uomo si è sicuri anche di fare il bene apprezzato da Dio; spesso per il bene di Dio, per l’onore di Dio, si fa male all’uomo. Quindi Gesù trasgredisce la legge (prende per la mano).

La febbre la lasciò ed ella li serviva” : il verbo adoperato dall’evangelista è lo stesso da cui deriva la parola che tutti conosciamo “diacono”. Chi è il diacono? E’ colui che liberamente serve per amore. Ebbene, questa espressione era già stata usata per gli angeli che, dopo le tentazioni, servivano Gesù nel deserto (Mc 1,13). Quindi Marco equipara il ruolo delle donne a quello degli angeli: sono gli esseri più vicini a Dio. Quindi la donna, considerata l’individuo più lontano da Dio, in realtà - secondo l’evangelista - è la persona più vicina a Dio.

Mentre in casa la necessità di una persona è stata più importante del sabato, in città il sabato è più importante della necessità delle persone. Infatti, “venuta la sera,” - espressione che in Marco è sempre negativa - “dopo il tramonto del sole” - quindi attendono che sia passato il giorno del sabato nel quale è proibito anche visitare e curare gli ammalati - “gli portarono tutti i malati”.

L’evangelista adopera l’espressione “stavano male” ed è un’allusione al profeta Ezechiele, al capitolo 34,4, dove il Signore denuncia i pastori e dice non avete curato quelle pecore che stavano male”. Quindi non si tratta tanto di infermi, quanto di popolo che sta male perché è oppresso dai suoi pastori….;

e gli indemoniati”: indemoniato è colui che è posseduto da uno spirito impuro (confronta quanto spiegato domenica scorsa) e che manifesta abitualmente il suo comportamento; ed è conosciuto per questo.

Tutta la città era riunita…” - letteralmente “congregata”, la radice del verbo è la stessa da cui deriva la parola sinagoga - “…davanti alla porta.”

E’ un momento di grande successo per Gesù: “Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni”. Abbiamo già visto altre volte che liberare, scacciare i demoni significa liberare da ideologie religiose nazionaliste che rendono refrattari o ostili all’annuncio della buona notizia di Gesù;

ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano”: cioè indicano Gesù come il messia atteso dalla tradizione, esattamente come aveva fatto la persona posseduta da uno spirito impuro dentro la sinagoga. Ebbene, Gesù, di fronte a tutta una città che lo sta seguendo ed è pronta a seguirlo, Gesù rifiuta la tentazione del potere e del successo.

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio” - quindi quando mancava la luce - “e uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava” : è la prima delle tre volte nelle quali l’evangelista presenta Gesù in preghiera. E tutte e tre le volte è sempre per una situazione di pericolo o difficoltà per i propri discepoli:

  1. qui prega perché, come vedremo, i discepoli sono esaltati da questo successo di Gesù;

  2. prega dopo la condivisione dei pani quando c’è la tentazione di vedere in Gesù il leader che può risolvere i problemi della società (Mc 6,46);

  3. e infine prega al Getzemani, poco prima della sua cattura. Prega per i discepoli che non saranno capaci di affrontare questo dramma, questo momento (Mc 14,32 sg).

Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce”: l’evangelista adopera la stessa espressione che nel libro dell’Esodo si trova per indicare il Faraone che si mette sulle tracce del popolo ebraico per impedirne l’esodo, la liberazione.

Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano»” : nel vangelo di Marco questo verbo “cercare” è sempre negativo: Gesù non resta a Cafarnao, ma invita a seguirlo, non accetta la tentazione del potere.

E disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là»” : Gesù comincia a predicare, non più a insegnare. Ha insegnato nella sinagoga, dove insegnare significa annunciare qualcosa poggiandosi sui testi della Scrittura, i testi dell’Antico Testamento.

Gesù, dopo il fiasco della sinagoga, non insegna, ma predica: predicare significa annunciare la novità del regno di Dio senza poggiarsi sulla tradizione del passato.

«Per questo infatti sono venuto!»”: qui la traduzione “venuto” non è esatta; sembra che Gesù sia venuto al mondo per questo. No, il verbo adoperato dall’evangelista è “uscire”, cioè, “per questo sono uscito”, per questo ho lasciato Cafarnao, perché non mi limito a Cafarnao, ma devo andare ad annunciare per tutta l’umanità.

