Lo sviluppo sostenibile cambierà il volto delle nostre città?

Lo sviluppo sostenibile cambierà il volto delle nostre città?

Oasis d’Aboukir Parigi Francia

“Una città non si misura dalla sua lunghezza e larghezza, ma dall’ampiezza della sua visione e dall’altezza dei suoi sogni.” Herb Caen

3,5 miliardi di persone, il 55% della popolazione mondiale: questa, secondo un rapporto dell’Onu pubblicato nel 2018, è la percentuale di persone che vivono nei centri urbani. Un numero destinato a salire, secondo le previsioni, fino a raggiungere il 70% entro il 2050. È evidente dunque che le città assumono un ruolo di centrale importanza nello sviluppo mondiale; in particolare il modo di progettarle e la concezione stessa che abbiamo di esse rappresentano una delle sfide più decisive che ci troveremo ad affrontare nel prossimo futuro. Una sfida che è stata accolta dalle Istituzioni mondiali: l’ONU, infatti, ne aveva già capito l’importanza nel 1976, quando a Vancouver si riunì per iniziare un percorso che ha portato nel 2016 a lanciare la NEW URBAN AGENDA , e a inserire il tema in uno dei 17 obiettivi dell’AGENDA 2030, mentre l’Unione Europea ha lanciato, con il Patto di Amsterdam del 2016, l’Urban Agenda, che si propone di raggiungere 12 obiettivi attraverso il perfezionamento della legislazione attuale e un miglior uso dei Fondi Europei, insieme a una serie di iniziative parallele come l’Urban Innovative Actions.

Obiettivo 11: interconnessione con gli altri obiettivi

Diverse campagne per un’unica visione: la città come un organismo efficiente, funzionale, senza sprechi di spazio e di risorse, che promuova la partecipazione, la socialità e includa tutti; un organismo vivente che si evolve in continuazione ma che nel farlo, abbia sempre come priorità la qualità della vita delle persone che la abitano, e non solo, perché non è un sistema isolato, ma fa parte di un corpo più grande, e come tale deve ricercare l’armonia con la realtà che lo circonda per potersi veramente definire sano e completo.
Oggi le città “soffrono” di diversi mali: l’inquinamento, la mancanza di spazio, di opportunità educative e lavorative, l’isolamento sociale, il senso di estraneazione, l’incremento della povertà e la disuguaglianza economica.

Città del Messico: una città affollata e inquinata

Affrontare questi temi significa capire l’interdipendenza tra i vari servizi e spazi di una città, e tra la città e il mondo, parlando appunto di organismo inteso come un sistema di cui la progettazione debba tenere in considerazione un insieme complesso di bisogni, e allo stesso tempo soppesare le conseguenze su scala globale; visto che la maggior parte degli esseri umani vive nelle città, sono esse ad avere un maggior peso sulle questioni mondiali, in particolare l’impatto sull’ambiente, in maniera diretta e indiretta.
Un approccio interdisciplinare è l’unico modo di lavorare sugli obiettivi e sul loro legame in maniera efficiente e diventa necessaria una visione complessiva che li colga tutti nel loro insieme: accessibilità, sostenibilità, sicurezza, inclusione e partecipazione.
Gli alloggi devono essere accessibili ma devono anche essere costruiti per avere la massima efficienza energetica in modo da ridurre l’impatto ambientale. Impatto ambientale che si può diminuire rendendo i mezzi pubblici più sostenibili, ma anche promuovendo la mobilità “ green” con infrastrutture adeguate e incentivi economici o ottimizzando la gestione dei rifiuti.

