E’ bello comprendere il significato delle descrizioni dei fatti del Vangelo apparentemente così semplici ... Ed è utile ricordare anche i ricordi storici delle consuetudini... ognuno ha la possibilità di sentire quanto ci appartiene – più o meno – quel timore del lebbroso che desidera almeno di poter pregare... E’ un Vangelo nuovo!


15 Agosto 2018 – ASSUNZIONE DI MARIA – anno B

Ap 11,19a;12,1-6a.10ab – 1Cor 15,20-27° - Lc 1,39-56

Il desiderio di un mondo non soggetto alla mostruosità del potere c’è sempre stato ed è sempre stato vano.

Noi constatiamo, in questo momento, la particolare tentazione dell’impotenza a superare certe regole perché il mostro ha i suoi strumenti vari. In genere i contemporanei non ne avvertono la mostruosità, ma pensate al denaro, alla potenza economica. È mostruosa! Che faccia delle mostruosità lo sappiamo di tanto in tanto, ma le fa sempre. Ogni tanto leggiamo che anche istituti finanziari rispettabilissimi, in realtà, compiono loschi traffici. È il mostro! Non parliamo poi delle armi: la guerra. Ne abbiamo avuto sotto gli occhi esempi spaventosi. Insomma, possiamo liberarcene? È una domanda perenne.

La risposta più semplice è: no, non è possibile. Se diciamo così noi siamo senza fede, perché non crediamo alle parole del Signore. Questa per me è una linea discriminante importante. Si può anche essere devotissimi della Madonna, ma nello stesso tempo credere che non si può cambiare niente. Allora uno è un miscredente, perché Maria ha creduto a queste cose. Essa è grande non perché ha creduto in Dio, ma perché ha creduto alle sue promesse. È una discriminante di fondo, lo abbiamo detto più volte, ma non dobbiamo mai stancarci di ripeterlo perché ne va del senso della nostra stessa fede, del nostro stesso modo di guardare il mondo in cui viviamo.

Detto questo mi sembra che l’invincibilità del mostro si possa sperimentare a due livelli. Uno antropologico: la vittoria del mostro è la morte. È bene non dimenticarci di questa connotazione terribile, nefasta, della morte al di là di ogni addomesticamento. Potremo dire anche «sorella morte» con Francesco, però all’interno di una fede in cui essa cambia significato. Ma di per sé, nell’immediatezza del nostro perire umano, la morte è una inaccettabile mostruosità, un invincibile, ma che noi speriamo debba essere vinto. Questo è un punto essenziale ed è giusto che Paolo, in questo brano della Lettera ai Corinzi, la chiami «l’ultima nemica».

Sappiamo che la potenza di questo nemico irride tutte le nostre competenze scientifiche. Possiamo rubare un palmo, uno spazio, ma l’essere mortali qualifica all’interno l’intera nostra opera umana. Poi c’è un livello di carattere storico e allora il male è il potere che mira ad unificare le creature con la legge del dominio e che mira a discriminare quelli che si assoggettano alle regole del potere, e ne traggono vantaggi, e quelli che non si assoggettano.

L’oggetto della fede è che questo drago sarà sconfitto, che Dio ha preparato nel cuore del mondo un’alternativa. In questo brano dell’Apocalisse si parla del popolo di Dio. In genere il popolo salvatore, anche nelle mitologie esterne all’ebraismo, viene raffigurato attraverso l’immagine di una donna che partorisce un figlio e questa donna è il bersaglio del drago. La donna è il popolo eletto, è il popolo di Israele nel deserto - «Dio le aveva preparato un rifugio nel deserto» - ed è il popolo del nuovo Israele nato dalla sconfitta della croce. Il drago ha vinto con la crocifissione, ma Dio ha preso il Figlio con sé: l’Ascensione – e anche questa donna è presa con sé da Dio: l’Assunzione.

Sono questi i misteri che noi, partitamente, secondo contenuti dogmatici e rappresentativi diversi, celebriamo, ma la sostanza è questa: Dio non si lascia vincere dal drago e il popolo che egli ha scelto vincerà. Ecco la fede. È una fede che è costretta ad infrangersi continuamente contro l’evidenza. Ecco perché: «Beata te che hai creduto». Lo potrei dire a tutti voi, a me stesso, perché come si fa a credere? Ci vuole davvero una grande dose di illusione; ma non è una illusione, perché ecco il riferimento a Dio: il Magnificat, l’esaltazione di Dio che compie cose grandi. Queste cose grandi Dio le ha già compiute: Maria è una «grande cosa»: la fanciulla di Nazareth che viene fatta madre di Gesù, che rappresenta e realizza la promessa di Dio, è il grande mistero gioioso della fede cristiana, che non dobbiamo svellere da questo contesto, altrimenti anche questo mistero si evapora in nebbie auree di esaltazione. Dobbiamo tenerci fermi a questo perché così facendo i misteri ritrovano carne e sangue dentro di noi, nella nostra reale esperienza e non costituiscono una specie di glorioso luna park ai lati della vita.

Ernesto Balducci – “Gli ultimi tempi” vol 2 – Anno B


XIX TEMPO ORDINARIO – 12 agosto 2018

IO SONO IL PANE VIVO DISCESO DAL CIELO

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Gv 6, 41-51

[In quel tempo,]

I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Nel lungo discorso tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao a seguito della condivisione dei pani e dei pesci, Gesù ha scontentato la folla che voleva che egli diventasse il loro re, scontenta, scontenta i capi religiosi e scontenterà anche i suoi discepoli; alcuni addirittura lo abbandoneranno.

Allora i Giudei: con la parola Giudei l’evangelista intende le autorità del popolo, …si misero a mormorare: questa mormorazione ricorda il popolo che aveva mormorato contro Mosè nel deserto. …contro di lui perché aveva detto: “io sono il pane disceso dal cielo”: l’affermazione “io sono” indica la rivendicazione del nome divino da parte di Gesù.

Perché i Giudei mormorano? I capi del popolo, cioè l’istituzione religiosa deve la sua esistenza alla distanza che è riuscita a stabilire tra Dio e gli uomini ed in questa distanza l’istituzione è importante perché ha la funzione di mediazione. Gesù invece è venuto ad eliminare questa distanza, ha portato Dio accanto agli uomini. Questo per i capi del popolo è intollerabile. Essi sapevano che era la Legge che scendeva dal cielo, non il pane, che è un alimento di vita. E per questo dicevano: “Costui non è forse Gesù il figlio di Giuseppe?”: che un uomo pretenda di avere la condizione divina è inammissibile, è una bestemmia: per le autorità religiose questo progetto di Dio sull’umanità è una bestemmia che merita la morte.

Gesù risponde loro “Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato: questo verbo “attirare” significa un’attrazione irresistibile: l’amore con il quale il Padre attrae e ama i suoi figli non ha limiti e non ha scadenze, e la morte - è a questo che Gesù vuole arrivare - non interrompe questo amore, ma lo rende ancora più forte, perché con la morte cadono le barriere che nell’uomo ostacolavano la ricezione di questo amore. L’amore di Dio è eterno come la vita che lui trasmette all'uomo.

E io lo risusciterò nell'ultimo giorno: la risurrezione per Gesù non è una data finale, ma fa parte dell’esistenza stessa di ogni individuo: come sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”: non c’è più da imparare, da apprendere dalla Legge, ma c’è da imparare, da apprendere un l’Amore e un modo d’amare.

E Gesù continua: In verità, in verità io vi dico: chi crede ha vita eterna: non c’è l’articolo determinativo, non è la vita eterna. Significa che non è un qualcosa di aggiunto, ma è la vita che per se stessa è già eterna per quanti hanno accolto Gesù come modello di comportamento.

E Gesù rivendica di nuovo la sua condizione divina: Io sono il pane della vita: e qui Gesù scontenterà anche i suoi discepoli perché mette proprio il dito sulla piaga del fallimento dell’esodo. Infatti Gesù polemicamente afferma: I vostri padri - Gesù dice volutamente “i vostri padri”; avrebbe dovuto dire “i nostri padri”, ma Gesù non segue le orme dei padri, egli segue il Padre e prende le distanze da loro; i vostri padri hanno mangiato la manna del deserto e sono morti. L’esodo è stato un fallimento: tutti quelli che hanno seguito Mosè nell’esodo sono tutti morti nel deserto e neanche Mosè è riuscito a entrare nella terra promessa. Sono entrati i loro figli, ma non i padri che sono usciti dall’Egitto. Quindi Gesù denuncia: l’esodo è stato un fallimento,.

Questo è il pane che discende dal cielo perché chi ne mangia non muoia: mangiare questo pane è assimilare la vita di Gesù e farsi pane per gli altri. Questo innesta nell’individuo un dinamismo d’amore che fa sì che la sua vita sia indiscutibile.

E Gesù continua insistendo: Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo: L’evangelista adopera proprio il termine “carne” che indica l’uomo nella sua debolezza. Questo significa che non ci sono doni di Dio che non passino attraverso la carne, cioè attraverso l’umanità. Sinteticamente possiamo dire: più ci si fa umani, più si diventa sensibili ai bisogni e alle sofferenze degli altri, più si è umani e più si manifesta il divino che è nelle persone.

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XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B - 5 agosto 2018

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

Gv 6, 24-35

Quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche (barchette) e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».

Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: "Diede loro da mangiare un pane dal cielo"».

Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».

Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane!». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

*

Con l’episodio della condivisione dei pani Gesù aveva voluto elevare la folla prima di tutto a livello di uomini, poi di persone adulte, di persone mature; ma la folla non ha voluto, ha preferito la sottomissione alla libertà che Gesù aveva loro proposto. Per questo voleva farlo re. E Gesù era scappato via.

Ora la folla lo rincorre, ne va in cerca: il verbo ricercare nel vangelo di Giovanni è sempre per catturare, per uccidere. E infatti quando trovano Gesù si rivolgono a lui chiamandolo ‘Rabbi’. Rabbi è il maestro della Legge: non hanno compreso la novità che è proposta da Gesù, offrendo un rapporto con Dio completamente nuovo, basato non sull’obbedienza della Legge, ma sull’accoglienza del suo amore.

E qui inizia un dialogo tra sordi, un dialogo all’insegna dell’incomprensione, perché la folla chiede il pane per sé e Gesù li invitava a farsi pane per altri. Gesù dice: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni ma perché avete mangiato e vi siete saziati”: avete preso il pane per voi, ma bisogna ricevere il pane per poi farsi pane per gli altri;

Noi abbiamo due aspetti: - la vita biologica, che deve essere costantemente nutrita – e la vita interiore, che per crescere deve nutrire gli altri. Allora Gesù dice: “datevi da fare per questo”. “Questo è il cibo che vi dà il Figlio e su di lui il Padre ha messo il suo sigillo”, cioè Gesù è la garanzia della presenza divina nell’umanità. Ed essi chiedono: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. Gesù risponde: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”.

Nell’Antico Testamento il termine ‘opera di Dio’ sta ad indicare le Tavole della Legge. Ma il rapporto con Dio non è più basato sull’osservanza della Legge, ma sull’accoglienza dell’amore di Gesù.

Ma la folla non comprende e chiede: “che segno compi perché vediamo e crediamo?”. Questo è tipico dell’esperienza religiosa: un segno da vedere per poter credere. E Gesù rifiuta di offrire un segno perché possano credere, non mostra un segno da vedere per credere, ma al contrario dice: “CREDI, E TU STESSO DIVENTERAI UN SEGNO CHE GLI ALTRI POSSONO VEDERE”.

La richiesta della folla richiama la preghiera del Padre Nostro che, nel vangelo di Giovanni non è presente, “Signore, dacci sempre di questo pane!”. Ecco, la folla è cresciuta, non lo chiama più Rabbi, colui che insegna la Legge, ma ‘Signore’: hanno capito che in Gesù c’è una realtà divina. Ed ecco la dichiarazione di Gesù: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”. Gesù si presenta come la piena risposta alle esigenze della pienezza di vita.

Pedro Casaldaliga

Fratelli nostri che siete nel Primo Mondo:
affinché il suo nome non sia bestemmiato, affinché venga a noi il suo Regno
e si faccia la sua Volontà, non solo in cielo ma anche in terra,
rispettate il nostro pane quotidiano rinunciando al vostro sfruttamento quotidiano!
Non vi intestardite a ricevere da noi il debito che non abbiamo fatto 
e che continuano a pagare i nostri bambini, i nostri affamati, i nostri morti.

Non cadete più nella tentazione del lucro, del razzismo, della guerra;
noi faremo in modo da non cadere nella tentazione dell’ozio e della sottomissione.

E liberiamoci gli uni gli altri da ogni male!
Solo così potremo recitare insieme la preghiera di famiglia

che il fratello Gesù ci ha insegnato: Padre nostro - Madre nostra, che sei in cielo e che sei in terra.

don Paolo Farinella

Il vangelo riprende la seconda tappa del lungo discorso del pane che comprende tutto il capitolo sesto di Giovanni. Anche ad una lettura superficiale, chiunque può rendersi conto che qui non ci troviamo di fronte ad un discorso «storico» fatto da Gesù, ma ad una riflessione teologica sviluppata dalla comunità giovannea, ormai in avanzato stato di organizzazione e di sviluppo. In Gv il dato puramente storico si perde di fronte al significato che esso rivela. Cercare qui le parole di Gesù è quindi tempo perso. Gesù ha fatto la moltiplicazione dei pani (cf Gv 6,1-15), riscuotendo un immediato successo da parte della folla (cf Gv 6,22-25). Il brano di oggi mette le distanze tra il pensiero della folla che si accontenta di quello che vede, il pane materiale, il meraviglioso e l’atteggiamento di Gesù che invece si situa ad un livello interiore più profondo perché l’evangelista vuole, attraverso questo fatto, svelare la personalità di Gesù (Gv 7ì6,26-27). Il vero «fatto storico» che conta è seguire Gesù e la sua proposta di salvezza (cf Gv 6,28-29).

