Habari yako? Come va?

Habari yako? Come va?

Habari za asubuhi, mimi ninaitwa Gabriele na nimefurahi sana kufanya kazi hapa pamoja na ninyi!”.

Una frase semplice, che ho ripetuto molte volte in queste prime settimane di inserimento e conoscenza delle comunità locali di Iriamurai e Mutuobare. Parole che, tradotte in italiano, suonano più o meno come: ”buongiorno, sono chiamato Gabriele (in forma passiva, geniale!) e sono molto felice di lavorare qua con voi”. Niente di più. Eppure, lo stupore che essa genera mi colpisce ogni volta. Infatti, non è una cosa comune che un bianco parli una lingua locale, una lingua come lo Swahili, molto diffusa in Africa orientale, ma di scarso rilievo in ambito internazionale.

In Kenya, poi, è piuttosto semplice per noi occidentali comunicare, visto che tutti qui conoscono l’inglese, dal vecchio alla bambina. Non si presenta quindi la necessità di conoscere l’idioma del posto. Nonostante ciò, però, conoscere una lingua locale permette di entrare in una diversa intimità con la comunità, concede di vedere alcuni piccoli particolari culturali che altrimenti una lingua veicolare non metterebbe in luce.

Prendiamo i saluti ad esempio: il repertorio qui è vastissimo, si può andare da un semplice “hujambo?” (come va?), ad un “umeankaje?” (come ti sei svegliato?) ad un “habari za familia yako?” (notizie dalla tua famiglia?), e così via. Esistono infinite modalità per approcciare con qualcuno, per interessarsi a lui o lei anche senza essere necessariamente conoscenti. Ma ancor più affascinante è la risposta, sicura come la morte, qualunque sia la tua vera situazione in quel momento: “nzuri sana” (tutto bene). E questo è contagioso, perché alla fine risulta impossibile anche a te, seppur di un’altra cultura, rispondere in maniera diversa. Sarà che forse qui alcune costruzioni linguistiche diventano filosofia di vita, come il mantra “hakuna shida” (nessun problema), modalità di risposta di fronte a qualsiasi imprevisto/problema ti si ponga davanti. Come a voler sottolineare che tutto è risolvibile, tutto si può aggiustare, magari “pole pole” (piano piano), ma alla fine si giungerà al risultato.

Questi sono solo brevi e semplici esempi che mostrano come lingua e cultura si mescolino, di quanto siano strettamente legate fra loro e di come queste possano apparire stravaganti agli occhi di chi non le conosce. Mi reputo estremamente fortunato a poter condividere parte di questo linguaggio con la comunità locale, e spero, ogni giorno, di poter migliorare in questo processo, così da avvicinarmi sempre di più all’imperscrutabilità di questo mondo.

Gabriele

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