Seoul: esempio di integrazione del verde nella città

La sicurezza si può ottenere nella circolazione stradale o costruendo edifici resistenti alle calamità naturali, ma anche migliorando la qualità della vita, eliminando i ghetti/quartieri poveri/slums, che è anche un modo per favorire l’inclusione. Inclusione che si può raggiungere promuovendo la partecipazione dei cittadini alle attività municipali attraverso la creazione di eventi culturali, artistici che favoriscano la socialità e rendano la città più viva. Una città deve essere anche più bella; abbiamo già detto in un precedente articolo come una forte presenza naturale abbia effetti positivi sull’umore delle persone, ma anche gli edifici sono importanti da questo punto di vista: una serie di edifici troppo ordinati e tutti uguali crea un senso di estraneazione, un quartiere caotico e poco curato provoca disinteresse e sfiducia. Un quartiere però deve essere anche funzionale: la qualità e la quantità di servizi accessibili a tutti riduce la criminalità e le situazioni di disagio economico/sociale. Per potenziare il sistema dei servizi però lo spazio deve essere utilizzato in maniera efficiente, senza sprechi di spazio; per esempio eliminando i cosiddetti “buchi neri” (edifici abbandonati e in rovina), che una volta recuperati darebbero la possibilità ai cittadini di partecipare alla scelta di che utilizzo farne, oltre che eliminare un problema estetica (e Trieste, come quasi tutte le città, non fa eccezione da questo punto di vista: diversi sono i “buchi neri” nella nostra città che ad oggi sono puri “fantasmi” di ciò che potrebbero essere).
In tutto il mondo sono state o verranno lanciate tantissime iniziative che riuniscono nel processo di pianificazione e realizzazione esperti del settore, esponenti della politica locale e semplici cittadini desiderosi di intraprendere un grande cambiamento. Sono nate collaborazioni tra città anche di diversi paesi per raggiungere gli stessi obiettivi e stanno avvenendo diversi incontri di informazione, formazione o brain storming in tutte le parti del mondo. Un terreno fertile in cui molti giovani di diversi settori (dall’architettura alla biologia passando per il design) hanno la possibilità di applicare le proprie fresche conoscenze e in cui i cittadini hanno l’occasione di far sentire la propria voce e cambiare la realtà locale.
Dalla fase di pianificazione all’esperienza vera e propria il coinvolgimento dei diretti interessati è sempre maggiore, e da esso nasce una comunità sempre più attiva e partecipe, ma anche più socievole.
Questo concetto si può vedere chiaramente nel cohousing, un’esperienza nata già negli anni 60 e che mira a una condivisione degli spazi, che sia una singola casa o un complesso abitativo, finalizzato a favorire la socialità, l’inclusione e la partecipazione attiva degli abitanti alle decisioni della comunità. Le persone che scelgono di parteciparvi progettano, assieme a dei facilitatori esperti, il luogo in cui andranno ad abitare; in seguito tutte le scelte vengono intraprese democraticamente. Oltre a creare una rete sociale e solidale, che promuova la collaborazione e crei stretti legami, il cohousing è anche un sistema utile per diminuire i costi della vita e l’impronta ecologica. L’idea del cohousing si è sviluppata fino ad arrivare all’ecovillaggio, di cui un esempio è l’Ecoblock Project di Oakland, California, un intero quartiere completamente autosufficiente per ciò che riguarda la produzione di energia (derivata da fonti rinnovabili) di cibo (grazie alle ecofarm) che minimizza gli sprechi e all’interno del quale ci si può spostare solo con mezzi ecologici.

In Italia il cohousing si è diffuso già da alcuni anni, vari progetti esistono o vedranno la luce in un prossimo futuro.
Un progetto che ha avuto un gran successo è per esempio il Co-City di Torino, che a partire dal 2012 ha riqualificato una serie di edifici sparsi per tutta la città creando otto Case di Quartiere, spazi pubblici che offrono ai cittadini momenti d’incontro come eventi culturali, artistici, d’intrattenimento, laboratori, corsi di formazione, coinvolgendo un numero altissimo di persone a cui viene data la possibilità di partecipare attivamente a tutte le fasi del progetto e a una serie di attività che hanno contribuito a creare un’ esperienza dal grande impatto sociale e dalla grande vitalità.

momento d’incontro nella casa di quartiere di Torino

A Milano sono già attive varie esperienze di cohousing e altre ne stanno per nascere, cosi come nel resto d’ Italia; a Bologna il progetto Salus Space, vincitore di un bando UIA, ha come obiettivo la riqualificazione di un area dismessa in cui possa nascere, grazie alla collaborazione tra il Comune e la cittadinanza attraverso i “laboratori di quartiere”, un polo che abbia alloggi temporanei e un ostello per ospitare famiglie, immigranti e studenti con spazi dedicati al cohousing, ma anche tutta una serie di servizi e spazi comuni come un centro studi, uno spazio dedicato al coworking, un teatro all’aperto, un ristorante, vari spazi dedicati allo svago e alle attività culturali e gli orti didattici, oltre che a un centro civico in cui abitanti del quartiere e gli stakeholder locali possano incontrarsi per pianificare altri progetti futuri.