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XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 29 LUGLIO 2018

DISTRIBUÌ A QUELLI CHE ERANO SEDUTI QUANTO NE VOLEVANO

COMMENTO AL VANGELO DI P. ALBERTO MAGGI OSM

(Gv 6,1-15)

(In quel tempo,)

Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».

Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?».

Rispose Gesù: «Fateli sedere! letteralmente: fate adagiare questi uomini = antropoi - ». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere (=a distendersi) ed erano circa cinquemila uomini (andres=uomini in pienezza).

Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

(La conclusione nel Vangelo di Marco: E dentro di sé erano fortemente meravigliati, 52perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito”.)

                                                          *

L’episodio della condivisione dei pani dei pesci è riportato da tutti e quattro gli evangelisti. Qual è la sua importanza? In questa narrazione si anticipa e raffigura il significato dell’eucarestia. In particolare Giovanni ne fa il tema del capitolo sesto del suo vangelo, il più lungo, di ben 71 versetti.

Il contesto nel quale l’ambienta è quello del libro dell’Esodo e infatti troviamo il tema del mare, il tema del monte, il tema della Pasqua, il tema della tentazione e il tema del pane.

E, mentre nel deserto è stata la folla a dover chiedere a Dio di essere sfamata, qui è Gesù, che è Dio, che previene i desideri e i bisogni delle persone, ma i risultati sono deludenti.

Scrive l’evangelista che gli dice Andrea, fratello di Simon Pietro: c’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo: i cinque pani d’orzo ricordano il miracolo di Eliseo che con venti pani d’orzo sfamò cento persone e due pesci. Quindi cos’è questo per tanta gente?

Ed ecco le indicazioni preziose dell’evangelista: rispose Gesù: fateli sedere: letteralmente, ed è importante, fate sedere questi uomini. È importante il termine “uomo” adoperato dall’evangelista. E il verbo sedere, letteralmente è sdraiare.

Nel pranzo solenne, nel pranzo della Pasqua, nel pranzo delle persone delle case ricche si mangiava secondo l’uso greco-romano sdraiati. E chi poteva mangiare sdraiato? Chi aveva un servo che lo poteva servire. Ecco il primo significato dell’eucarestia: far sentire le persone dei signori, cioè pienamente liberi.

L’evangelista annota che c’era molta erba: è un richiamo al Salmo 72, i tempi del Messia sono i tempi dell’abbondanza; in quel luogo: il termine luogo Giovanni lo adopera sempre per il tempio. Qui indica il luogo dove risiede Gesù. Ma mentre nel tempio è l’uomo che deve offrire a Dio, qui è Dio che si offre all’uomo.

Si misero dunque a sedere, sdraiare, ed erano circa cinquemila uomini. Perché cinquemila? Perché indica il numero della prima comunità cristiana, secondo gli Atti degli Apostoli, ma soprattutto è un multiplo di cinquanta che indica l’azione dello Spirito, cinquanta in greco è “pentecoste”.

Qui l’evangelista per indicare gli uomini non adopera il termine che ha usato in precedenza “antropos”, ma “andres”, che significa uomini maturi. L’eucarestia rende le persone uomini maturi, uomini nella pienezza, cioè uomini liberi.

Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie: dal verbo ringraziare, rendere grazie, deriva il termine eucaristia, li diede a quelli che erano seduti: il termine seduti appare per la terza volta e Gesù omette un’azione molto importante: non richiede il lavaggio rituale delle mani. Non c’è bisogno di purificarsi per mangiare il pasto del Signore, ma è il pasto del Signore quello che purifica le persone.

E ne mangiarono quanto ne volevano: mentre la manna nel deserto era limitata ed era misurata, qui c’è l’abbondanza. Quando non si trattiene più per sé egoisticamente, ma si condivide generosamente con gli altri, c’è l’abbondanza. Infatti l’evangelista dice che riempirono dodici canestri perché, come le dodici tribù di Israele, così si può sfamare tutta quanta la nazione.

Purtroppo i partecipanti non hanno compreso. Infatti, scrive l’evangelista, allora la gente, ma letteralmente è gli uomini: Il racconto era iniziato indicando la folla come uomini, poi la partecipazione all’eucarestia li aveva resi uomini maturi: uomini adulti che ora tornano ad essere uomini. Perché? Non hanno capito, non accettano la condizione di uomini maturi, vogliono sottomettersi. Infatti, visto il gesto di Gesù dicono questo è davvero il profeta, quello che, secondo la linea di Mosè, doveva far osservare la legge, colui che viene nel mondo.

Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re – quindi vogliono l’obbedienza, vogliono la sottomissione, non vogliono la maturità e non vogliono la libertà - si ritirò di nuovo da solo sul monte. Come Mosè si ritirò sul monte dopo il tradimento del popolo che adorava un vitello d’oro, così Gesù si riunisce di nuovo da solo nel monte. La sottomissione, l’obbedienza per Gesù è uguale all’idolatria perché lui è il Dio che rende libere le persone.

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                          16° Domenica del Tempo Ordinario- B

22 LUGLIO 2018

Gesù è combattuto tra la necessità di aiutare i suoi discepoli ad accettare quanto sta insegnando e la comprensione per la stanchezza che è segnata sul loro volto.

Appare in primo piano la comprensione, guardando anche le folle che vede senza una vera guida... E per il momento lascia anche l’insegnamento ai suoi per far prevalere l’attenzione alla folla che è sfinita: la bontà è combattuta, ma è l’unica che trova spazio nel cuore dell’umanità!

La spiegazione di p. Alberto Maggi:

ERANO COME PECORE CHE NON HANNO PASTORE

Mc 6,30-34

(In quel tempo,)

Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato.

Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.

Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte.

Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

*

Nel capitolo 6 del vangelo di Marco al versetto 30 per l'unica volta nel vangelo appare il termine “apostoli”. “Apostoli” che non indica una funzione, ma un incarico, Gesù al versetto 7 li aveva inviati. Il verbo inviare nella lingua greca è apostello (fonetico) da cui il termine apostolo.

Allora gli apostoli si riunirono: anche qui è importante vedere la scelta del verbo adoperato dall'evangelista. Per riunire adopera il verbo synago (fonetico) da cui il termine evidente sinagoga, fa comprendere che l'annuncio di questi apostoli non corrisponde a quello di Gesù, ma è ancora condizionato dall’insegnamento della sinagoga, cioè un insegnamento religioso, nazionalista.

Quindi si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato, ma Gesù non li ha autorizzati a insegnare. Nel vangelo di Marco si distingue molto chiaramente tra due attività e due verbi:

il verbo insegnare, che significa annunciare il regno partendo da categorie dell'Antico Testamento, è esclusivo di Gesù quando parla per gli ebrei. Quando parla a folle miste non usa questo verbo; mentre per i discepoli l'evangelista aveva detto “Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare”.

Il verbo predicare significa annunciare il regno senza necessariamente farlo in base a categorie dell'Antico Testamento.

Ebbene qui i Dodici hanno insegnato, ma Gesù non li ha autorizzati e infatti la reazione di Gesù è negativa: ed egli disse loro: venite in disparte. È la seconda volta che nel vangelo di Marco appare questa frase tecnica, questa chiave di lettura “in disparte” che è sempre rivolta ai discepoli ed è sempre negativa: indica incomprensione. Quindi c'è un incomprensione tra Gesù e il suo gruppo, voi da soli, in un luogo deserto e riposatevi un po’: Gesù vede che questi discepoli sono presi dall'entusiasmo e li invita a calmarsi. Perché?

Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo da mangiare: all'insuccesso di Gesù nella sinagoga di Nazareth, un fiasco totale, un fallimento, fa contrasto il successo della predicazione degli apostoli. Evidentemente ciò significa che la predicazione degli apostoli non è la stessa di Gesù.

Allora andarono con la barca verso il luogo deserto : e l'evangelista sottolinea di nuovo in disparte, ma l'entusiasmo è grande. E molti però li videro partire e capirono e da tutte le città : le città significa luogo dove c'è una sinagoga, quindi è il frutto dell'insegnamento della sinagoga, accorsero là a piedi e li precedettero.

Sceso dalla barca: stranamente scende solo Gesù. Gesù si separa dai discepoli, non sono ancora in grado di entrare in contatto con le persone perché animati dai loro desideri di successo religioso, nazionalista, con una figura di messia che non corrisponde a Gesù. Allora scende solo Gesù dalla barca ed egli vide una grande folla ed ebbe compassione di loro: compassione è un atteggiamento divino con il quale si comunica vita a chi vita non ce l'ha, e qui c’è una citazione del libro dei Numeri, quando Mosè aveva chiesto al Signore di mettere dei capi del popolo affinché il popolo non sia come pecore che non hanno pastore: le pecore che non hanno pastore si disperdono. Quindi è una lamentazione di Gesù che richiama il monito che è già presente nel profeta Geremia: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdere il gregge del mio pascolo”, oppure anche Ezechiele: “Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche e sono sbandate”.

Quindi Gesù ha compassione di questo popolo perché sono come pecore che non hanno pastore. In realtà li hanno i pastori, ce ne hanno anche troppi, solo che pensano a se stessi, non pensano all'interesse del popolo.

Allora Gesù si mise a insegnare : e quindi Gesù assume lui il ruolo del pastore, ma non con dottrine per dominare le persone, ma, come seguirà poi la narrazione evangelica, dando il pane: l’insegnamento di Gesù è alimento che comunica vita, che restituisce vita e che arricchisce la vita.


XV TEMPO ORDINARIO – 15 luglio 2018

PRESE A MANDARLI

Mc 6, 7-13

[In quel tempo,] Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.

E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».

Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Ernesto Balducci - 'Il mandorla e il fuoco ' vol 2

La manifestazione dello Spirito è un aspetto - il principale - della nuova condizione in cui si trova Gesù dopo la risurrezione. La potenza con cui Dio attua la nuova creazione è la potenza dello Spirito di Gesù. Come ci è stato detto nella Lettera agli Efesini, la nostra fede non è soltanto sicurezza di una vita eterna dopo la morte, è pure consapevolezza di tutto il disegno nascosto fin dalla creazione del mondo.

Questo aspetto della fede come conoscenza del Piano di Dio non può sorgere in noi che come un senso di responsabilità nei confronti del mondo e nei confronti del Signore.

Se noi dicessimo che la fede ci è bastata soltanto ad aspettare l'incontro con Lui, dopo la morte, noi non coglieremmo il vero senso della fede. Infatti avere cognizione del disegno del Padre significa farsi carico dell'esistenza delle altre creature e del divenire di tutto il mondo.

La fede non si può disgiungere, dunque, da questa dimensione profetica. Uno degli effetti più negativi della vecchia educazione cristiana era la separazione della profezia a vantaggio della docilità verso l'istituzione. Si era prodotto un po' quello che avvenne - secondo quanto ci racconta il primo brano della Scrittura di oggi - nel popolo di Israele al povero pastore Amos, il più povero dei profeti, un guardiano di bestie che Dio mandò ad annunciare ad Israele la sua volontà. Il sacerdote dell'istituzione (Amasia) lo diffida. Gli dice di andarsene altrove perché in quello spazio, che è il santuario del re, i profeti non parlano mai, ci sono i cappellani di corte. E Amos dovette andar via.

Potremmo dire che in questo diverbio viene figurata una lunga storia in cui i custodi dell'istituzione ecclesiastica (che, in qualche modo, se la intendono sempre con i re) han cacciato via i profeti inopportuni. Questo è il male della Chiesa. Non se ne può parlare applicandovi, in senso tollerante, le leggi della sociologia che ci dicono che l'istituzione e il carisma non vanno mai d'accordo, sono sempre in tensione tra loro. Questo è vero, ma non deve essere così, se è vero quanto ci viene insegnato dallo stesso magistero conciliare, che tutti i credenti sono profeti, che il popolo di Dio è un popolo profetico in tutti i suoi aspetti.

È questa l'esigenza strutturale della Chiesa del Signore. Se questa esigenza è sopraffatta da una logica temporale, per cui l'istituzione asseconda i richiami del potere e la profezia contesta questa deviazione incontrando l'emarginazione e la condanna, se questo avviene noi dobbiamo condannare questa prassi, non dobbiamo accettarla come se fosse giusta,

Lascio alla vostra coscienza l'identificazione concreta nel nostro tempo di questo dissidio fra i tutori dell'istituzione, succubi del potere politico, e i profeti che in nome del Vangelo vogliono parlare apertamente. È un dissidio doloroso che ci attraversa, che esige pazienza, certo, ma esige anche che non si smobiliti mai dalla nostra responsabilità. Se siamo battezzati, se abbiamo ricevuto - come dice Paolo - il sigillo dello Spirito Santo, allora la pretesa di parlare in nome del Vangelo non è un'arroganza: è la esecuzione di una responsabilità. Guai se noi tacciamo per una malintesa prudenza, per non disturbare l'istituzione. Chi crede - come chi è dominato da un forte amore - non può tacere. (...)!

Ora come può parlare di evangelizzazione una Chiesa che non riesce al suo interno ad abilitare alla Parola tutti i battezzati? La Parola del Signore la insegue: non devi avere né borsa né denaro, non devi salutare nessuno per la strada: va' nella casa dell'uomo e annuncia la pace. Queste parole del Signore creano inquietudini nella Chiesa di oggi.