E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni” : l’evangelista sembra alludere al fatto che il luogo dove i demoni sono annidati sono proprio le sinagoghe, i luoghi di culto: era l’istituzione religiosa che indemoniava le persone presentando loro un’immagine di Dio completamente deviata da quella che sarà la forma con la quale Gesù presenterà suo Padre.

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IV DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – 28 gennaio 2018

INSEGNAVA LORO COME UNO CHE HA AUTORITA’

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 1,21-28

[In quel tempo,] Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.

Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.

Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Nel vangelo di Marco Gesù per tre volte entra in una sinagoga e ogni volta sarà occasione di conflitto. Il numero tre, secondo il linguaggio simbolico della Bibbia, significa quello che è completo. L’evangelista intende segnalare la completa opposizione tra Gesù, il figlio di Dio che è venuto a liberare il popolo, e un’istituzione che pretende di dominare Dio, ma che in realtà domina il popolo.

  • La prima volta, come vedremo nel brano che adesso esaminiamo, Gesù viene interrotto;

  • la seconda volta i farisei con gli erodiani decidono di farlo morire, perché ha trasgredito pubblicamente il comandamento del sabato,

  • la terza volta, addirittura nel suo paese, a Nazareth, lo prendono per uno stregone. E Gesù si meraviglia della loro incredulità.

Giunsero a Cafarnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga…” - il sabato è il giorno del culto - “…insegnava”: l’evangelista non segnala che Gesù partecipa al culto della sinagoga, ma entra nella sinagoga e immediatamente (subito) si mette ad insegnare.
Ed erano stupiti del suo insegnamento”: l’insegnamento di Gesù stupisce.
Egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. Gli scribi erano laici e, dopo tutta una vita dedicata allo studio, nell’approfondimento della Sacra Scrittura, ricevevano, attraverso l’imposizione delle mani, la trasmissione dello Spirito di Mosè, dello Spirito dei profeti. Da quel momento diventavano i teologi ufficiali del sinedrio e la loro autorità era più grande di quella del sommo sacerdote e dello stesso re.

Dice il Talmud, il libro sacro degli ebrei, che le decisioni e le parole degli scribi sono superiori alla Torah. Erano pertanto il magistero infallibile dell’epoca. L’insegnamento degli scribi era la stessa parola di Dio, anzi era superiore, perché in caso di controversia bisognava credere agli scribi.
Ebbene, mentre Gesù arriva a Cafarnao e si mette a insegnare, la gente è stupita, sente un insegnamento diverso.

Il messaggio di Gesù è la risposta di Dio al desiderio di pienezza di vita che ogni uomo si porta dentro. Il messaggio degli scribi, che poi Gesù denuncerà, in realtà erano precetti d’uomini. Contrabbandavano come insegnamento divino quella che invece era la loro volontà, i loro precetti per dominare il popolo. Già Geremia (8,8) riporta la denuncia del Signore che, rivolto a questi scribi, dice: “Come potete dire ‘noi siamo saggi perché abbiamo la legge del Signore?’ A menzogna l’ha ridotta lo stilo menzognero degli scribi”. Quindi gli scribi, per il proprio potere, per il proprio dominio, per la propria convenienza, hanno deturpato la Legge di Dio. E, come Gesù denuncerà, insegnano precetti di uomini annullando la parola di Dio.