Uno degli obiettivi più interessanti del progetto mira a una produzione di prodotti agricoli a km zero non solo per soddisfare le necessità del quartiere ma anche per una vendita all’esterno, seguendo i principi di sostenibilità ambientale. A Milano il quartiere di Cascina Merlata è stato profondamente rinnovato per creare un social house village contornato da un grande parco urbano, diverse scuole e un centro commerciale; anche qui si è voluto dare grande importanza all’impatto sull’ambiente, infatti Cascina Merlata è un quartiere a zero emissioni basato sull’efficienza energetica delle abitazioni.

A Latina l’Urban Innovative Action ha finanziato un progetto che mira a creare una grande aree verde urbana nella quale inserire un Parco Produttivo orientato alla ricerca e la produzione di Nature Based Solutions (tecniche sperimentali idrocoltura, uso di piante e alberi per combattere il riscaldamento del suolo e l’inquinamento dell’aria nelle città ecc.) che poi potranno essere vendute tramite la formazione ad hoc di alcune aziende sociali che daranno lavoro ai residenti di zona.

Molte di questi progetti hanno come comune denominatore la partecipazione attiva della cittadinanza; fattore che è ritenuto essenziale nel nuovo urbanismo, e che è possibile ritrovare nel progetto Microaree di Trieste: spazi comuni in diversi quartieri in cui “ vengono organizzati momenti di aggregazione e attività socio ricreative rivolte ai residenti, con particolare attenzione alle persone fragili, volti a favorire e sviluppare nei quartieri una comunità più coesa e solidale” e altri obiettivi come la tutela della salute e la prevenzione del disagio sociale, oltre che occasionali eventi di animazione territoriale.
Non solo in Italia ma in tutto il mondo stanno nascendo progetti simili indirizzati verso diversi obiettivi (spesso più di uno) come l’inserimento di aree verdi all’interno della città, l’inclusione degli immigrati, l’abbattimento della povertà e la riduzione dell’impatto ambientale, la promozione di un’ economia circolare che renda la città indipendente e in grado di auto-produrre sia l’energia sia il cibo di cui ha bisogno (ovviamente in modo sostenibile).

Tra i moltissimi benefici che la Natura può portare all’interno della città, c’è anche l’estetica; in diverse città sono nati progetti per realizzare opere artistiche usando piante o alberi o prodotti ecologici per integrare maggiormente il verde nell’ambiente urbano e allo stesso tempo renderlo più bello, cercando di ricreare un’ armonia tra uomo e Natura in modo immediato e funzionale.
Tantissimi progetti stanno nascendo in giro per il modo, l’idea di un nuovo urbanismo sta già cambiano il volto di molte città.

Tel Aviv

Tra tutti i temi coinvolti forse la partecipazione svolge il ruolo più importante: includendo i cittadini nella pianificazione e realizzazione dei progetti si intende creare un nuovo tipo di cittadinanza più attiva e meno disinteressata alla gestione del proprio territorio, in un mondo sempre più globalizzato e in cui si corre il rischio di perdersi all’interno di una visione troppo ampia; il cambiamento locale, anche nelle metropoli più grandi, induce effetti anche sul contesto mondiale. Ma in una società che tende sempre di più all’isolamento e all’estraneazione, è giusto anche riscoprire il valore della comunità e dei rapporti umani, che possono creare un senso di unione utile ad affrontare le crescenti difficoltà del mondo odierno. Siamo troppo abituati a considerare le altre persone, anche il prossimo, come un’altra isola, ma dobbiamo renderci conto che l’umanità è una sola.
Proprio come la città del futuro, un organismo unico.

A cura di Davide Candotto, servizio civile ACCRI 2020

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