Questa lievitazione dello Spirito è abilitazione di tutti i credenti ad assumersi in proprio l'evangelizzazione del mondo. Si è mandati dallo Spirito Santo. Lo Spirito Santo - che abbiamo ricevuto - è sufficiente a darci il dovere e il diritto all'annuncio del Vangelo….

Al di là delle inevitabili proteste contro la condizione storica, noi dobbiamo prendere occasione da questa presa di contatto con la Parola di Dio per interrogarci sul modo con il quale ci facciamo responsabili del disegno del Padre. Passiamo momenti estremamente difficili, al riguardo. Dobbiamo aiutarci l'un l'altro con consiglio fraterno, ma anche con l’esortazione fraterna ed assumerci in proprio il compito di far sì che la Chiesa sia, nel mondo, senza potere. Non si tratta, in questo, di assecondare chissà quale spirito malefico del nostro tempo: si tratta di obbedire, soffrendo, all'imperativo del Vangelo. Se i profeti diventano cappellani di corte, il sistema cresce. Solo nella povertà e nella libertà - di cui la povertà è garanzia - abbiamo il segno della potenza di Dio...

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   XIV TEMPO ORDINARIO – 8 luglio 2018   

UN PROFETA NON E’ DISPREZZATO SE NON NELLA SUA PATRIA

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 6, 1-6

[In quel tempo, Gesù]

venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?

Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

*

In questo brano drammatico l’evangelista ci presenta la triste situazione del popolo sottomesso all’autorità. Il popolo non può permettersi di avere un’opinione propria, deve pensare esattamente quello che le autorità decidono che deve pensare: se le autorità dicono, impongono che quello che è bianco è nero, il popolo deve credere così. Questo è il peccato contro lo Spirito Santo.

Il Vangelo dice che “Gesù venne nella sua patria”: evita di parlare di Nazareth, perché il caso non è relegato al piccolo paese di Nazareth, ma si estende a tutta la nazione di Israele. Gesù giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga”, è la seconda volta che Gesù insegna nella sinagoga.

La prima volta a Cafarnao l’esito era stato positivo, c’era stata la stessa reazione di qui, la gente è rimasta stupita, però s’era detto “questo sì che ha autorità” – cioè ha mandato divino – “non i nostri scribi” (Mc 1, 21-22). Quindi la prima volta la situazione era stata positiva.

Ma Gesù aveva gettato discredito sui teologi ufficiali, sugli scribi, che erano passati al contrattacco, avevano messo in guardia la gente: attenti a quest’uomo, a questo Gesù, perché è vero che vi guarisce, ma lo fa per infettarvi ancora di più, perché è uno stregone, agisce per opera di Beelzebùl, il principe dei demòni. E il popolo lo crede. Infatti qui la gente rimane stupita del suo insegnamento, ma non c’è una reazione positiva, e si chiedono da dove gli vengano queste cose?”.

Non percepiscono in Gesù la condizione divina, perché gli scribi hanno detto che in Gesù c’è una condizione diabolica, loro devono credere quello che le autorità impongono di credere. E si stupiscono dei prodigi e dicono che sono compiuti dalle sue mani, come se Gesù fosse uno stregone. Evitano di nominare Gesù, si riferiscono a lui con profondo disprezzo: Non è costui- quindi evitano di pronunciare il nome e poi passano all’offesa, lo chiamano - “il figlio di Maria”.

Un figlio, nel mondo palestinese, veniva sempre chiamato con il nome del padre, anche quando il padre era defunto; il figlio conservava sempre il nome del padre. Quindi avrebbero dovuto dire: “non è il figlio di Giuseppe?”; ma ignorano Giuseppe. Dire che qualcuno è il figlio di una donna significa che la paternità è dubbia e incerta. Quindi passano alle offese e passano alla realtà, elencando i suoi parenti, fratelli e sorelle, cioè gli appartenenti al suo clan familiare e, conclude l’evangelista, che tutto questo per loro “era motivo di scandalo”.

Quindi la situazione del popolo è tremenda: pur avendo ascoltato l’insegnamento di Gesù, non ne percepiscono l’autorità divina perché le autorità religiose, per non andare contro il proprio interesse – loro sì che sanno che Gesù è di condizione divina, ma se lo riconoscono pérdono l’influsso e il prestigio sul popolo – hanno detto che Gesù opera per azione di Beelzebùl, il principe dei demòni.

E qui c’è la conclusione amara di Gesù che fa eco a quello che c’è scritto nel vangelo di Giovanni: “Egli venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).

Gesù dice: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria”. E’ il destino dei profeti, in nome del Dio del passato le autorità religiose non riconoscono mai un Dio che si manifesta nel presente.

I profeti sono coloro che allargano lo spazio, dilatano la conoscenza di Dio, ma sono proprio le autorità religiose che, in nome della tradizione, non accolgono e non riconoscono questa novità.

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SS. TRINITA’- 27 maggio 2018

BATTEZZATE TUTTI I POPOLI

NEL NOME DEL PADRE, DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mt 28,16-20

[In quel tempo,]

gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.

Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.

Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

*

La liturgia di oggi ci presenta la finale del Vangelo di Matteo, che al versetto 16 scrive “gli undici discepoli” – non sono più dodici, manca Giuda. Giuda ha scelto il denaro e il denaro lo ha distrutto, lo ha divorato, non ha scelto la beatitudine della povertà, cioè della condivisione solidale e continua, ma ha pensato soltanto al proprio interesse e chi pensa al proprio interesse si distrugge.

Gli undici discepoli” - scrive l’evangelista - “intanto andarono in Galilea”. Per tre volte nel vangelo c’è l’invito di Gesù ad andare in Galilea dopo la sua risurrezione: Gesù non può essere sperimentato a Gerusalemme, la città santa e assassina; per sperimentarlo bisogna andare in Galilea – per tre volte nel Vangelo di Matteo c’è questo invito – sul monte che Gesù aveva loro indicato. Se per tre volte c’è l’invito ad andare in Galilea, mai appare in questi inviti, l’invito ad andare su “il monte” che Gesù ha indicato. Gesù non ha indicato nessun monte. E perché gli undici vanno non su “un monte” – la Galilea è una zona montagnosa, ci sono tanti monti - ma qui si dice “il monte”? Cosa vuol dire l’evangelista?

L’esperienza del Cristo risuscitato non è un privilegio concesso 2000 anni fa a un gruppo di persone, ma una possibilità per i credenti di tutti i tempi. E l’evangelista ce l’indica come? Per sperimentare il Cristo risuscitato bisogna andare in Galilea su “il monte”. Questa espressione con l’articolo determinativo, “il monte” (τὸ ὄρος), è apparsa al capitolo 5, quando Gesù proclama le beatitudini su “il monte”.

Allora l’evangelista vuol dire che situarsi in Galilea su il monte significa situarsi nel cuore del messaggio di Gesù, le beatitudini. Le beatitudini invitano l’uomo a orientare la propria esistenza al bene dell’altro. Chi orienta la propria vita al bene dell’altro sente dentro di sé una forza, un’energia tale di vita che gli fa sperimentare il Cristo risuscitato. Quindi questo è possibile a tutti.

Continua l’evangelista: “Quando lo videro…”: vedere, nella lingua greca, si può dire in diversi modi; qui l’evangelista non adopera il termine che indica la vista “fisica” ma la vista “interiore”. Questo vedere non riguarda la fede. Ed è lo stesso che nelle beatitudini. Nella beatitudine “Beati i puri di cuore”, Gesù aveva proclamato: “Beati i puri di cuore perché questi vedranno (ὄψονται) Dio” (cf Mt 5,8). Gesù non garantisce apparizioni o visioni, ma una profonda esperienza del Signore.

“… si prostrarono”: “prostrarsi” significa che riconoscono in Gesù qualcosa di diverso, vedono in Gesù la pienezza della condizione divina. Però stranamente, scrive l’evangelista che “essi dubitarono”. Ma di che cosa dubitano? Non che sia risuscitato, perché lo vedono! Non che in Gesù ci sia la condizione divina, perché si prostrano! Di che cosa dubitano allora? L’unica volta che c’è il verbo “dubitare” in questo Vangelo è al capitolo 14, quando Pietro pretese di camminare sulle acque – e questo significava avere la condizione divina – ma incominciò ad affogare. E Gesù lo rimproverò: “uomo di poca fede, perché dubitasti ?” (Mt 14,32). Allora in questo brano questa espressione “dubitare” dei discepoli si riferisce al fatto che anche loro pensano di avere la condizione divina, di arrivare alla condizione divina come Gesù, ma capiscono attraverso cosa è passato Gesù: l’ignominia della croce. Allora dubitano di se stessi, non sanno se saranno capaci anch’essi di affrontare la persecuzione, la sofferenza e il martirio per arrivare alla condizione divina.

Ebbene, nonostante questa loro esitazione, Gesù li manda: andate e fate discepoli tutti i popoli– il termine greco indica le nazioni pagane, quindi proprio quelle popolazioni che erano emarginate, quelle popolazioni che erano disprezzate, proprio queste sono oggetto dell’amore di Dio.

Ed ecco il comando di Gesù: “battezzandoli….” – non è un rito liturgico quello che Gesù chiede di fare. Il verbo “battezzare” significa “immergere, inzuppare, impregnare”. “…nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”: nel nome di qualcuno indica una realtà. Allora, è compito della comunità dei credenti di andare verso gli esclusi, verso gli emarginati, verso i rifiutati dalla religione e proprio a loro far fare una esperienza - di questo si tratta – della pienezza dell’amore del Padre, colui che dà la vita, del Figlio, colui nel quale questa vita si è pienamente realizzata, e dello Spirito, questa energia vitale.

“…Insegnando”: è la prima volta nel Vangelo di Matteo che Gesù autorizza i discepoli ad insegnare. Non li autorizza ad insegnare una dottrina, ma una pratica: infatti specifica: “…a praticare e ad osservare tutto ciò che io vi ho comandato. E l’unica volta che appare che Gesù comanda qualche cosa in questo Vangelo: è riferito alle beatitudini. Non una dottrina da proclamare, ma una pratica da insegnare, “insegnate a praticare le beatitudini”, “insegnate a praticare la condivisione per amore, il servizio reso per amore”.

Se c’è questo, ecco la garanzia: “Ecco io sono con voi”; Matteo aveva iniziato il suo Vangelo con l’espressione che Gesù è “il Dio con noi” e termina con questa stessa espressione io sono con voi tutti i giorni fino …” – dispiace vedere qui nella nuova traduzione della CEI ritornare il termine inesatto, “fine del mondo”. Non si tratta di fine del mondo, era meglio la vecchia traduzione dove si parlava di “fine dell’epoca, fine del tempo”; infatti la Bibbia di Gerusalemme dice: “fino alla fine del tempo”. Non si tratta di una scadenza, ma di una qualità di presenza; non c’è nessuna fine del mondo, Gesù non mette paura, Gesù assicura che, se ci sono queste condizioni di andare comunicando amore, lui è sempre presente nella sua comunità e questo “per sempre” quindi non è una scadenza, ma una qualità della sua presenza.

*

Commento di p. José María CASTILLO

1. Si è discusso molto sull’origine di questo testo e sul suo significato. L’opinione più autorevole dice che, sebbene fosse avvenuta quest’ultima apparizione di Gesù ai suoi discepoli, non risulta che Gesù abbia dato questo mandato alla sua comunità e ancor meno che abbia fatto una dichiarazione sul mistero della Santissima Trinità. Il contenuto di questo mistero, così come è stato definito nei concili del secolo IV (Nicea e Costantinopoli), non c’è nel Nuovo Testamento. Non vi si dice che esistono tre persone divine, unite in un solo Dio.

2. Nel Nuovo Testamento si afferma la fede in Dio come Padre, in Gesù come Figlio e nello Spirito Santo. Cioè, si dice che il Dio nel quale crediamo è prima di tutto “Padre” che non si impone per il suo potere, ma per la sua amorevole bontà. Questo Padre si è fatto conoscere in un essere umano, Gesù, che viene denominato il Figlio. Così il Figlio, Gesù, rivela un Padre profondamente umano e vicino a tutti gli esseri umani. Infine questo Dio nel mondo e nella storia agisce per mezzo della forza dello Spirito. In maniera tale che i “segni dei tempi” nella storia e nella vita degli “uomini di spirito” ci segnano l’orientamento ed i percorsi che dobbiamo seguire per essere fedeli al Padre di Gesù nello Spirito.

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ANNO B, 13 maggio 2018, ASCENSIONE; At 1,1-11; Sal 46; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20

Mc 16

7 …. andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto»». 8Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.

Mc 16,15-20

9risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva scacciato sette demoni. 10Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. 11Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero.

[In quel tempo]

Gesù [apparve agli Undici e] disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.

Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Se ci trovassimo per la prima volta a leggere una favola, per esempio quella famosissima del lupo e l’agnello, potremmo anche sentirci portati a dire: gli animali non parlano, perciò si tratta di storie astratte da non prendere sul serio. È pur vero che gli animali non parlano, ma non sarebbe questo l’inganno da cui guardarsi. Sarebbe piuttosto la nostra incapacità a comprendere la metafora: è questa a offrirci un messaggio autentico, una descrizione reale e concreta di come si esprime e si comporta la prepotenza.

La stessa cosa vale, nel nostro caso, per il Vangelo, che usa spesso metafore, allegorie, parabole per trasmettere quel che un linguaggio comune non riuscirebbe a rendere in modo altrettanto efficace e significativo.