Ebbene, di fronte a questa novità dell’insegnamento di Gesù, che viene accolto con stupore e con meraviglia perché è qualcosa di nuovo, “Ecco”, letteralmente “subito, immediatamente…”: è la stessa espressione che l’evangelista ha indicato al v. 21, nel momento in cui Gesù entra a Cafarnao e si mette ad insegnare. Quindi, appena Gesù si mette ad insegnare, subito “…nella loro sinagoga…”; l’evangelista prende le distanze. La sinagoga non appartiene più alla comunità cristiana.
Vi era un uomo”, quindi un singolo individuo, “posseduto da uno spirito impuro”. Cosa significa “spirito impuro”? Spirito significa forza, energia. Quando questa forza proviene da Dio si chiama “santo”, non soltanto per la qualità, ma per l’attività di santificare, cioè separare l’uomo dalla sfera del male e attirarlo in quella del bene; dalla sfera delle tenebre a quella della luce. Quindi lo spirito, quando proviene da Dio, attrae l’uomo dentro la dimensione divina dell’amore.
Quando questo spirito proviene da forze contrarie a Dio, si chiama impuro perché mantiene l’uomo nella cappa delle tenebre e quindi della morte.
Quindi essere posseduti da uno spirito impuro significa aver dato adesione ad un’ideologia, ad una dottrina che rende incompatibili con l’insegnamento di Gesù.
Cominciò a gridare…”: appena Gesù inizia ad insegnare, subito c’è uno che incomincia a gridare; “…dicendo: «Che vuoi da noi…»”. E’ strano, è una persona singola eppure parla al plurale. E lo chiama “…Gesù Nazareno?”, cioè ricorda la sua origine. Nazareth infatti era il covo dei bellicosi nazionalisti. “«Sei venuto a rovinarci?»” : chi è che Gesù sta rovinando? Chi è che si sente minacciato dall’insegnamento di Gesù? Non certo i presenti che sono stupiti favorevolmente da questo insegnamento, che sentono nelle parole di Gesù come la risposta di Dio al loro desiderio di pienezza di vita. Chi è allora che Gesù sta rovinando con il suo insegnamento? Sta rovinando l’autorità degli scribi, quelli che pretendevano di parlare in nome di Dio. E’ questa la classe che si sente minacciata. E dice: “«Io so chi tu sei: il santo di Dio!»” : il “santo di Dio” è un’espressione che indica il messia che doveva osservare la Legge e imporre l’osservanza di questa Legge. Quindi richiama Gesù a quello che è il suo compito, alla tradizione, alla Legge.
Gesù non entra in dialogo: “E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!»” : nel conflitto tra lo spirito di Dio e lo spirito impuro è il primo ad avere la meglio: E lo spirito impuro, straziandolo…” Perché “straziandolo”? Si tratta di dover riconoscere che l’insegnamento religioso al quale si è aderito da sempre non proveniva da Dio, ma addirittura allontanava da lui; questo causa una profonda lacerazione nella persona: ci hanno insegnato da sempre che certe cose erano sacre e indiscutibili e scoprire che non solo non erano sacre, ma addirittura allontanavano da Dio, questo è lo strazio, la lacerazione profonda.
E, gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore…”: la traduzione CEI traduce con “timore”, ma è stupore, meraviglia. Non è paura, è una sorpresa piacevole; “tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo…»”: non è un nuovo insegnamento che si va ad aggiungere a quello degli scribi, ma un insegnamento nuovo. L’aggettivo “nuovo” adoperato dall’evangelista indica una qualità migliore.
La gente sente nel messaggio di Gesù un’eco nuova, sente nel messaggio di Gesù la parola di Dio che arriva al cuore delle persone. L’insegnamento degli scribi era un insegnamento ripetitivo, teso ad inculcare soprattutto il senso di colpa, l’indegnità delle persone. L’insegnamento di Gesù è l’eco della parola di Dio, è una parola che, se accolta, trasforma la vita delle persone;
«…dato con autorità»”: la gente riconosce che il mandato divino di annunciare la Parola non è degli scribi, ma è di Gesù. Ecco perché l’uomo che aveva aderito alla dottrina degli scribi si sente minacciato e con lui sente minacciata tutta la categoria di questi teologi, e per questo ha detto “sei venuto a rovinarci”. Ecco la rovina. La gente riconosce che nell’insegnamento di Gesù c’è l’autorità divina, c’è il mandato divino. La gente ha capito che Dio non si manifesta nella dottrina imposta dagli scribi, ma nell’attività liberatrice di Gesù.
«Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!»” : l’evangelista indica che la liberazione dalla dottrina degli scribi è ormai iniziata; infatti “la sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea”: l’annuncio di Gesù ormai dilaga. Questa proposta di pienezza di vita viene fatta propria dalle persone che l’attendevano con ansia.

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III DOMENICA delTEMPO ORDINARIO – 21 gennaio 2018

CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

Domenica scorsa abbiamo vissuto e sperimentato la «chiamata» di due discepoli del Battista, come prolungamento dell’incarnazione del Lògos di cui sono i testimoni accreditati: «Venite e vedrete. Andarono e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39).

