Peter Maass “Love Thy Neighbor: A Story Of War”

Peter Maass “Love Thy Neighbor: A Story Of War”

“L’indifferenza, per me, è la personificazione del male.” Elie Wiesel, sopravvissuto ad Auschwitz.

Sono passati pochi giorni dalla Giornata della Memoria, una data che ci ricorda l’importanza di conoscere il passato affinché ciò che non doveva essere, ma è stato, non accada mai più. Una celebrazione dal grande impatto emotivo che onora le vittime dell’Olocausto non solo rievocando i nomi e i volti di chi ha subìto una delle più grandi tragedie della storia dell’Uomo, ma dando un senso alla loro morte proprio per cancellare l’intento di chi quella ingiustizia l’ha perpetrata, cioè privare un Popolo della possibilità di lasciare qualcosa di sé stessi, della propria cultura, alle future generazioni. Ciò che può essere ricavato da quel sacrificio è un monito: non dimenticare.
Un insegnamento che, grazie anche alle testimonianze dei sopravvissuti, ha portato i vari governi e le Istituzioni mondiali a fare una promessa: “Never Again”. Un impegno sacro affinché l’orrore non si ripeta mai più, una responsabilità che i potenti hanno nei confronti dei più deboli e degli indifesi, un dovere che spinge all’azione laddove ci sia la possibilità che un popolo venga perseguitato ancora, fondato sulla massima “perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”.
L’ONU in particolare, come massima organizzazione mondiale, si è fatto carico di questa missione, perché la vita come la libertà di ogni persona a questo mondo è sacra, e non agire quando esse vengono messe in pericolo equivale a essere complici.
Eppure, nonostante tutte le parole spese dai vari membri dei governi di tutto il mondo, tragedie come quella avvenuta durante la seconda guerra mondiale si sono ripetute e continuano a ripetersi.
È il caso che viene narrato in questo libro da Peter Maass, un reporter americano inviato dal proprio giornale a seguire la guerra in Bosnia all’inizio degli anni ‘90. Maass lavora nei Balcani per svariati mesi, cercando di farsi raccontare la vita durante la guerra ma anche per capire quali siano le cause che l’hanno scatenata, sia da persone comuni, sia dalle più alte cariche dei governi e dell’esercito. Di entrambi gli schieramenti. Quello che ne emerge è una profonda immersione nella verità, anche se essa viene raccontata diversamente dai governi degli altri Paesi. Non occorre molto tempo al giornalista per capire che la versione ufficiale, quella che vede in atto una guerra civile tra due paesi una volta uniti nella Jugoslavia di Tito, è una bugia colossale portata avanti dall’Onu per coprire le proprie responsabilità in una mancata risposta efficace e veloce a una crisi internazionale che è sfuggita di mano a chi aveva i mezzi per fermarla prima che essa avesse luogo. La verità che chi è sul campo può percepire facilmente è che la Serbia ha invaso la Bosnia senza essere provocata, con il solo intento di annettere un territorio al proprio Paese e allo stesso tempo soddisfare le manie ultranazionalistiche del presidente Milošević. Ancora una volta un despota, attraverso la propaganda che vede nella maggioranza musulmana della Bosnia una minaccia per i Serbi, indirizza il malcontento di un Paese verso un nemico esterno distogliendolo dai veri problemi interni e portando la massa a credere talmente tanto in questa bugia da creare quello che Maass chiama “la Bestia”. Uomini normali che una volta entrati nell’esercito regolare e in milizie irregolari nei cui ranghi appaiono anche serbi-bosniaci si trasformano in esseri capaci di perpetrare le più malvagie delle azioni nei confronti di chiunque ha la sola colpa di appartenere a un Popolo che fino ad allora conviveva pacificamente con le altre culture presenti in Bosnia, e la cui religione islamica era un’eredità culturale presente dai tempi degli Ottomani ma la cui pratica era piuttosto sporadica e superficiale. Stupri di massa, campi di concentramento, uccisioni efferate nei confronti di persone indifese, sequestro di tutte le proprietà comprese le case; le vittime sono donne, bambini, anziani che vengono prelevati dai loro villaggi e portati a morire quando non sono uccisi sul posto. Alla banalità del male dei nazisti si aggiunge una nuova dimensione: molto spesso capita che le vittime riconoscano il proprio carnefice nel vicino che fino a poco tempo prima viveva nello stesso villaggio e con cui condividevano la quotidianità di una vita tranquilla.
Di fronte a questa insensata tragedia l’ONU e le nazioni più potenti della Terra decidono di reagire inizialmente con un embargo delle armi che in realtà ha l’unico effetto di danneggiare gli stessi bosniaci, che non hanno un arsenale vasto come quello in possesso del esercito serbo per cui l’impossibilità di accrescerlo rende impari la lotta con l’invasore, che a quel punto ha gioco facile nell’attaccare una Nazione praticamente indifesa. Le truppe mandate dalle Nazioni Unite hanno il solo scopo di portare approvvigionamenti d’emergenza e proteggere gli emissari inviati a cercare una tregua, ma nella realtà assistono ai massacri perpetrati a pochi passi e sotto i loro occhi, impossibilitati a intervenire perché chi prende le decisioni non vuole immischiarsi in quella che viene ritenuta una disputa in cui entrambe le fazioni hanno le stesse colpe. La volontà di non agire restando il più possibile neutrali è un atteggiamento che l’ONU e gli USA manterranno per tutta la durata del conflitto e che si rifletterà nelle soluzioni diplomatiche proposte la cui validità rasenta l’assurdo: dividere la Bosnia in diversi territori in cui collocare le diverse popolazioni. Soluzioni che riflette la valutazione errata dei motivi scatenanti della guerra, ovvero una guerra civile tra due popoli incapaci di vivere pacificamente a causa delle diverse culture e che forse nasconde una presa di posizione contro la cultura musulmana considerata estranea e dunque nemica del mondo occidentale. Un Paese musulmano non può esistere in Europa, e proprio per questo nel cuore di Essa viene lasciata accadere una tragedia a pochi anni di distanza da quella che i Paesi di tutto il mondo avevano giurato che non avrebbero permesso succedere mai più. In Bosnia è andata perduta una grande lezione su come diversi popoli e diverse culture possano convivere pacificamente senza perdere la propria identità, ma anzi accrescendola attraverso l’incontro e la mescolanza di conoscenze e di momenti in cui condividere la propria umanità.
Quello che traspare nel libro non è solo il personale racconto del giornalista delle sofferenze e del dolore provato dalle vittime innocenti che, come in ogni guerra, devono affrontare la paura, l’esodo dalle proprie terre, la perdita di persone care e dei ricordi che non se ne andranno mai, ma anche un duro attacco a chi aveva il potere d’impedire che tutto ciò accadesse e non ha fatto niente. Questo libro, come ogni altro che racconti una tragedia simile, ha ancora una volta la capacità di imprimere nella memoria collettiva una dura lezione: le parole non bastano, chi ha le possibilità deve agire per impedire il Male. È successo ancora, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e non solo in Bosnia: in Africa ci sono stati e ci sono ancora genocidi che passano sotto il silenzio del ipocrisia mondiale, un silenzio che lascia vincere i prepotenti e fa morire gli innocenti. Eppure i mezzi per fermare queste disgrazie ci sarebbero, basterebbe la volontà dei potenti. Per farlo però, bisognerebbe però aver imparato le numerose lezioni che la Storia ci ha lasciato.

“Love Thy Neighbor: a story of war”
Peter Maass
Vintage books edition, marzo 1997

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