Così, ad esempio, il Vangelo odierno mette tra l’altro in bocca a Gesù talune parole che a una lettura superficiale potrebbero lasciare perplessi. «Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni (davvero? Mah!); parleranno lingue nuove (senza studiarle a dovere?); prenderanno in mano i serpenti (questa poi…) e se berranno qualche veleno non recherà loro danno (meglio lasciar provare ad altri), imporranno le mani ai malati e questi guariranno (può darsi, purché prendano le medicine adatte)». Queste ed altre perplessità sarebbero giustificate, secondo un’interpretazione letterale, tuttavia si possono prendere in considerazione anche altri significati.

Ad esempio l’ultima frase, quella relativa ai malati: per quanto mi riguarda ho avuto la grazia di farne esperienza diretta in diverse occasioni. Assistenza malati terminali, mi è capitato di coinvolgermi con persone disperate per le sofferenze e per percezione che la vita se ne stia andando. Più volte ho assistito al miracolo di un malato che si tranquillizza, che non si sente più solo, che guarisce da ansie incontrollate, che risorge dalla disperazione. E infine che muore in pace. Ecco dunque un modo concreto per scacciare i demoni in nome di Gesù Cristo, in nome dell’amore per i fratelli: scacciare quei demoni che turbano gli animi e le coscienze.

Sul parlare lingue nuove, non si tratta di tradurre in differenti idiomi, ma di assumere nuovi linguaggi senza ambiguità, furbizie, ipocrisie (sia il vostro parlare sì sì, no no). Quanto al prendere in mano i serpenti (simboli di malizia) non è forse possibile imparare a gestire atteggiamenti innocenti, volti ad aiutare gli altri anziché essere subito pronti a criticarli e insultarli? È con questo atteggiamento infatti che i veleni legati a una qualsiasi forma di esprit maltourné non recheranno più danni.

Ma per capirlo bisogna prima di tutto cambiare mentalità e prendere sul serio quel che san Paolo dice nella lettera agli Efesini: «Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti». Un modo per ribadire efficacemente che siamo tutti fratelli, ma sul serio, non solo a chiacchiere. Nel passato alcuni nostri predecessori pretendevano di sostenere che siamo tutti fratelli, tutti uguali, e però «qualcuno è più uguale degli altri». Ed è proprio un simile atteggiamento che ha permesso crociate e guerre di religione di vario tipo. Che ha permesso in molti casi di uccidere Cristo in nome di Cristo. Ma se oggi comincia ad apparire più chiaro che Gesù ha inteso rivolgersi a tutti, ma proprio tutti tutti, e non solo a quelli che stanno dalla sua parte (anche perché in Cristo non ci sono parti), si può sperare che questo messaggio, libero da connotazioni di parte, diventi un giorno patrimonio comune dell’intera umanità? «Chi crederà sarà salvo» dice ancora il vangelo. Salvo da che cosa? Non saprei dire in quanti modi possa essere interpretata la frase, ma in me risuona come salvezza da una vita senza senso, per offrire l’orientamento capace di affrontare creativamente serpenti e veleni, e di far fiorire l’armonia e la pace.  

Antonio Thellung  07/04/2018, tratto da: Adista Notizie n° 13 del 14/04/2018 ( Antonio Thellung è scrittore, poeta, artista, pilota d’auto sportive, fondatore di comunità, assistente di malati terminali, sposo, padre, nonno e bisnonno. Il suo ultimo libro è “ Amarsi da vecchi e credere nell’incredibile (Gribaudi 2017)

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La settimana di Pasqua

Noi capiremo il Vangelo quando avremo capito l’ultimo uomo.

Non possiamo fare del Vangelo un’arma di proselitismo perché la vera alleanza è quella in cui ognuno apprenderà dentro di sé chi è Dio e non ci sarà bisogno che glielo insegni. Non ci siamo! A quel tempo, ma ancora abbiamo bisogno che qualcuno ce lo insegni e che noi lo insegniamo agli altri… Questo è il punto essenziale del discorso che già ci fa capire quanto è avventurosa la fuoriuscita dalla vecchia alleanza dove noi abbiamo trasformato Dio in un randello, i dogmi in principi per condannare al rogo l’eretico,…

Noi siamo ancora all’età della pietra del Vangelo che deve venire, che già c’è, ma che è come nascosto dentro di noi. Chiunque ha fede soffre per questa inconcludenza, per questa testimonianza imperfetta che nel passato ci è stata tramandata.

Io soffro nel leggere le persecuzioni contro gli uomini, gli stermini dei non cristiani. Sento che un grave tradimento è stato compiuto e non è un tradimento che possiamo archiviare come roba passata perché il contagio arriva fino a noi, ne siamo intaccati tutti: il nostro occhio diventa feroce anche durante la preghiera. Ecco perché Gesù è lontanissimo, in una profondità a cui non siamo ancora giunti. Egli è l’uomo che “ha appreso l’obbedienza dalle cose che patì”. E’ un’affermazione importante, perché la sofferenza di cui vi parlavo è anche un luogo di apprendimento.

Se noi soffriamo nel vedere il disprezzo dell’uomo contro l’uomo e soffriamo infinitamente di più nel vedere che questo disprezzo si giustifica con il nome di Dio, allora apprendiamo qualcosa perché se non si soffre non si impara. Se non si soffre e ci si avvolge, come fossero drappi di seta, delle nostre verità religiose… noi non comprendiamo nulla… Noi siamo entrati in questa grande sofferenza storica, di cui non voglio scandirvi di nuovo i termini di cronaca, perché abbiamo avuto mille motivi di vergognarci di essere cristiani. Il nostro nome è disonorato presso altri popoli, e giustamente disonorato, e questo deve farci fa soffrire!

Noi dobbiamo liberarci da questa vecchia alleanza. Noi che abbiamo voluto scrivere sul frontone del palazzo delle Nazioni Unite: ‘Si cambieranno le lance in falci’, poi, in realtà, abbiamo trasformato le falci in lance.

Noi usiamo queste parole per metterle nelle pietre, ma non nelle coscienze perché tra il nostro comportamento e quelle parole c’è una tale infedeltà che abbiamo bisogno di molti sofismi per giustificarci, per dirci che in certi casi ammazzare è lecito, per cui siamo al di fuori di questa alleanza.

Questa alleanza ha il suo sigillo nella misteriosa profondità il cui simbolo è la morte ingiusta subita dal Figlio dell’uomo: «In quel momento attirerò tutti a me». Non è una frase trionfalistica. In quel momento; cioè chiunque viene là dove sono io, capirà queste cose. Noi però non siamo lì. Abbiamo preso perfino la croce per farne l’ornamento di uno scudo e per fare le Crociate.

Non ci siamo, ma dobbiamo arrivare fino a questo. Noi dobbiamo apprendere dalle cose che soffriamo questa nuova alleanza in cui una voce che ci ammaestra è quella della coscienza. .. È che la nostra coscienza è troppo inserita in condizionamenti che la sorpassano e che sono iniqui. La coscienza non nasce, come un lampo, in un cielo puro, germoglia dallo strame della storia… La coscienza è libera quando il principio che la modella dall’interno è la disposizione a dare la propria vita per gli altri…. Solo quando la coscienza si innesta nella disponibilità, come dice Gesù, a dare la propria vita per gli altri allora essa lampeggia e diventa sorgente di vita.…. Stiamo imparando l’abbecedario della nuova alleanza…

Ernesto Balducci – da “Gli ultimi tempi” vol. 2 – anno B-1991


IV DOMENICA DI QUARESIMA - 11 MARZO 2018

DIO HA MANDATO IL FIGLIO PERCHÉ IL MONDO SI SALVI PER MEZZO DI LUI

COMMENTO AL VANGELO DI P. ALBERTO MAGGI OSM

Gv 3,14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.

Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

*

Nel capitolo 3 del suo vangelo Giovanni presenta il dialogo tra Gesù e Nicodemo, il fariseo, ma è un dialogo tra sordi perché Gesù parla di nuovo e il fariseo, l’uomo della tradizione, l’uomo della Legge, non comprende e non fa altro che obiettare: come può? Come può?

Ebbene a Nicodemo Gesù ricorda un episodio famoso che troviamo nel libro dei Numeri: un castigo che Dio ha dato al popolo che si è rivoltato contro di lui, che aveva protestato: aveva mandato dei serpenti velenosi che mordendo li uccidevano. Poi aveva fatto innalzare un serpente di rame e di bronzo che li salvava. Si legge nel libro dei Numeri : “Il Signore disse a Mosè: fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà resterà in vita”.

Gesù si riferisce a questo episodio, ma soltanto per la parte della salvezza, non per la parte del castigo, perché con Gesù Dio non castiga, ma a tutti offre amore, offre salvezza.

Allora Gesù dice a Nicodemo: “come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo…” : Gesù è la pienezza dell’umanità che coincide con la condizione divina, “perché chiunque crede in lui…”: in lui , chi? Nel figlio dell’uomo, cioè chiunque aspira alla pienezza umana che risplende in Gesù (e risplende nel momento della croce, quando Gesù mostra la pienezza dell’amore suo e del Padre) “…abbia la vita eterna”.

Gesù si rivolge a un fariseo. I farisei credevano nella vita eterna, ma come un premio da ricevere nel futuro per la buona condotta tenuta nel presente. Ebbene, è la prima volta che Gesù nel vangelo parla di vita eterna, ma non ne parla come un premio nel futuro, ma con una possibilità reale nel momento presente.

La vita eterna non sarà nel futuro, ma chiunque crede in lui… - credere in lui significa aver dato adesione a Gesù, vivere come lui per il bene dell’uomo - ha la vita eterna. Vita che si chiama eterna non tanto per la durata indefinita, ma per una qualità indistruttibile. Gesù ne parlerà sempre al presente. La vita eterna è una possibilità di pienezza di vita che è già ora a disposizione delle persone.

Affermando questo Gesù sostituisce la funzione che era attribuita alla Legge. Era l’osservanza della Legge quella che garantiva come premio la vita eterna. Con Gesù non c’è più l’osservanza a una Legge, ma l’adesione a una persona che garantisce la Vita eterna.

E Gesù continua in un crescendo di offerta d’amore: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” : Gesù è il dono d’amore di Dio per tutta l’umanità, un amore che desidera manifestarsi, che desidera comunicarsi. E Gesù smentisce quell’immagine, che è cara a tutte le religioni, di un Dio che giudica, di un Dio che condanna, no! Il Dio di Gesù, il Padre, è soltanto amore e offerta d’amore.

Sta poi all’uomo accogliere o no questo amore. Infatti, afferma Gesù, “Dio non ha mandato il figlio del mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Non è, come credeva il fariseo Nicodemo, un messia venuto per separare puri da impuri, santi da peccatori. Questo furore ideologico, che è comune a tutte le religioni, di dividere l’umanità, non è più accettatop da Gesù, ma solo un’offerta d’amore a tutti quanti perché il mondo sia salvo: questo è il disegno d’amore di Dio sull’umanità.

E - afferma Gesù - chi crede lui, nel figlio dell’uomo, non va incontro a nessun giudizio” e nessuna condanna.

E allora ci si chiede: da dove viene questa immagine nefasta di un Dio che giudica, di un Dio che condanna quando Gesù lo smentisce?

Ma chi non crede è già stato giudicato e condannato perché non ha creduto nel nome dell’unigenito figlio di Dio”. Allora è chiaro: questo giudizio non viene da Dio, ma è l’uomo che, con le scelte che fa, accoglie o rifiuta questa vita; e il rifiuto della vita è la pienezza della morte. Gesù chiarisce ancora meglio il suo episodio e lo fa con un’immagine che tutti possono comprendere: “e il giudizio è questo: - è un giudizio basato sulla luce. La luce è positiva, la luce fa bene, la luce all’uomo è necessaria per vivere; la luce fa male soltanto quando l’uomo vive nelle tenebre, nel buio.

Quando si sta molto tempo al chiuso anche un piccolo spiraglio di luce dà fastidio, fa male. Allora Gesù afferma “il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie”. Allora chi quotidianamente, dando adesione a Gesù, compie azioni che comunicano vita, restituiscono vita, rallegrano la vita degli altri, diventa una persona splendida, cioè luminosa, piena di luce; e quando incontra la luce la coglie.

Ma chi invece egoisticamente pensa soltanto ai propri bisogni e alle proprie necessità, vive nel suo piccolo mondo ti tenebre, quando arriva la luce, questa gli dà fastidio e si rintana ancora più nelle tenebre.

E Gesù conclude: “chiunque infatti fa il male odia la luce…”: si sa, un delinquente detesta la luce e non viene alla luce, “perché le sue opere non vengano riprovate” - letteralmente scoperte.

Ma in contrapposizione a fare il male Gesù non parla di fare il bene, come ci saremmo aspettati.”Invece chi fa la verità…”, - la verità va fatta, la verità non è una dottrina, ma un atteggiamento benevolo d’amore verso gli altri - Quello che separa gli uomini da Dio non è una dottrina, ma la condotta. “Invece che fa la verità viene verso la luce perché appaia chiaramente che le sue opere sono fatte in Dio”, perché è Dio che fa il bene dell’uomo.

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III DOMENICA DI QUARESIMA – 4 marzo 2018

DISTRUGGETE QUESTO TEMPIO

E IN TRE GIORNI LO FARO' RISORGERE

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Gv 2,13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.

Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

*

Il capitolo 2 del vangelo di Giovanni presenta l’episodio delle nozze di Cana. Con quell’episodio l’evangelista presenta il cambio dell’alleanza con la trasformazione dell’acqua in vino. L’acqua serviva per la purificazione perché la legge faceva sentire le persone sempre in colpa, sempre debitori e sempre bisognosi di purificarsi per ottenere l’amore di Dio che andava meritato. Il vino è immagine invece dell’amore gratuito. Ciò significa che il Dio di Gesù non ama per i meriti delle persone, ma per i loro bisogni.