Cercare … andare … vedere … abitare … fermarsi …: sono verbi che formano il vocabolario del discepolo, del testimone e in primo luogo del testimone per eccellenza che è il Lògos, la chiave del senso della vita.

In greco il termine Lògos è tradotto con «Verbo / Parola», ma è riduttivo: significa più ampiamente «ragionamento/ discorso/ motivazione/ ragione» e anche “senso/ spiegazione”.

Nel Vangelo vi sono i primi apostoli, chiamati a coppie di fratelli (come in Gv), quasi a dire che Dio «pesca» dove le relazioni umane sono profonde e autentiche. Egli non cerca solitari individualisti, ma persone «esperte di umanità» che sappiano aiutare i loro contemporanei a valutare con sapienza i criteri per le scelte della vita. (cfr Paolo VI, Discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965).

Mc 1,14-20

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.

Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

L’evangelista Marco denuncia la stupidità del potere! Ogniqualvolta il potente crede di soffocare una voce di denuncia il Signore ne suscita una ancora più forte. E’ quello che ci scrive Marco 1,14. Ricordiamo che ciò che sembra cronaca nei vangeli non è mai cronaca, ma messaggio!

Dopo che Giovanni fu arrestato” (letteralmente ‘consegnato): è l’indicazione del primo conflitto tra il potere e un inviato di Dio; ma ogni volta Dio suscita una voce ancora più forte;

“…Gesù andò nella Galilea…”: Gesù incomincia la sua predicazione nella regione lontana dall’istituzione religiosa giudaica, lontana da Gerusalemme e dal Tempio, in una regione che è a contatto con i pagani dove la mentalità poteva essere un poco più aperta…

“…proclamando il vangelo di Dio”, cioè annunciando la buona notizia di Dio: Dio è completamente diverso da come i sacerdoti l’avevano presentato: non è un Dio che chiede, ma un Dio che dà. Non è un Dio che castiga, ma un Dio che perdona, non è un Dio buono, ma esclusivamente buono. Questo è il contenuto della buona notizia del vangelo di Dio che Gesù proclama: Dio è amore e il suo amore viene offerto in maniera incondizionata ad ogni persona.

E diceva: «Il tempo è compiuto»”: per esprimere il tempo l’evangelista adopera un termine – kayròs - che significa l’occasione propizia, l’occasione da prendere al volo perché poi rischia di non ripresentarsi.

«…e il regno di Dio è vicino»”: per Regno di Dio si intende la signoria di Dio.

Nella nuova relazione con Dio che Gesù propone, quella con il Padre, non c’è più una Legge, non viene più considerato come un valore un codice esterno all’uomo che l’uomo deve osservare, ma c’è l’accoglienza e la pratica di un amore simile al suo. Il Dio di Gesù non governa gli uomini emanando leggi che questi devono osservare, ma comunicando loro interiormente la sua stessa forza, il suo stesso Spirito che li rende capaci di amare generosamente come da lui si sentono amati.

Convertitevi e credete nel Vangelo: per far sì che il Regno di Dio diventi realtà, c’è bisogno di una decisione da parte dell’uomo, questa decisione si chiama conversione. L’evangelista non adopera il verbo convertire nel senso di indicare un ritorno moralistico alla religione, a Dio, ma indica un cambio di mentalità che incide profondamente nel comportamento, una rinuncia all’ingiustizia e l’orientamento della propria esistenza al bene degli altri. Questa è la conversione alla quale Gesù chiama, alla quale Gesù invita, perché il regno di Dio diventi realtà.

Il regno di Dio in questo vangelo è una società alternativa, una società dove anziché il salire vale lo scendere, dove anziché comandare vale il servire e soprattutto dove anziché l’accumulo dei beni vale la condivisione. Allora per far questo ci vuole una conversione, un cambiamento di rotta.

Gesù invita ad accettare questa proposta, a credere in questa buona notizia: che Dio governa gli uomini e che è possibile una società alternativa.