Ebbene, questa nuova relazione tra Dio e gli uomini comporta ora la scomparsa delle istituzioni dell’antica alleanza, la prima delle quali è il tempio.

Mentre i profeti, denunciando un culto ipocrita, auspicavano una purificazione del tempio di Gerusalemme, Gesù va al di là. Gesù non è venuto per purificare, ma per eliminare. Gesù abolisce il tempio di Gerusalemme. E' quanto ci scrive Giovanni nel capitolo 2 dal versetto 13 al 25.

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei”: l'evangelista, anziché definirla come giustamente doveva fare, “la Pasqua del Signore” - così la Pasqua è chiamata nel Libro dell'Esodo - la chiama “Pasqua dei Giudei”. Perché?

La Pasqua non è più erede di quella costituita nell'Esodo, in quanto è divenuta una festa propria del regime giudaico. I giudei in questo vangelo indicano i capi del popolo, non la popolazione stessa. La Pasqua è divenuta uno strumento di dominio e di oppressione da parte delle autorità religiose. E' una Pasqua a beneficio della casta sacerdotale al potere, che inganna il popolo, in nome di Dio, per i propri interessi. Quindi la festa religiosa si era trasformata, per le autorità religiose, in una occasione di guadagno. Ecco perché è la festa dei Giudei e non la Pasqua del Signore, la festa del popolo.

E Gesù salì a Gerusalemme”: in occasione della Pasqua, Gerusalemme triplicava i suoi abitanti;

Trovò nel tempio … “ : nel tempio non trova gente in adorazione, gente in preghiera, ma trova soltanto mercato, interesse, perché il vero Dio del tempio è la convenienza. Infatti dice che “trovò nel tempio venditori di buoi…” - l'evangelista comincia dagli animali di stazza più grande - “pecore e colombe, e là 

seduti ..” - seduti” ha il significato di “installati” - “…i cambiavalute”: ecco il Dio del tempio: il denaro. Tutto verte sulla convenienza, sul l'interesse a favore della casta sacerdotale al potere che gestiva il tempio.

Allora fece una frusta di cordicelle” - letteralmente “flagello”. La tradizione presentava il messia come armato di un flagello, con il quale avrebbe dovuto castigare i peccatori. Ebbene, Gesù si arma di flagello, ma non castiga i peccatori, gli esclusi dal tempio, ma castiga quelli che sono proprio l'anima del tempio, l'istituzione sacerdotale al potere.

E scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi”: Gesù incomincia scacciando le pecore. L'immagine è quella del pastore che libera le pecore dall'ovile in cui sono state racchiuse. L'espressione è parallela a quella di Gv 10,4, quando l'evangelista scriverà: “E quando ha condotto” - letteralmente “ha scacciato fuori” - “tutte le pecore”. Le pecore sono immagine del popolo; è il popolo la vera vittima sacrificale di queste feste;

Gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi”: stranamente Gesù si rivolge per il rimprovero soltanto ai venditori di colombe. La colomba era l'animale che, per il sacrificio di purificazione, i poveri si potevano permettere. E Gesù non tollera che l'amore di Dio venga prostituito. E rimprovera: “«Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

Non è più la casa di Dio, ma la casa del Padre. Mentre Dio ha bisogno di fedeli, il Padre ha bisogno di figli. Mentre un Dio esige offerte, il Padre è colui che offre la sua vita per i suoi figli. Mercato e casa del Padre sono incompatibili. Là dove c'è interesse, là dove c'è la convenienza non c'è il Padre, ma altre realtà.

I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto” - l'evangelista cita il salmo 69 al versetto 10 - «Lo zelo per la tua casa mi divorerà»”. Non hanno compreso bene. Lo zelo era quello che animava il profeta Elia che era pieno di zelo per il Signore. Quindi anche loro attendono un messia che, attraverso la violenza, conquisti il potere. Nulla di tutto questo!

Allora i Giudei” - i capi del popolo - “reagirono e dissero: «Quale segno»” - cioè quale autorità - “«ci mostri per fare queste cose?» Rispose loro Gesù: «Distruggete...»”, l'evangelista non adopera il termine “tempio, che indicava tutta la vastità degli edifici del luogo santo, ma il termine santuario”, che era l'edificio più importante, il più sacro, quello in cui si riteneva ci fosse la presenza del Signore: «…questo santuario»”, perché lui è il santuario;

Nel prologo l'evangelista aveva scritto che il Verbo - la parola di Dio, il progetto di Dio - si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Con Gesù Dio non è più presente in un edificio, ma Dio è presente in una persona e in quanti la accolgono. Mentre le persone si dovevano recare nell'antico santuario e non tutti potevano avervi accesso perché dovevano avere determinati requisiti, il nuovo santuario è quello che va incontro proprio agli esclusi dalla religione, agli emarginati. Gesù è il nuovo santuario dal quale si irradia l'amore di Dio.

«…e in tre giorni lo farò risorgere»”: perché la morte per Gesù sarà la massima manifestazione della gloria di Dio, dell'amore di Dio per l'umanità. Naturalmente i giudei non comprendono e pensano che riguardi l'edificio.

Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del santuario del suo corpo.”: in una mentalità dove il corpo veniva visto come la prigione dell'anima, l'evangelista ribalta tutto questo. Il corpo non è la prigione dell'anima, ma il santuario dove si irradia e si manifesta l'amore di Dio. Paolo poi dirà chiaramente: “Non sapete che siete santuario di Dio?”. Quindi non solo Gesù, ma ogni persona che lo accoglie, è l'unico santuario dal quale si irradia l'amore di Dio. Allora in questo nuovo santuario non c'è più bisogno di offrire a Dio, ma di accogliere un Dio che si offre all'uomo, chiede di essere accolto per dilatare la sua capacità d'amore e diventare l'unica vera manifestazione ed espressione dell'amore di Dio.

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono” - è l'esperienza che insegna - “che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura…” - il salmo 69 che è stato citato poc'anzi verrà citato più volte nella passione di Gesù - “…e alla parola detta da Gesù”.

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome” : la folla crede di vedere in Gesù il riformatore atteso, ma con Gesù nulla di tutto questo! Gesù non è il riformatore atteso, non è venuto a riformare le istituzioni, ma è venuto a eliminarle.

Ecco perché l'evangelista conclude: “Ma lui – Gesù - non si fidava di loro” : non credeva loro, non accetta il ruolo che intendono attribuirgli - perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo”.

Quindi la folla che aspetta da lui la deposizione della gerarchia esistente, la riforma delle istituzioni, il trionfo degli invasori, la restaurazione della monarchia davidica, lo splendore nazionale, rimane delusa. I segni che Gesù farà sono tutte comunicazioni di vita e non di morte. Ma proprio perché sono comunicazioni di vita sono un pericolo per il tempio di ogni tempo.

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                              II DOMENICA DI QUARESIMA - 25 febbraio 2018
QUESTI È IL FIGLIO MIO, L’AMATO
COMMENTO AL VANGELO DI P. ALBERTO MAGGI OSM

Mc 9,2-10

(In quel tempo,) sei giorni dopo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.

E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.

Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» (ASCOLTATE LUI !).

E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

*

Nel vangelo della domenica scorsa, la prima domenica di Quaresima, la liturgia ci presentava l’inizio del vangelo di Marco con l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto e scriveva Marco che Gesù rimase nel deserto quaranta giorni tentato dal satana. L’evangelista non intende presentare un episodio della vita di Gesù, ma riassume e anticipa tutta l’esistenza di Gesù.

Il numero 40 indica una generazione, quindi per tutta la vita Gesù è stato tentato dal satana. Ma chi è il satana? Il satana in questo vangelo non è un agente esterno, spirituale, nemico di Dio, nemico dell’uomo, ma è il tentatore che fa parte proprio della cerchia dei discepoli di Gesù. Infatti nel capitolo ottavo, questi discepoli, che non hanno capito chi stanno seguendo, sono sicuri di seguire il messia trionfatore, il figlio di Davide, quello che con la forza andrà a conquistare il potere e inaugurare il regno di Israele. E non sanno che Gesù invece non è il figlio di Davide, ma è il figlio di Dio, colui che con amore va a inaugurare il regno di Dio, con l’amore universale per tutti i popoli. Questo purtroppo porterà l’opposizione, la persecuzione da parte delle massime istituzioni religiose che lo ammazzeranno. Quindi Gesù per la prima volta annuncia che sarà ammazzato. Ebbene Simon Pietro afferra Gesù, lo sgrida, esattamente come si usava con i demoni, rimproverandolo di questo perché il messia non può morire. Simone vuole che Gesù conquisti il potere. Ebbene, in questo episodio drammatico Gesù si rivolge al discepolo dicendogli: “Vattene satana, torna a metterti dietro di me”. Ecco chi è il satana: colui che si oppone al disegno d’amore di Dio sull’umanità.

L’episodio di questa seconda domenica di Quaresima è l’episodio della TRASFIGURAZIONE ed è in stretta relazione con quanto abbiamo visto. Vediamo cosa ci scrive l’evangelista: “Sei giorni dopo…”: la data è importante, il sesto giorno è il giorno della creazione dell’uomo, è il giorno in cui Dio sul Sinai manifesta la sua gloria. In Gesù si manifesta la piena realizzazione del disegno di Dio sull’umanità;

“…Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni...” - prende i tre discepoli ai quali ha messo un soprannome negativo: Simone, al quale ha messo il nome di Pietro, Pietro significa il testardo, il cocciuto, colui che sarà sempre all’opposizione. E poi i due discepoli Giacomo e Giovanni, fanatici, esaltati, arroganti, ambiziosi, ai quali darà il nome “figli del tuono”, in aramaico Boanerges, dà l’idea proprio del tuono, del fulmine, e autoritari. Saranno quelli che, per la loro ambizione di avere i primi posti nel regno di Gesù, rischieranno di frantumare la comunità;

“…e li condusse su un alto monte in disparte, loro soli”: il monte indica la condizione divina, e lì si trasfigura davanti a loro. Gesù mostra che il passaggio attraverso la morte non è la distruzione, come loro pensavano e si opponevano alla morte di Gesù, ma la piena realizzazione della persona.

Scrive l’evangelista, può sembrare un’ingenuità: “…nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche” : cosa vuol dire? Che questa condizione non è frutto dello sforzo umano, ma effetto dell’azione divina. Quindi la morte non è una distruzione, ma un potenziamento della persona.

In questo momento apparve, scrive l’evangelista, Elia con Mosè: cosa sono Elia e Mosè? Mosè, lo sappiamo, è il grande legislatore, quello dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, ed Elia è il profeta che con la violenza impose l’obbedienza a questa alleanza. Questi non hanno nulla a che dire ai discepoli di Gesù. Infatti conversano con Gesù.

Ed ecco che di nuovo Simone, che ha il soprannome di Pietro, cioè il testardo, l’oppositore, continua nella sua azione di satana tentatore. Che cosa succede? Prendendo la parola letteralmente reagì Pietro e disse: “Gesù Rabbì,…” : è strano che si rivolga a Gesù chiamandolo rabbì. In questo vangelo chiamano Gesù rabbì i due traditori, Giuda e Pietro. Rabbì significa colui che insegna secondo la tradizione, colui che insegna a osservare la Legge, dice Rabbì “…è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne…” : perché tre capanne? Qual è la tentazione?

C’era una festa nel mondo ebraico e c’è tuttora, la festa delle capanne, che ricordava l’antica liberazione dalla schiavitù egiziana e per una settimana si viveva sotto le capanne. Ebbene, si credeva che il messia, il nuovo liberatore, si sarebbe manifestato nel giorno in cui si commemorava l’antica liberazione.

Allora il ruolo di Pietro, come satana tentatore, dice a Gesù: questo è il messia che io voglio, che si deve manifestare. E dice: “…facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Al posto centrale non c’è Gesù ma c’è Mosè. Quando ci sono tre personaggi il più importante viene sempre collocato al centro. Ebbene, per Pietro al centro non c’è Gesù. La tentazione che sta facendo Pietro a Gesù: questo è il messia che io voglio, il messia secondo la legge di Mosè, imposta con la violenza come ha fatto il profeta Elia.

Ebbene, nel momento che il diavolo tentatore, il Pietro, il satana, continua a tentare Gesù, ecco che “venne una nube…” : è la presenza di Dio, “…e dalla nube uscì una voce …” - la voce di Dio – “questi è il figlio mio, l’amato…” : colui che mi assomiglia, ed è l’imperativo: “…lui ascoltate!”. Non ascoltate né la Legge, Mosè, né Elia, né i profeti, ma soltanto il figlio.

Cosa significa? Tutto quello che è scritto nella Legge e nei profeti, che coincide con l’insegnamento e la vita di Gesù naturalmente va accolto, ma tutto quello che si discosta, tutto questo va tralasciato.

Ebbene la reazione di questi tre discepoli qual è? È di sgomento: “guardandosi attorno non videro più nessuno se non Gesù solo con loro” : cercano ancora i loro punti di riferimento, cercano ancora la tradizione, cercano ancora Mosè e cercano ancora Elia e in realtà c’è Gesù solo. E questa delusione di Gesù che si distanzia dalla Legge, si distanzia dalla violenza, sarà quella che poi porterà Pietro purtroppo a rinnegare completamente il suo maestro.

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I DOMENICA DI QUARESIMA - 18 febbraio 2018

GESÙ, TENTATO DA SATANA, È SERVITO DAGLI ANGELI

Mc 1, 12-15

(In quel tempo,) lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Ernesto Balducci – da «Il mandorlo e il fuoco» - vol 2° Anno B:

In Cristo si adempie il progetto di Dio: la nuova creazione è obiettivamente cominciata. I tempi ultimi sono già avvenuti. Convertirsi vuol dire prendere sul serio tutto questo. Non vuol dire diventare religiosi, non vuol dire cominciare a pregare, ma vuol dire prendere sul serio, come problema fondamentale dell'esistenza, questo progetto di alleanza totale. Solo se ci muoviamo sotto questa luce, vorrei dire sotto questo arcobaleno che va da una estremità all'altra della terra, noi abbiamo una coscienza universale e le nostre battaglie assumono un significato autentico.

Siccome la Lettera di Pietro parla del battesimo, riferiamoci pure a questo momento così significativo della nostra appartenenza alla fede. Il battesimo è collegato al simbolo dell'acqua, che per gli antichi aveva una terribile bivalenza: L'acqua era il caos, era l'alluvione, il disastro; l'acqua era la palude, era la putredine. Infatti Dio comincia a creare il mondo separando la terra dalle acque. Soltanto in questa separazione comincia l'ordine. Ma l'acqua è principio di vita; è nell'acqua che abita l'embrione nel seno materno; è l'acqua che feconda le zolle: l'acqua è il segno positivo. Il battesimo è appunto l'adempimento di questo senso simbolico positivo dell'elemento positivo dell'elemento naturale. Esso ci investe di una responsabilità quale quella di Noè, da cui ricominciò il genere umano. Essere battezzati non vuol dire solo essere salvati dal peccato originale. Questo aspetto negativo oscura il senso totale se scisso dalla valenza positiva che invece è connessa all'immagine del Cristo della Resurrezione.

Esser battezzati significa assumersi la responsabilità messianica nei confronti del destino del mondo. Significa, dunque, assurgere al livello stesso in cui Cristo visse e donò la propria vita per la salvezza di tutti gli uomini. Il vero battezzato è colui per il quale la ragione dell'esistenza è la riconciliazione del mondo. Questo è il battesimo. Non è un privilegio che segrega in una specie di compiaciuta salvezza alcuni uomini dagli altri: è l'assurgere al livello di responsabilità universale di una creatura che è continuamente tentata di gestire la vita come una cosa propria, di vivere seconde le regole di un egoismo scritto nella carne e nella ragione. Essere battezzati vuol dire dunque avere una coscienza universale in una prospettiva che la luce della fede innesta direttamente al miracolo della Resurrezione…. …Raccoglierci per confessare queste nostre certezze, per superare le acque che ci inghiottono, per sollevare al di sopra dei limiti individuali la luce della speranza di tutti gli uomini al cospetto di Dio; per sperimentare, sia pure nella fugacità e labilità del simbolo, che significhi darci un segno di pace, essere una umanità pacificata, tutto questo ci tocca in quanto comunità di credenti. Ma questo è solo il momento che ci prepara e ci dispone al resto, ad entrare nel mondo. Per promuovere ogni riconciliazione. Siamo in un tempo in cui davvero questo compito è in primo luogo, non ha bisogno di essere indicato attraverso i faticosi itinerari dell'intelletto.

Cinquant'anni fa l'annunciare la necessità di essere riconciliati con la terra poteva sembrare una divagazione arcaica o georgica. Oggi questo discorso non è più retorico. Esso propone un progetto di esistenza, perfino un programma politico. E così, se noi apriamo, come dobbiamo fare ogni tanto, l'atlante della vita sociale planetaria non possiamo non avvertire la perfidia di cui siamo vittime. Gli organi di informazione ci nascondono il fatto dei 50.000 bambini che muoiono ogni giorno e ci informano sulle sciocchezze della vita più o meno corrotta e stupida della società opulenta…. La verità ci viene nascosta…. Se dunque all'inizio di questa Quaresima vi dico: convertiamoci in nome del Signore, voglio dirvi: superiamo i nostri egoismi, rompiamo i nostri schemi, apriamoci alle attese, alle provocazioni che partono da tutti i punti del genere umano….

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 11 febbraio 2018

LA LEBBRA SCOMPARVE DA LUI ED EGLI FU PURIFICATO

COMMENTO AL VANGELO DI P. ALBERTO MAGGI OSM

Mc 1,40,45

(In quel tempo,) venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».

Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

La reazione dei presenti alla fine del primo insegnamento di Gesù in una sinagoga fu che Gesù aveva autorità e il suo era un nuovo insegnamento, non come i loro scribi. Qual era la differenza? Mentre gli scribi insegnavano a osservare la Legge di Dio, Gesù insegna ad accogliere l’amore di Dio.

La differenza: se si insegna a osservare la Legge di Dio non tutti riescono, non tutti possono, non tutti vogliono osservare questa Legge e quindi alcuni rimangono esclusi dall’amore di Dio. Ma se si insegna ad accogliere l’amore di Dio, questo è per tutti.

Allora l’azione di Gesù che si sviluppa in tutto il vangelo è che Dio non può essere portato agli uomini, non può essere espresso, manifestato attraverso una dottrina, perché la dottrina dallo stesso momento che si emana diventa già vecchia, ha bisogno di essere reinterpretata, tradotta.

Dio si manifesta attraverso l’amore, la tenerezza di Dio è il linguaggio che tutti possono comprendere. Ebbene, a conclusione l’evangelista aveva scritto che “la sua fama” - la fama di questa novità - “si diffuse dovunque per i dintorni della Galilea”.

Ed ecco presentarsi una persona emarginata proprio a causa della religione. La religione a volte può essere veramente di una perfidia che non esitiamo a definire diabolica. Qual è questa perfidia? La religione afferma che certe persone per la loro condotta, per il loro comportamento, per la loro situazione sono in peccato, sono impuri e quindi sono esclusi da Dio. L’unico che ti può togliere da questa impurità è Dio. Ma siccome sei in questa condizione tu non puoi rivolgerti a Dio. È una via senza soluzione, senza uscite. E questa è la tragedia di molte persone.

Allora l’evangelista ci presenta un lebbroso anonimo. Quando gli evangelisti presentano i personaggi anonimi significa che sono personaggi rappresentativi di qualcosa. E questo personaggio è rappresentativo di una persona che per sua colpa - a quel tempo si credeva che la lebbra fosse responsabilità dell’uomo castigato da Dio per determinati gravi peccati - si trovava in una situazione che lo rendeva impuro. L’unico che poteva liberarlo dall’impurità era Dio, ma siccome era impuro non lo poteva fare.

Ebbene, questo lebbroso evidentemente ha sentito questa fama sulla persona di Gesù. Cosa ha sentito? Che Gesù non invita più a osservare la Legge di Dio, ma ad accogliere l’amore di Dio perché Dio non concede il suo amore per i meriti delle persone, ma per i loro bisogni. E allora ci prova, si avvicina a Gesù e gli chiede: se vuoi tu puoi purificarmi. Non chiede di essere guarito; quello che lui vuole è che gli venga tolto questo marchio, questa infamia che gli impedisce di comunicare con Dio.

Ebbene, l’azione di Gesù è di profonda compassione. La compassione significa comunicare vita a chi non ce l’ha, e allora stende la mano, lo tocca e gli disse: “lo voglio”.

Questo fatto che Gesù parli così - “lo voglio” - significa che la Legge non esprime la volontà di Dio, ma l’amore esprime la volontà di Dio, e l’amore guarisce. “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. Qui l’evangelista ci mostra una persona che non ha nessun merito per essere purificato da Dio, ma ha bisogno. Gesù non va incontro ai meriti delle persone, ma ai loro bisogni.

Poi Gesù lo caccia: è strano perché non si dice che sia un luogo chiuso, lo caccia via subito. Da che cosa? Idealmente dal luogo dell’istituzione religiosa: è questa che ti ha fatto credere di essere impuro, di essere escluso da Dio. Mai Dio ti ha escluso dal suo amore, è stata la religione, è stata l’istituzione; allora devi allontanartene, devi andare via da questo.

Alla conclusione di questo episodio l’evangelista scrive che quello accoglie il messaggio di Gesù, uscì e si mise a predicare e divulgare il fatto. È il primo predicatore che c’è nei vangeli. Il primo predicatore è una persona che era emarginata e annuncia - il termine adoperato il “fatto” letteralmente è il messaggio”.

Questo è il messaggio: nessuna persona al mondo può sentirsi esclusa dall’amore di Dio. L’amore di Dio non riconosce quelle barriere, i limiti che la religione, il sesso, i nazionalismi hanno posto. È quello che affermerà poi San Pietro, una volta convertito, quando dirà Dio ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo”. Questa è la buona notizia che l’ex lebbroso comincia a proclamare ovunque.

da don Paolo FARINELLA :

Al tempo di Gesù, e anche prima di lui, qualsiasi malattia della pelle era considerata lebbra, marchio infamante di esclusione dalla vita, perché poneva in uno stato di grave impurità, rendendo inadatti alla vita cultuale e sociale. La malattia era considerata un castigo di Dio a motivo di qualche peccato: in questo modo i sacerdoti del dopo esilio (sec. V a.C.) se ne servivano per gestire e controllare l’ordine morale e sociale.

Il lebbroso doveva essere segregato, costretto a vivere ai margini dall’abitato. Chiunque lo avvicinava si contaminava gravemente, diventando inabile al culto anche lui. A questo scopo egli portava un campanello che avvertisse a distanza quanti potessero avvicinarsi inconsapevolmente. Inoltre, alla vista di qualcuno nelle vicinanze, doveva gridare per metterlo in guardia: 

«Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento» (Lv 13,45).

È in questo contesto legislativo sui lebbrosi, vigente al suo tempo, che Gesù si muove. Per Gesù la religione non è mai stata decisiva: era importante se esprimeva la vita e aiutava a vivere da persone libere; diventava un impedimento se invece schiacciava la persona con i suoi precetti ossessivi. «E diceva loro: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”» (Mc 2,27-28).

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           V DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – 4 febbraio 2018

GUARI’ MOLTI CHE ERANO AFFETTI DA VARIE MALATTIE

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 1,29-39

[In quel tempo,]

Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

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Per comprendere il brano di questa domenica occorre inserirlo nel suo contesto che è il giorno del sabato, giorno nel quale sono proibiti ben 1.521 azioni. Questo numero nasce dai 39 lavori che furono necessari per la costruzione del tempio di Gerusalemme, dei quali ognuno è suddiviso in altrettanti 39 attività, per un totale di 1.521 azioni. E tra queste c’è la proibizione di far visita o curare gli ammalati.

E subito, usciti dalla sinagoga,…” - nella sinagoga c’è stato l’incidente, Gesù è stato contestato dalla persona con lo spirito impuro - “…andarono nella casa di Simone e Andrea… - che a quanto pare non sono stati al culto in sinagoga - “…in compagnia di Giacomo e Giovanni” - che invece evidentemente erano con Gesù in sinagoga.

Quindi abbiamo due coppie di fratelli, una più osservante, Giacomo e Giovanni, e l’altra a quanto pare meno. Infatti hanno dei nomi di origine greca, Simone e Andrea.

La suocera di Simone era a letto con la febbre”: è una donna, e le donne sono considerate una nullità; per di più è ammalata, per cui è in una condizione di impurità. Una donna in quelle condizioni va evitata. E invece, “e subito…” - immediatamente all’uscita della sinagoga - “…gli parlarono di lei”: è l’effetto della buona notizia che Gesù ha proclamato nella sinagoga, una notizia che non divide gli uomini tra puri e impuri, tra emarginati e non, ma a tutti comunica il suo amore.

Egli si avvicinò e la fece alzare…” - quindi Gesù cerca di curarla - “…prendendola per la mano.”: è proibito! … perché toccare una persona impura significa assumere la sua impurità. Ebbene, Gesù ignora la regola del sabato. Tutte le volte in cui Gesù si è trovato in conflitto tra l’osservanza della legge di Dio e il bene dell’uomo, non ha avuto esitazioni, ha scelto sempre il bene dell’uomo. Facendo il bene dell’uomo si è sicuri anche di fare il bene apprezzato da Dio; spesso per il bene di Dio, per l’onore di Dio, si fa male all’uomo. Quindi Gesù trasgredisce la legge (prende per la mano).

La febbre la lasciò ed ella li serviva” : il verbo adoperato dall’evangelista è lo stesso da cui deriva la parola che tutti conosciamo “diacono”. Chi è il diacono? E’ colui che liberamente serve per amore. Ebbene, questa espressione era già stata usata per gli angeli che, dopo le tentazioni, servivano Gesù nel deserto (Mc 1,13). Quindi Marco equipara il ruolo delle donne a quello degli angeli: sono gli esseri più vicini a Dio. Quindi la donna, considerata l’individuo più lontano da Dio, in realtà - secondo l’evangelista - è la persona più vicina a Dio.

Mentre in casa la necessità di una persona è stata più importante del sabato, in città il sabato è più importante della necessità delle persone. Infatti, “venuta la sera,” - espressione che in Marco è sempre negativa - “dopo il tramonto del sole” - quindi attendono che sia passato il giorno del sabato nel quale è proibito anche visitare e curare gli ammalati - “gli portarono tutti i malati”.

L’evangelista adopera l’espressione “stavano male” ed è un’allusione al profeta Ezechiele, al capitolo 34,4, dove il Signore denuncia i pastori e dice non avete curato quelle pecore che stavano male”. Quindi non si tratta tanto di infermi, quanto di popolo che sta male perché è oppresso dai suoi pastori….;

e gli indemoniati”: indemoniato è colui che è posseduto da uno spirito impuro (confronta quanto spiegato domenica scorsa) e che manifesta abitualmente il suo comportamento; ed è conosciuto per questo.