Ma Gesù per fare questo ha bisogno della collaborazione degli uomini. Ecco perché “passando lungo il mare di Galilea”. Qui l’evangelista parla di mare di Galilea, che in realtà è un lago. Perché? Perché il mare era il confine con la terra pagana e soprattutto perché gli ebrei hanno dovuto varcare il mare per entrare nella Terra Promessa. Quindi l’evangelista amplia l’orizzonte del messaggio di Gesù, che non è rivolto soltanto alla Galilea, ma è rivolto a tutto il mondo pagano.

“…Vide Simone e Andrea; sono due nomi di origine greca, quindi indicano una comunità mentalmente più aperta. “…mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro di me»”: questo sarà l’invito che Gesù continuamente farà risuonare nel vangelo, ieri e ancora oggi: invito ad andare dietro di lui, perché lui sa come realizzare questa società alternativa che è il regno di Dio;

«…vi farò diventare pescatori di uomini»”: il riferimento dell’evangelista è al capitolo 47 di Ezechiele dove vengono presentate coppie di fratelli che ricevono la terra promessa. Quindi il regno di Dio è una realtà che adesso già sta emergendo attraverso la chiamata dei fratelli.

Ma perché Gesù li chiama a diventare pescatori di uomini? Gesù non li invita ad essere pastori, non li invita ad essere guide, non li invita ad essere maestri, ma ad essere pescatori. Qual è il significato? Pescare un pesce significa tirarlo fuori dal suo habitat naturale, in concreto significa dargli la morte. E lo si fa per il proprio interesse, si pesca per un proprio beneficio.

Pescare gli uomini: significa per similitudine tirarli fuori dall’acqua, cioè tirarli fuori da un ambiente che dà loro la morte, perché l’acqua è un ambiente ostile all’uomo, un ambiente nel quale l’uomo può perire. E non lo si fa per un proprio interesse, ma per l’interesse degli altri. Questa è la conversione. La conversione alla quale Gesù invita è: mentre fino ad ora hai vissuto per il tuo interesse, adesso vivi per l’interesse degli altri; mentre fino ad ora hai pescato per te, adesso pesca per gli altri, per comunicare vita agli altri.

Gesù invita a collaborare alla sua azione nel proporre e praticare concretamente uno stile di vita diverso per rendere possibile una società alternativa, quella che viene chiamata regno di Dio. E la prima azione che si fa è quella di togliere gli uomini da ciò che può dar loro la morte. Se ciò che dà la vita è la rinuncia al proprio interesse, quello che dà la morte è vivere esclusivamente centrati sul proprio interesse, sulla convenienza. E gli acerrimi nemici di Gesù saranno proprio coloro che sono centrati sulla propria convenienza, sul proprio interesse.

E subito lasciarono le reti e lo seguirono”: quindi immediatamente questi personaggi, questi primi discepoli, accolgono l’invito.

E Gesù continua: Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello… E questa volta si rivolge a due fratelli che hanno nomi ebraici; sono Giacomo e Giovanni, quindi più attaccati alla tradizione, e saranno quelli che nel vangelo poi mostreranno delle difficoltà nel seguire Gesù. “Ed essi lasciano il padre Zebedeo sulla barca con i garzoni e andarono dietro di lui”. Quindi l’intento di Gesù è di chiamare persone che con lui collaborino facendosi portatori di vita a quanti vivono in un habitat di morte.

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II DOMENICA delTEMPO ORDINARIO – 14 gennaio 2018

VIDERO DOVE DIMORAVA E RESTARONO CON LUI

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

 Gv 1,35-42

(In quel tempo)

(L’indomani) Giovanni stava (ancora là- al di là del Giordano) con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.

Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete».

Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù.

Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

*

Nel libro dell’Esodo, nel capitolo 12, si descrive la Pasqua, la liberazione degli ebrei dalla schiavitù egiziana. In questo capitolo Dio comanda, attraverso Mosè, ad ogni famiglia israelita, di prendere un agnello, ucciderlo e mangiarlo. Perché? La carne dell’agnello avrebbe trasmesso l’energia per iniziare questo cammino di liberazione verso la terra della libertà e il sangue li avrebbe preservati dal passaggio dell’angelo sterminatore che avrebbe seminato la morte. L’evangelista Giovanni tiene molto presenti queste linee teologiche per presentare la figura di Gesù.

“Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo …” – l’indomani  - indica ancora una datazione, siamo al terzo giorno nel racconto – stava ancora al di là del Giordano, il luogo dove rimarrà finché Gesù non inizierà la sua missione….

Il verbo fissare” nel vangelo di Giovanni appare soltanto due volte e unicamente in questo episodio. Fissare significa penetrare la realtà più profonda di un individuo. Qui Giovanni Battista fissa, cioè svela la realtà più profonda di Gesù e poi, alla fine del brano, sarà Gesù che fisserà Simone, svelandone la realtà più profonda.

“…su Gesù che passava disse: “Ecco l’agnello di Dio!”:  ecco l’agnello che Dio ha mandato al suo popolo. L’invito rivolto ai due discepoli ricorda che Giovanni aveva già annunciato che viene colui che gli passerà davanti (v. 30) per iniziare la sua attività.

L’agnello di Dio è l’agnello che gli ebrei dovevano mangiare la notte della Pasqua quando cominciava la liberazione dalla schiavitù egiziana. La carne dell’agnello avrebbe dato la forza per iniziare questo cammino verso la libertà, il sangue li avrebbe salvati dalla morte. Ebbene, annunciando Gesù come l’agnello di Dio, Giovanni Battista annuncia la nuova Pasqua di liberazione di Dio dalla schiavitù e dalle tenebre: la carne di Gesù darà la capacità, la forza, l’energia per iniziare questo cammino di pienezza verso la liberazione. E il sangue non libererà dalla morte fisica, ma libererà dalla morte per sempre; per questo conferirà una vita che è chiamata “eterna” non tanto per la durata (per sempre), quanto per la qualità indistruttibile: il sangue dell’agnello trasmetterà all’uomo la stessa vita divina.

Ebbene, “I suoi due discepoli, sentendolo parlare così, lo seguirono”:  inizia questo processo di liberazione. Gesù è indicato come l’agnello e i primi discepoli lasciano Giovanni il Battista e seguono Gesù: il verbo usato – lo seguirono - è un verbo tecnico che indica l’intenzione di vivere con il maestro e di accogliere il suo messaggio.  Lo seguono perché dentro di sé sentono questo bisogno di pienezza di vita, di liberazione.

Infatti “Gesù, - che va incontro ai desideri degli uomini - vedendo che questi lo seguono, si voltò, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “che cosa cercate?”: Gesù non chiede “Chi cercate”, ma “che cosa cercate”. Se cercano pienezza di vita, se cercano la risposta al proprio desiderio di vita, di felicità, possono andare, ma se cercano titoli, onori, potere e ricchezze inevitabilmente rimarranno delusi dalla figura di Gesù.

Gli risposero: “Rabbì” – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori? Gesù disse loro: “Venite e vedrete”:

A quell’epoca i discepoli vivevano sempre, giorno e notte, con il proprio maestro. Quando i discepoli gli domandano dove dimora, Gesù non risponde indicando un luogo; il luogo dove Gesù dimora non può conoscersi per una informazione, ma per una esperienza, perché Gesù dimora nella pienezza della sfera dell’amore divino. Infatti dice: “«Venite e vedrete»”: non è uno spazio, ma una dimensione, non dà un’informazione, ma li invita a fare un’esperienza, perché – ed è caratteristico del vangelo di Giovanni - Gesù dimora nella dimensione fedele di Dio.

Gesù in questo vangelo è stato indicato come “il verbo, la parola di Dio che ha messo la tenda in noi, dimora in noi”, quindi andare verso Gesù significa entrare nella dimensione dell’amore di Dio. E’ lì che lui vuole attrarre gli uomini per farli diventare essi stessi espressione di questa fedeltà dell’amore di Dio.

Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui : è l’inizio di una tappa di fusione tra Gesù e i suoi discepoli. Ora sono i discepoli che chiedono di andare a dimorare con Gesù, ma poi sarà Gesù, (capitolo 14,23) che chiederà ai discepoli di dimorare in loro. Gesù dirà: “A chi mi ama, io e il padre mio verremo in lui e prenderemo dimora in lui”, renderà ogni persona santuario visibile dell’amore di Dio.  Quindi c’è una fusione tra i discepoli e Gesù - il tema conduttore di questo vangelo – per diventare un’unica realtà che esprima la manifestazione di Dio.