Tutta la città era riunita…” - letteralmente “congregata”, la radice del verbo è la stessa da cui deriva la parola sinagoga - “…davanti alla porta.”

E’ un momento di grande successo per Gesù: “Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni”. Abbiamo già visto altre volte che liberare, scacciare i demoni significa liberare da ideologie religiose nazionaliste che rendono refrattari o ostili all’annuncio della buona notizia di Gesù;

ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano”: cioè indicano Gesù come il messia atteso dalla tradizione, esattamente come aveva fatto la persona posseduta da uno spirito impuro dentro la sinagoga. Ebbene, Gesù, di fronte a tutta una città che lo sta seguendo ed è pronta a seguirlo, Gesù rifiuta la tentazione del potere e del successo.

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio” - quindi quando mancava la luce - “e uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava” : è la prima delle tre volte nelle quali l’evangelista presenta Gesù in preghiera. E tutte e tre le volte è sempre per una situazione di pericolo o difficoltà per i propri discepoli:

  1. qui prega perché, come vedremo, i discepoli sono esaltati da questo successo di Gesù;

  2. prega dopo la condivisione dei pani quando c’è la tentazione di vedere in Gesù il leader che può risolvere i problemi della società (Mc 6,46);

  3. e infine prega al Getzemani, poco prima della sua cattura. Prega per i discepoli che non saranno capaci di affrontare questo dramma, questo momento (Mc 14,32 sg).

Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce”: l’evangelista adopera la stessa espressione che nel libro dell’Esodo si trova per indicare il Faraone che si mette sulle tracce del popolo ebraico per impedirne l’esodo, la liberazione.

Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano»” : nel vangelo di Marco questo verbo “cercare” è sempre negativo: Gesù non resta a Cafarnao, ma invita a seguirlo, non accetta la tentazione del potere.

E disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là»” : Gesù comincia a predicare, non più a insegnare. Ha insegnato nella sinagoga, dove insegnare significa annunciare qualcosa poggiandosi sui testi della Scrittura, i testi dell’Antico Testamento.

Gesù, dopo il fiasco della sinagoga, non insegna, ma predica: predicare significa annunciare la novità del regno di Dio senza poggiarsi sulla tradizione del passato.

«Per questo infatti sono venuto!»”: qui la traduzione “venuto” non è esatta; sembra che Gesù sia venuto al mondo per questo. No, il verbo adoperato dall’evangelista è “uscire”, cioè, “per questo sono uscito”, per questo ho lasciato Cafarnao, perché non mi limito a Cafarnao, ma devo andare ad annunciare per tutta l’umanità.

E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni” : l’evangelista sembra alludere al fatto che il luogo dove i demoni sono annidati sono proprio le sinagoghe, i luoghi di culto: era l’istituzione religiosa che indemoniava le persone presentando loro un’immagine di Dio completamente deviata da quella che sarà la forma con la quale Gesù presenterà suo Padre.

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IV DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – 28 gennaio 2018

INSEGNAVA LORO COME UNO CHE HA AUTORITA’

Commento al Vangelo di p. Alberto MAGGI

Mc 1,21-28

[In quel tempo,] Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.

Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.

Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Nel vangelo di Marco Gesù per tre volte entra in una sinagoga e ogni volta sarà occasione di conflitto. Il numero tre, secondo il linguaggio simbolico della Bibbia, significa quello che è completo. L’evangelista intende segnalare la completa opposizione tra Gesù, il figlio di Dio che è venuto a liberare il popolo, e un’istituzione che pretende di dominare Dio, ma che in realtà domina il popolo.

  • La prima volta, come vedremo nel brano che adesso esaminiamo, Gesù viene interrotto;

  • la seconda volta i farisei con gli erodiani decidono di farlo morire, perché ha trasgredito pubblicamente il comandamento del sabato,

  • la terza volta, addirittura nel suo paese, a Nazareth, lo prendono per uno stregone. E Gesù si meraviglia della loro incredulità.

Giunsero a Cafarnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga…” - il sabato è il giorno del culto - “…insegnava”: l’evangelista non segnala che Gesù partecipa al culto della sinagoga, ma entra nella sinagoga e immediatamente (subito) si mette ad insegnare.
Ed erano stupiti del suo insegnamento”: l’insegnamento di Gesù stupisce.
Egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. Gli scribi erano laici e, dopo tutta una vita dedicata allo studio, nell’approfondimento della Sacra Scrittura, ricevevano, attraverso l’imposizione delle mani, la trasmissione dello Spirito di Mosè, dello Spirito dei profeti. Da quel momento diventavano i teologi ufficiali del sinedrio e la loro autorità era più grande di quella del sommo sacerdote e dello stesso re.

Dice il Talmud, il libro sacro degli ebrei, che le decisioni e le parole degli scribi sono superiori alla Torah. Erano pertanto il magistero infallibile dell’epoca. L’insegnamento degli scribi era la stessa parola di Dio, anzi era superiore, perché in caso di controversia bisognava credere agli scribi.
Ebbene, mentre Gesù arriva a Cafarnao e si mette a insegnare, la gente è stupita, sente un insegnamento diverso.

Il messaggio di Gesù è la risposta di Dio al desiderio di pienezza di vita che ogni uomo si porta dentro. Il messaggio degli scribi, che poi Gesù denuncerà, in realtà erano precetti d’uomini. Contrabbandavano come insegnamento divino quella che invece era la loro volontà, i loro precetti per dominare il popolo. Già Geremia (8,8) riporta la denuncia del Signore che, rivolto a questi scribi, dice: “Come potete dire ‘noi siamo saggi perché abbiamo la legge del Signore?’ A menzogna l’ha ridotta lo stilo menzognero degli scribi”. Quindi gli scribi, per il proprio potere, per il proprio dominio, per la propria convenienza, hanno deturpato la Legge di Dio. E, come Gesù denuncerà, insegnano precetti di uomini annullando la parola di Dio.

Ebbene, di fronte a questa novità dell’insegnamento di Gesù, che viene accolto con stupore e con meraviglia perché è qualcosa di nuovo, “Ecco”, letteralmente “subito, immediatamente…”: è la stessa espressione che l’evangelista ha indicato al v. 21, nel momento in cui Gesù entra a Cafarnao e si mette ad insegnare. Quindi, appena Gesù si mette ad insegnare, subito “…nella loro sinagoga…”; l’evangelista prende le distanze. La sinagoga non appartiene più alla comunità cristiana.
Vi era un uomo”, quindi un singolo individuo, “posseduto da uno spirito impuro”. Cosa significa “spirito impuro”? Spirito significa forza, energia. Quando questa forza proviene da Dio si chiama “santo”, non soltanto per la qualità, ma per l’attività di santificare, cioè separare l’uomo dalla sfera del male e attirarlo in quella del bene; dalla sfera delle tenebre a quella della luce. Quindi lo spirito, quando proviene da Dio, attrae l’uomo dentro la dimensione divina dell’amore.
Quando questo spirito proviene da forze contrarie a Dio, si chiama impuro perché mantiene l’uomo nella cappa delle tenebre e quindi della morte.
Quindi essere posseduti da uno spirito impuro significa aver dato adesione ad un’ideologia, ad una dottrina che rende incompatibili con l’insegnamento di Gesù.
Cominciò a gridare…”: appena Gesù inizia ad insegnare, subito c’è uno che incomincia a gridare; “…dicendo: «Che vuoi da noi…»”. E’ strano, è una persona singola eppure parla al plurale. E lo chiama “…Gesù Nazareno?”, cioè ricorda la sua origine. Nazareth infatti era il covo dei bellicosi nazionalisti. “«Sei venuto a rovinarci?»” : chi è che Gesù sta rovinando? Chi è che si sente minacciato dall’insegnamento di Gesù? Non certo i presenti che sono stupiti favorevolmente da questo insegnamento, che sentono nelle parole di Gesù come la risposta di Dio al loro desiderio di pienezza di vita. Chi è allora che Gesù sta rovinando con il suo insegnamento? Sta rovinando l’autorità degli scribi, quelli che pretendevano di parlare in nome di Dio. E’ questa la classe che si sente minacciata. E dice: “«Io so chi tu sei: il santo di Dio!»” : il “santo di Dio” è un’espressione che indica il messia che doveva osservare la Legge e imporre l’osservanza di questa Legge. Quindi richiama Gesù a quello che è il suo compito, alla tradizione, alla Legge.
Gesù non entra in dialogo: “E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!»” : nel conflitto tra lo spirito di Dio e lo spirito impuro è il primo ad avere la meglio: E lo spirito impuro, straziandolo…” Perché “straziandolo”? Si tratta di dover riconoscere che l’insegnamento religioso al quale si è aderito da sempre non proveniva da Dio, ma addirittura allontanava da lui; questo causa una profonda lacerazione nella persona: ci hanno insegnato da sempre che certe cose erano sacre e indiscutibili e scoprire che non solo non erano sacre, ma addirittura allontanavano da Dio, questo è lo strazio, la lacerazione profonda.
E, gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore…”: la traduzione CEI traduce con “timore”, ma è stupore, meraviglia. Non è paura, è una sorpresa piacevole; “tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo…»”: non è un nuovo insegnamento che si va ad aggiungere a quello degli scribi, ma un insegnamento nuovo. L’aggettivo “nuovo” adoperato dall’evangelista indica una qualità migliore.
La gente sente nel messaggio di Gesù un’eco nuova, sente nel messaggio di Gesù la parola di Dio che arriva al cuore delle persone. L’insegnamento degli scribi era un insegnamento ripetitivo, teso ad inculcare soprattutto il senso di colpa, l’indegnità delle persone. L’insegnamento di Gesù è l’eco della parola di Dio, è una parola che, se accolta, trasforma la vita delle persone;
«…dato con autorità»”: la gente riconosce che il mandato divino di annunciare la Parola non è degli scribi, ma è di Gesù. Ecco perché l’uomo che aveva aderito alla dottrina degli scribi si sente minacciato e con lui sente minacciata tutta la categoria di questi teologi, e per questo ha detto “sei venuto a rovinarci”. Ecco la rovina. La gente riconosce che nell’insegnamento di Gesù c’è l’autorità divina, c’è il mandato divino. La gente ha capito che Dio non si manifesta nella dottrina imposta dagli scribi, ma nell’attività liberatrice di Gesù.
«Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!»” : l’evangelista indica che la liberazione dalla dottrina degli scribi è ormai iniziata; infatti “la sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea”: l’annuncio di Gesù ormai dilaga. Questa proposta di pienezza di vita viene fatta propria dalle persone che l’attendevano con ansia.

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III DOMENICA delTEMPO ORDINARIO – 21 gennaio 2018

CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

Domenica scorsa abbiamo vissuto e sperimentato la «chiamata» di due discepoli del Battista, come prolungamento dell’incarnazione del Lògos di cui sono i testimoni accreditati: «Venite e vedrete. Andarono e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39).

Cercare … andare … vedere … abitare … fermarsi …: sono verbi che formano il vocabolario del discepolo, del testimone e in primo luogo del testimone per eccellenza che è il Lògos, la chiave del senso della vita.

In greco il termine Lògos è tradotto con «Verbo / Parola», ma è riduttivo: significa più ampiamente «ragionamento/ discorso/ motivazione/ ragione» e anche “senso/ spiegazione”.

Nel Vangelo vi sono i primi apostoli, chiamati a coppie di fratelli (come in Gv), quasi a dire che Dio «pesca» dove le relazioni umane sono profonde e autentiche. Egli non cerca solitari individualisti, ma persone «esperte di umanità» che sappiano aiutare i loro contemporanei a valutare con sapienza i criteri per le scelte della vita. (cfr Paolo VI, Discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965).

Mc 1,14-20

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.

Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

L’evangelista Marco denuncia la stupidità del potere! Ogniqualvolta il potente crede di soffocare una voce di denuncia il Signore ne suscita una ancora più forte. E’ quello che ci scrive Marco 1,14. Ricordiamo che ciò che sembra cronaca nei vangeli non è mai cronaca, ma messaggio!

Dopo che Giovanni fu arrestato” (letteralmente ‘consegnato): è l’indicazione del primo conflitto tra il potere e un inviato di Dio; ma ogni volta Dio suscita una voce ancora più forte;

“…Gesù andò nella Galilea…”: Gesù incomincia la sua predicazione nella regione lontana dall’istituzione religiosa giudaica, lontana da Gerusalemme e dal Tempio, in una regione che è a contatto con i pagani dove la mentalità poteva essere un poco più aperta…

“…proclamando il vangelo di Dio”, cioè annunciando la buona notizia di Dio: Dio è completamente diverso da come i sacerdoti l’avevano presentato: non è un Dio che chiede, ma un Dio che dà. Non è un Dio che castiga, ma un Dio che perdona, non è un Dio buono, ma esclusivamente buono. Questo è il contenuto della buona notizia del vangelo di Dio che Gesù proclama: Dio è amore e il suo amore viene offerto in maniera incondizionata ad ogni persona.

E diceva: «Il tempo è compiuto»”: per esprimere il tempo l’evangelista adopera un termine – kayròs - che significa l’occasione propizia, l’occasione da prendere al volo perché poi rischia di non ripresentarsi.

«…e il regno di Dio è vicino»”: per Regno di Dio si intende la signoria di Dio.

Nella nuova relazione con Dio che Gesù propone, quella con il Padre, non c’è più una Legge, non viene più considerato come un valore un codice esterno all’uomo che l’uomo deve osservare, ma c’è l’accoglienza e la pratica di un amore simile al suo. Il Dio di Gesù non governa gli uomini emanando leggi che questi devono osservare, ma comunicando loro interiormente la sua stessa forza, il suo stesso Spirito che li rende capaci di amare generosamente come da lui si sentono amati.