L’evangelista sottolinea che erano circa le quattro del pomeriggio (= l’ora decima): ogni indicazione che troviamo nei vangeli non è superflua, ma ha un profondo significato: il giorno aveva dodici ore, quindi sta per finire il giorno e sta per iniziare quello nuovo, quello della nuova realizzazione del progetto di Dio sull’umanità.

L’evangelista sottolinea che “uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.

E chi è l’altro dei due? L’altro è anonimo in tutto il vangelo, non viene mai identificato, un personaggio controverso, del quale vedremo l’evoluzione soltanto alla fine del vangelo di Giovanni. Infatti il brano che segue è in stretta relazione con il capitolo di Giovanni. E’ il modello di discepolo, è quello che segue sempre Gesù, gli è intimo nella cena, disposto come lui a mettersi a servizio degli altri, e per questo è presente presso la croce di Gesù non per consolare il suo maestro, ma dichiarandosi disposto a finire in croce anche lui e sarà il primo che lo sperimenterà risuscitato.

Uno dei due era “Andrea, fratello di Simon Pietro”. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Andrea cerca suo fratello Simone e “gli disse: «Abbiamo trovato il messia»”: stranamente non c’è nessuna reazione da parte di Simone. Né una sorpresa, né la meraviglia, nulla, il silenzio totale. E addirittura, scrive l’evangelista che Andrea lo deve condurre da Gesù, come se fosse un pacco. Non c’è nessuna iniziativa da parte di Simone, è completamente passivo.

E con i primi discepoli che seguono Gesù inizia una nuova realtà. L’evangelista sottolinea che Andrea comparirà ancora due volte in questo vangelo, insieme a Filippo, nell’episodio della condivisione dei pani e quando dei greci chiederanno di vedere Gesù.

Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni”: Gesù svela la realtà più profonda di questo Simone . Così come Giovanni Battista aveva fissato lo sguardo su Gesù - e abbiamo detto che fissare significa penetrare e svelare la realtà profonda dell’individuo - ugualmente Gesù fissa lo sguardo su Simone e gli dice: “«Tu sei Simone il figlio di Giovanni»”.

L’articolo determinativo significa “il figlio unico”. Quindi Giovanni non può essere il nome del padre di Simone, in quanto Simone ha un fratello di nome Andrea. Giovanni allora non può essere il nome del padre di Simone e di Andrea.

Cosa vuol dire allora il figlio di Giovanni”? E chi è questo Giovanni? E’ Giovanni Battista. Anche Simone era discepolo di Giovanni Battista, anzi era il discepolo ideale, per questo Gesù lo chiama “il figlio”: ponendo l’articolo determinativo. Era il discepolo modello di Giovanni Battista.

E Gesù, fissandolo - quindi svela la realtà più profonda - dice: “Sarai chiamato Cefa”, che significa Pietro”: Pietro indica la durezza, la cocciutaggine, la testardaggine. Per ora questo soprannome legato a Simone rimane misterioso, ma andrà svelandosi lungo tutto il vangelo perché vedrà sempre questo discepolo essere contrario, essere in opposizione a quello che Gesù farà. Gesù non cambia il nome a Simone, ma dice che sarà chiamato Pietro e questo nome verrà acquistando significato lungo tutto il vangelo. Per adesso sappiamo che Gesù, chiamandolo Pietro, identifica la profonda realtà di Simone.

È un espediente letterario dell’evangelista che, tutte quelle volte che questo discepolo è in sintonia con Gesù – praticamente quasi mai –, lo presenta col suo nome Simone; quando tentenna tra fedeltà e opposizione, al nome Simone aggiunge il soprannome Pietro; quando è in contrasto, in opposizione o in contraddizione rispetto a Gesù, soltanto con il soprannome negativo Pietro, che vedrà la sua soluzione verso la fine del vangelo, quando Gesù per tre volte si rivolgerà a Simone chiamandolo “Simone di Giovanni”: significa che è rimasto ancora il discepolo di Giovanni. E, stranamente, in questo vangelo, Gesù non invita Simone a seguirlo. L’evangelista scrive che Gesù sa quello che c’è nel cuore degli uomini. Soltanto alla fine del vangelo Gesù finalmente dirà a Simone: “Tu segui me!”.

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