Convertitevi e credete nel Vangelo: per far sì che il Regno di Dio diventi realtà, c’è bisogno di una decisione da parte dell’uomo, questa decisione si chiama conversione. L’evangelista non adopera il verbo convertire nel senso di indicare un ritorno moralistico alla religione, a Dio, ma indica un cambio di mentalità che incide profondamente nel comportamento, una rinuncia all’ingiustizia e l’orientamento della propria esistenza al bene degli altri. Questa è la conversione alla quale Gesù chiama, alla quale Gesù invita, perché il regno di Dio diventi realtà.

Il regno di Dio in questo vangelo è una società alternativa, una società dove anziché il salire vale lo scendere, dove anziché comandare vale il servire e soprattutto dove anziché l’accumulo dei beni vale la condivisione. Allora per far questo ci vuole una conversione, un cambiamento di rotta.

Gesù invita ad accettare questa proposta, a credere in questa buona notizia: che Dio governa gli uomini e che è possibile una società alternativa.

Ma Gesù per fare questo ha bisogno della collaborazione degli uomini. Ecco perché “passando lungo il mare di Galilea”. Qui l’evangelista parla di mare di Galilea, che in realtà è un lago. Perché? Perché il mare era il confine con la terra pagana e soprattutto perché gli ebrei hanno dovuto varcare il mare per entrare nella Terra Promessa. Quindi l’evangelista amplia l’orizzonte del messaggio di Gesù, che non è rivolto soltanto alla Galilea, ma è rivolto a tutto il mondo pagano.

“…Vide Simone e Andrea; sono due nomi di origine greca, quindi indicano una comunità mentalmente più aperta. “…mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro di me»”: questo sarà l’invito che Gesù continuamente farà risuonare nel vangelo, ieri e ancora oggi: invito ad andare dietro di lui, perché lui sa come realizzare questa società alternativa che è il regno di Dio;

«…vi farò diventare pescatori di uomini»”: il riferimento dell’evangelista è al capitolo 47 di Ezechiele dove vengono presentate coppie di fratelli che ricevono la terra promessa. Quindi il regno di Dio è una realtà che adesso già sta emergendo attraverso la chiamata dei fratelli.

Ma perché Gesù li chiama a diventare pescatori di uomini? Gesù non li invita ad essere pastori, non li invita ad essere guide, non li invita ad essere maestri, ma ad essere pescatori. Qual è il significato? Pescare un pesce significa tirarlo fuori dal suo habitat naturale, in concreto significa dargli la morte. E lo si fa per il proprio interesse, si pesca per un proprio beneficio.

Pescare gli uomini: significa per similitudine tirarli fuori dall’acqua, cioè tirarli fuori da un ambiente che dà loro la morte, perché l’acqua è un ambiente ostile all’uomo, un ambiente nel quale l’uomo può perire. E non lo si fa per un proprio interesse, ma per l’interesse degli altri. Questa è la conversione. La conversione alla quale Gesù invita è: mentre fino ad ora hai vissuto per il tuo interesse, adesso vivi per l’interesse degli altri; mentre fino ad ora hai pescato per te, adesso pesca per gli altri, per comunicare vita agli altri.

Gesù invita a collaborare alla sua azione nel proporre e praticare concretamente uno stile di vita diverso per rendere possibile una società alternativa, quella che viene chiamata regno di Dio. E la prima azione che si fa è quella di togliere gli uomini da ciò che può dar loro la morte. Se ciò che dà la vita è la rinuncia al proprio interesse, quello che dà la morte è vivere esclusivamente centrati sul proprio interesse, sulla convenienza. E gli acerrimi nemici di Gesù saranno proprio coloro che sono centrati sulla propria convenienza, sul proprio interesse.

E subito lasciarono le reti e lo seguirono”: quindi immediatamente questi personaggi, questi primi discepoli, accolgono l’invito.

E Gesù continua: Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello… E questa volta si rivolge a due fratelli che hanno nomi ebraici; sono Giacomo e Giovanni, quindi più attaccati alla tradizione, e saranno quelli che nel vangelo poi mostreranno delle difficoltà nel seguire Gesù. “Ed essi lasciano il padre Zebedeo sulla barca con i garzoni e andarono dietro di lui”. Quindi l’intento di Gesù è di chiamare persone che con lui collaborino facendosi portatori di vita a quanti vivono in un habitat di morte.

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II DOMENICA delTEMPO ORDINARIO – 14 gennaio 2018

VIDERO DOVE DIMORAVA E RESTARONO CON LUI

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

 Gv 1,35-42

(In quel tempo)

(L’indomani) Giovanni stava (ancora là- al di là del Giordano) con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.

Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete».

Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù.

Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

*

Nel libro dell’Esodo, nel capitolo 12, si descrive la Pasqua, la liberazione degli ebrei dalla schiavitù egiziana. In questo capitolo Dio comanda, attraverso Mosè, ad ogni famiglia israelita, di prendere un agnello, ucciderlo e mangiarlo. Perché? La carne dell’agnello avrebbe trasmesso l’energia per iniziare questo cammino di liberazione verso la terra della libertà e il sangue li avrebbe preservati dal passaggio dell’angelo sterminatore che avrebbe seminato la morte. L’evangelista Giovanni tiene molto presenti queste linee teologiche per presentare la figura di Gesù.

“Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo …” – l’indomani  - indica ancora una datazione, siamo al terzo giorno nel racconto – stava ancora al di là del Giordano, il luogo dove rimarrà finché Gesù non inizierà la sua missione….

Il verbo fissare” nel vangelo di Giovanni appare soltanto due volte e unicamente in questo episodio. Fissare significa penetrare la realtà più profonda di un individuo. Qui Giovanni Battista fissa, cioè svela la realtà più profonda di Gesù e poi, alla fine del brano, sarà Gesù che fisserà Simone, svelandone la realtà più profonda.

“…su Gesù che passava disse: “Ecco l’agnello di Dio!”:  ecco l’agnello che Dio ha mandato al suo popolo. L’invito rivolto ai due discepoli ricorda che Giovanni aveva già annunciato che viene colui che gli passerà davanti (v. 30) per iniziare la sua attività.

L’agnello di Dio è l’agnello che gli ebrei dovevano mangiare la notte della Pasqua quando cominciava la liberazione dalla schiavitù egiziana. La carne dell’agnello avrebbe dato la forza per iniziare questo cammino verso la libertà, il sangue li avrebbe salvati dalla morte. Ebbene, annunciando Gesù come l’agnello di Dio, Giovanni Battista annuncia la nuova Pasqua di liberazione di Dio dalla schiavitù e dalle tenebre: la carne di Gesù darà la capacità, la forza, l’energia per iniziare questo cammino di pienezza verso la liberazione. E il sangue non libererà dalla morte fisica, ma libererà dalla morte per sempre; per questo conferirà una vita che è chiamata “eterna” non tanto per la durata (per sempre), quanto per la qualità indistruttibile: il sangue dell’agnello trasmetterà all’uomo la stessa vita divina.

Ebbene, “I suoi due discepoli, sentendolo parlare così, lo seguirono”:  inizia questo processo di liberazione. Gesù è indicato come l’agnello e i primi discepoli lasciano Giovanni il Battista e seguono Gesù: il verbo usato – lo seguirono - è un verbo tecnico che indica l’intenzione di vivere con il maestro e di accogliere il suo messaggio.  Lo seguono perché dentro di sé sentono questo bisogno di pienezza di vita, di liberazione.

Infatti “Gesù, - che va incontro ai desideri degli uomini - vedendo che questi lo seguono, si voltò, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “che cosa cercate?”: Gesù non chiede “Chi cercate”, ma “che cosa cercate”. Se cercano pienezza di vita, se cercano la risposta al proprio desiderio di vita, di felicità, possono andare, ma se cercano titoli, onori, potere e ricchezze inevitabilmente rimarranno delusi dalla figura di Gesù.

Gli risposero: “Rabbì” – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori? Gesù disse loro: “Venite e vedrete”:

A quell’epoca i discepoli vivevano sempre, giorno e notte, con il proprio maestro. Quando i discepoli gli domandano dove dimora, Gesù non risponde indicando un luogo; il luogo dove Gesù dimora non può conoscersi per una informazione, ma per una esperienza, perché Gesù dimora nella pienezza della sfera dell’amore divino. Infatti dice: “«Venite e vedrete»”: non è uno spazio, ma una dimensione, non dà un’informazione, ma li invita a fare un’esperienza, perché – ed è caratteristico del vangelo di Giovanni - Gesù dimora nella dimensione fedele di Dio.

Gesù in questo vangelo è stato indicato come “il verbo, la parola di Dio che ha messo la tenda in noi, dimora in noi”, quindi andare verso Gesù significa entrare nella dimensione dell’amore di Dio. E’ lì che lui vuole attrarre gli uomini per farli diventare essi stessi espressione di questa fedeltà dell’amore di Dio.

Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui : è l’inizio di una tappa di fusione tra Gesù e i suoi discepoli. Ora sono i discepoli che chiedono di andare a dimorare con Gesù, ma poi sarà Gesù, (capitolo 14,23) che chiederà ai discepoli di dimorare in loro. Gesù dirà: “A chi mi ama, io e il padre mio verremo in lui e prenderemo dimora in lui”, renderà ogni persona santuario visibile dell’amore di Dio.  Quindi c’è una fusione tra i discepoli e Gesù - il tema conduttore di questo vangelo – per diventare un’unica realtà che esprima la manifestazione di Dio.

L’evangelista sottolinea che erano circa le quattro del pomeriggio (= l’ora decima): ogni indicazione che troviamo nei vangeli non è superflua, ma ha un profondo significato: il giorno aveva dodici ore, quindi sta per finire il giorno e sta per iniziare quello nuovo, quello della nuova realizzazione del progetto di Dio sull’umanità.

L’evangelista sottolinea che “uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.

E chi è l’altro dei due? L’altro è anonimo in tutto il vangelo, non viene mai identificato, un personaggio controverso, del quale vedremo l’evoluzione soltanto alla fine del vangelo di Giovanni. Infatti il brano che segue è in stretta relazione con il capitolo di Giovanni. E’ il modello di discepolo, è quello che segue sempre Gesù, gli è intimo nella cena, disposto come lui a mettersi a servizio degli altri, e per questo è presente presso la croce di Gesù non per consolare il suo maestro, ma dichiarandosi disposto a finire in croce anche lui e sarà il primo che lo sperimenterà risuscitato.

Uno dei due era “Andrea, fratello di Simon Pietro”. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Andrea cerca suo fratello Simone e “gli disse: «Abbiamo trovato il messia»”: stranamente non c’è nessuna reazione da parte di Simone. Né una sorpresa, né la meraviglia, nulla, il silenzio totale. E addirittura, scrive l’evangelista che Andrea lo deve condurre da Gesù, come se fosse un pacco. Non c’è nessuna iniziativa da parte di Simone, è completamente passivo.

E con i primi discepoli che seguono Gesù inizia una nuova realtà. L’evangelista sottolinea che Andrea comparirà ancora due volte in questo vangelo, insieme a Filippo, nell’episodio della condivisione dei pani e quando dei greci chiederanno di vedere Gesù.

Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni”: Gesù svela la realtà più profonda di questo Simone . Così come Giovanni Battista aveva fissato lo sguardo su Gesù - e abbiamo detto che fissare significa penetrare e svelare la realtà profonda dell’individuo - ugualmente Gesù fissa lo sguardo su Simone e gli dice: “«Tu sei Simone il figlio di Giovanni»”.

L’articolo determinativo significa “il figlio unico”. Quindi Giovanni non può essere il nome del padre di Simone, in quanto Simone ha un fratello di nome Andrea. Giovanni allora non può essere il nome del padre di Simone e di Andrea.

Cosa vuol dire allora il figlio di Giovanni”? E chi è questo Giovanni? E’ Giovanni Battista. Anche Simone era discepolo di Giovanni Battista, anzi era il discepolo ideale, per questo Gesù lo chiama “il figlio”: ponendo l’articolo determinativo. Era il discepolo modello di Giovanni Battista.

E Gesù, fissandolo - quindi svela la realtà più profonda - dice: “Sarai chiamato Cefa”, che significa Pietro”: Pietro indica la durezza, la cocciutaggine, la testardaggine. Per ora questo soprannome legato a Simone rimane misterioso, ma andrà svelandosi lungo tutto il vangelo perché vedrà sempre questo discepolo essere contrario, essere in opposizione a quello che Gesù farà. Gesù non cambia il nome a Simone, ma dice che sarà chiamato Pietro e questo nome verrà acquistando significato lungo tutto il vangelo. Per adesso sappiamo che Gesù, chiamandolo Pietro, identifica la profonda realtà di Simone.

È un espediente letterario dell’evangelista che, tutte quelle volte che questo discepolo è in sintonia con Gesù – praticamente quasi mai –, lo presenta col suo nome Simone; quando tentenna tra fedeltà e opposizione, al nome Simone aggiunge il soprannome Pietro; quando è in contrasto, in opposizione o in contraddizione rispetto a Gesù, soltanto con il soprannome negativo Pietro, che vedrà la sua soluzione verso la fine del vangelo, quando Gesù per tre volte si rivolgerà a Simone chiamandolo “Simone di Giovanni”: significa che è rimasto ancora il discepolo di Giovanni. E, stranamente, in questo vangelo, Gesù non invita Simone a seguirlo. L’evangelista scrive che Gesù sa quello che c’è nel cuore degli uomini. Soltanto alla fine del vangelo Gesù finalmente dirà a Simone: “Tu segui me!”.

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